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	<title>SaluteInternazionale</title>
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	<description>Uscire da se stessi, guardare agli altri, al mondo</description>
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		<title>La (contro) riforma del NHS è legge</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2012/05/la-contro-riforma-del-nhs-e-legge/</link>
		<comments>http://saluteinternazionale.info/2012/05/la-contro-riforma-del-nhs-e-legge/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 17 May 2012 08:11:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Sistemi sanitari internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier NHS]]></category>
		<category><![CDATA[Politica ed economia sanitaria]]></category>
		<category><![CDATA[Sistemi sanitari]]></category>

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		<description><![CDATA[Adriano Cattaneo

Il sistema sanitario britannico è destinato a una profonda e rapida trasformazione. Tra le varie, temute conseguenze c’è anche lo smantellamento degli indicatori di sanità pubblica che hanno permesso di elaborare, in epoche diverse, fondamentali rapporti sullo stato di salute della popolazione e sulle sue disuguaglianze.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/NHS.jpg"><img class="alignleft  wp-image-7343" title="NHS Westminster" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/NHS-300x249.jpg" alt="" width="180" height="149" /></a></p>
<p>Adriano Cattaneo</p>
<p>Il sistema sanitario britannico è destinato a una profonda e rapida trasformazione. Tra le varie, temute conseguenze c’è anche lo smantellamento degli indicatori di sanità pubblica che hanno permesso di elaborare, in epoche diverse, fondamentali rapporti sullo stato di salute della popolazione e sulle sue disuguaglianze.<span id="more-7342"></span></p>
<hr size="1" />
<p><strong>La riforma o controriforma, a seconda dei punti di vista, del glorioso National Health Service (NHS) britannico è diventata legge</strong>. L’atto, dal semplice titolo <strong>Health and Social Care Act 2012</strong>, acquistabile a £ 44.75 scrivendo al famoso Stationery (cancelleria) Office di Sua Maestà, ma anche liberamente <a href="http://www.legislation.gov.uk/ukpga/2012/7/contents/enacted" target="_blank">scaricabile</a>, porta la data del <strong>27 Marzo 2012</strong>. È un documento di 473 pagine che non ho letto perché, per un non azzeccagarbugli come me, risulta francamente illeggibile.<br />
Nella stesura, credo sia stato adottato il metodo Ghedini: una serie di parti, sezioni, capitoli, appendici, schede, note e codicilli, con continui rimandi interni ed esterni, a precedenti leggi e regolamenti, che fanno perdere il lettore come in un labirinto. Dentro il quale, come nelle migliori performance ghediniane, si può nascondere di tutto. Non a caso, in prima pagina, appare questo avviso: <em>Explanatory Notes have been produced to assist in the understanding of this Act and are available separately</em>. Gli stessi estensori dell’atto, o forse l’editore, si sono resi conto della difficoltà, un po’ come Gasparri che, rileggendo la sua legge, non la capisce. Anche la British Medical Association si è sentita in dovere di pubblicare un breve documento che illustra la riforma <em>at a glance </em>(<a href="http://www.bma.org.uk/images/hscahperuguides_hsca_ataglance_tcm41-212439.pdf" target="_blank">What we know so far… Health and Social Care Act 2012 at a glance</a> &#8211; PDF: 205 Kb).[<a href="#biblio">1</a>]</p>
<p>Al povero lettore comune, quale io sono, non resta che affidarsi agli esegeti. Per fortuna nel Regno Unito ce ne sono molti. Le principali riviste mediche britanniche &#8211; Lancet, BMJ, Social Science and Medicine, Journal of Epidemiology and Community Health, e probabilmente altre che non giungono alla mia scrivania, hanno ospitato per mesi lettere, commenti e articoli che hanno fatto le pulci alla riforma, in generale criticandola.<br />
C’è chi mette in guardia sul rischio di instabilità finanziaria per impreviste turbolenze dei costi.[<a href="#biblio">2</a>] Chi si chiede a quali istituzioni, e con quali criteri, spetterà decidere a quali entità esterne affidare l’organizzazione delle cure.[<a href="#biblio">3</a>] Chi ha avvertito fin dall’inizio che affidare la responsabilità dell’organizzazione delle cure a entità esterne vuol dire privatizzare.[<a href="#biblio">4</a>] Chi non capisce quali problemi la riforma voglia affrontare, quali proposte avanzi (sospettando che nascondano dietro di sé solo la privatizzazione del NHS), e perché si avanzino in questo momento.[<a href="#biblio">5</a>] Chi invita ad imparare dai confronti con altri paesi.[<a href="#biblio"> 6,7</a>] Chi prevede una caduta negli abissi del malfunzionamento e dell’ingovernabilità.[<a href="#biblio">8</a>] C’è chi ha chiesto di ritirare la riforma.[<a href="#biblio">9</a>] E chi, come i direttori del BMJ, di Health Service Journal and del Nursing Times, ha scritto che questa riforma non s’ha da fare.[<a href="#biblio">10</a>]<br />
Contro la riforma si sono pronunciate anche molte associazioni professionali britanniche, dalla British Medical Association al Royal College of General Practitioners, dal Royal College of Nursing al Royal College of Midwives.[<a href="#biblio">11</a>]<br />
<strong>Tra gli accademici che si sono maggiormente spesi contro la riforma vi è Allyson Pollock, professoressa di Salute Pubblica presso il Centre for Primary Care and Public Health, Queen Mary, dell’Università di Londra</strong>. Nel Gennaio 2012 aveva scritto con altri un commento sul Lancet nel quale si chiedeva se la riforma avrebbe mantenuto l’universalità di accesso caratteristica finora del NHS.[<a href="#biblio">12</a>]<br />
In una lettera pubblicata poco dopo ribadiva la fine dell’universalità del servizio.[<a href="#biblio">13</a>] Più tardi, in Marzo, aveva pubblicato sul BMJ un articolo nel quale analizzava le basi legali che avrebbero permesso, dopo l’entrata in vigore della riforma, di far pagare gli utenti per i servizi ricevuti.[<a href="#biblio">14</a>] Ma io sono stato particolarmente attratto dal suo ultimo articolo, nel quale sostiene che la riforma, cambiando il denominatore degli indicatori di salute, potrebbe non permettere di analizzare le differenze tra classi sociali e di valutare di conseguenza l’equità del sistema.[<a href="#biblio">15</a>]<br />
Come potrebbe succedere?</p>
<p><strong>La riforma sostituirà l’attuale struttura amministrativa del NHS, basata sulla residenza in aree geografiche definite, con una basata sulla registrazione dei cittadini presso le <em>general practices</em> (i nostri medici di famiglia, da soli o associati) o i relativi consorzi</strong>. Ma questa registrazione non è permanente, può cambiare nel tempo, e soprattutto non è legata alla residenza: il cittadino di una certa area geografica può registrarsi, se vuole, presso una <em>general practice</em> lontana dal suo luogo di residenza. Come chiunque si interessi di salute pubblica sa<strong>, il NHS britannico è famoso, assieme a quello di pochi altri paesi, per le sue lunghe serie storiche, che hanno preceduto la sua stessa creazione nel 1948 &#8211; e risalgono in alcuni casi alla metà del 19° secolo – e che permettono di analizzare i cambiamenti dello stato di salute attraverso indicatori di morte e malattia disaggregabili per classe sociale</strong>. Ciò ha permesso di elaborare in epoche diverse rapporti sullo stato di salute e sulle sue disuguaglianze (famoso il Black report del 1980), basati sui quali sono state sviluppate politiche di contrasto e strumenti per misurare gli effetti delle stesse (anche se poi i risultati di queste politiche non sono mai stati brillanti e la Gran Bretagna continua ad essere iniqua e disuguale in termini di salute).</p>
<p>Tutte le attività di salute pubblica del paese sono state finora decise sulla base della distribuzione geografica degli indicatori di salute. I <em>trends</em> temporali e le modificazioni relative della grandezza degli indicatori, assieme alla distribuzione per età e ai cambiamenti di carattere socioeconomico, sono stati finora usati per valutare gli input e gli output dei servizi, per pianificare la formazione e la distribuzione del personale, e per l’allocazione di risorse, comprese quelle finanziarie. <strong>Tutto questo cambierà con la riforma</strong>. <strong>I <em>Primary Care Trusts</em> (PCT), organizzati su base geografica, saranno via via sostituiti dai <em>Clinical Commissioning Groups</em> (CCG), ognuno dei quali potrà contenere diverse <em>general practices</em>.</strong> I CCG, contrariamente ai PCT, non avranno una responsabilità territoriale, ma potranno reclutare utenti ovunque lo desiderino. Questi utenti, sparsi ovunque, costituiranno il denominatore per i rapporti annuali dei CCG, e quindi anche per gli indicatori di salute. Non solo: alcuni servizi di sanità pubblica, come le vaccinazioni, potrebbero non essere erogati dai CCG, che hanno solo responsabilità cliniche, per continuare ad essere funzioni svolte dalle autorità sanitarie locali. Ciò potrebbe portare a un doppio sistema di reporting, con due diversi denominatori. Senza contare il fatto che i database dei CCG potrebbero non essere ben amministrati e riempirsi periodicamente di individui deceduti, emigrati o iscritti ad altri CCG.</p>
<p><strong>Un altro rischio ipotizzato dagli autori dell’articolo riguarda il fatto che i CCG potrebbero raccogliere meno dati degli attuali PCT sulle condizioni socioeconomiche dei loro assistiti</strong>. Questo, associato al fatto che i migliori CCG potrebbero attirare gli utenti più benestanti delle aree più deprivate e con CCG di minore qualità (reale o percepita), potrebbe avere un effetto distorcente sull’allocazione di risorse, che difficilmente potrebbero essere ancora distribuite sulla base dei bisogni. Ciò renderebbe ancora più difficile il monitoraggio delle disuguaglianze in salute e dell’equità delle risposte. Infine, è anche possibile che i CCG si uniscano e si separino nel tempo in base a considerazioni di efficienza economica; ciò porterebbe a interruzioni delle serie storiche di raccolta e interpretazione dei dati, rendendo il NHS britannico più simile al nostro spezzettato SSN. Andrei Langsley, il Ministro della Salute del governo Cameron/Clegg che ha ideato e portato a compimento la riforma, annunciava nel 2010 una “<em>information revolution</em>”.<a title="" href="#_ftn16">[16]</a> È probabile che avesse ragione. <strong>Vedremo nei prossimi anni se questa rivoluzione porterà ad un miglioramento del NHS.</strong></p>
<p>Adriano Cattaneo, RCCS Burlo Garofolo, Trieste</p>
<p style="text-align: left;"><a id="biblio" name="biblio"></a><strong>Bibliografia</strong></p>
<ol>
<li><a href="http://www.bma.org.uk/images/hscahperuguides_hsca_ataglance_tcm41-212439.pdf" target="_blank">What we know so far… Health and Social Care Act 2012 at a glance</a> [PDF: 205 Kb]</li>
<li>Asthana S. Liberating the NHS? A commentary on the Lansley White Paper, “Equity and Excellence”. Social Science &amp; Medicine 2011;72:815-20.</li>
<li>Reynolds L, McKee M. “Any qualifi ed provider” in NHS reforms: but who will qualify? Lancet 2012;379:1083-4.</li>
<li>Light DW, Condor M. Reflections on commissioning and the English coalition government NHS reforms. Social Science &amp; Medicine 2011;72:821-2.</li>
<li>McKee M. Does anyone understand the government’s plan for the NHS? BMJ 2012;344:e399.</li>
<li>Ingleby D, McKee M, Mladovsky P, Rechel B. How the NHS measures up to other health systems. BMJ 2012;344:e1079.</li>
<li>van Ginneken E, Groenewegen PP, McKee M. Personal healthcare budgets: what can England learn from the Netherlands? BMJ 2012;344:e1383.</li>
<li>Coombes R. Into the abyss? How the health bill affects the NHS. BMJ 2012;344:e767.</li>
<li>Walshe K. The consequences of abandoning the Health and Social Care Bill. BMJ 2012;344:e748.</li>
<li>McLellan A, Middleton J, Godlee F. Lansley’s NHS “reforms”: something like this must never happen again. BMJ 2012;344:e709.</li>
<li><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Health_and_Social_Care_Act_2012">Wikipedia: Health and Social Care Act 2012</a></li>
<li>Pollock AM, Price D, Roderick P, Treuherz T, McCoy D, McKee M, Reynolds L. How the Health and Social Care Bill 2011 would end entitlement to comprehensive health care in England. Lancet 2012;378:387-9.</li>
<li>Pollock AM, Price D, Roderick P, Treuherz T. A flawed Bill with a hidden purpose. Lancet 2012;379:999.</li>
<li>Pollock AM, Price D, Roderick P. Health and Social Care Bill 2011: a legal basis for charging and providing fewer health services to people in England. BMJ 2012;344:e1729.</li>
<li>Pollock AM, Macfarlane A, Godden S. Dismantling the signposts to public health? NHS data under the Health and Social Care Act 2012. BMJ 2012;344:e2364.</li>
<li><a href="http://www.dh.gov.uk/en/MediaCentre/Pressreleases/DH_120612">NHS Launches Choice and Information Revolution NHS </a></li>
</ol>
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		<title>Rapporto Osservasalute 2011 &#8211; Stato di salute e qualità dell’assistenza nelle regioni italiane</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2012/05/rapporto-osservasalute-2011-stato-di-salute-e-qualita-dellassistenza-nelle-regioni-italiane/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 08:10:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Sistemi sanitari internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Fonti informative]]></category>

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		<description><![CDATA[Tiziana Sabetta

Lo stato di salute degli italiani risulta complessivamente buono, anche se bisogna incentivare l’offerta di servizi preventivi e di politiche socio-sanitarie ad hoc che impediscano ai cittadini di ammalarsi. Dal punto di vista dell’assistenza, invece, permangono ed, in alcuni casi si intensificano, le differenze tra macroaree geografiche, tra singole regioni e tra uomini e donne.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/osservasalute.jpg"><img class="alignleft  wp-image-7338" title="osservasalute" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/osservasalute.jpg" alt="" width="160" height="193" /></a>Tiziana Sabetta<strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Lo stato di salute degli italiani risulta complessivamente buono, anche se bisogna incentivare </strong>l’offerta di servizi preventivi e di politiche socio-sanitarie <em>ad hoc</em> che impediscano ai cittadini di ammalarsi. Dal punto di vista dell’assistenza, invece,<strong> </strong>permangono ed, in alcuni casi si intensificano, le differenze tra macroaree geografiche<strong>, tra singole regioni e tra uomini e donne.</strong></p>
<p><span id="more-7330"></span></p>
<hr size="1" />
<p><strong>Il </strong><a href="http://www.osservasalute.it/" target="_blank"><strong>Rapporto Osservasalute 2011</strong></a><strong>,</strong><strong> giunto alla nona edizione, </strong>è frutto di un’attività multidisciplinare che ha coinvolto esperti di sanità pubblica, clinici, demografi, epidemiologi, matematici, statistici ed economisti distribuiti su tutto il territorio nazionale che, a diverso titolo e con diverse competenze, hanno posto al centro del proprio orizzonte scientifico la salute degli individui e delle collettività per promuoverne il continuo miglioramento.</p>
<p><strong>L’obiettivo del Rapporto</strong> &#8211; suddiviso in due parti dedicate la prima a tematiche riguardanti la salute ed i bisogni della popolazione e la seconda ai Sistemi Sanitari Regionali ed alla qualità dei servizi offerti &#8211; <strong>è di mettere a disposizione di coloro che hanno responsabilità decisionali dati oggettivi e scientificamente rigorosi per adottare azioni adeguate, razionali e tempestive idonee a migliorare la salute ed a soddisfare i bisogni delle popolazioni di riferimento. </strong></p>
<p><strong>I dati  evidenziano che lo stato di salute degli italiani risulta complessivamente buono, mentre</strong> permangono ed, in alcuni casi si intensificano, <strong>le differenze tra macroaree geografiche<strong>, tra singole regioni e tra uomini e donne.</strong></strong></p>
<p>Tale eterogeneità è dovuta alla mancanza di razionali scelte programmatorie, organizzative e gestionali che hanno determinato, in alcune regioni, scenari finanziari problematici e di difficile soluzione con conseguenze nell’offerta, nell’accesso e nella qualità dei servizi erogati. Queste realtà si riscontrano, principalmente, nel Meridione dove si osservano situazioni di maggiore criticità.</p>
<p>Il suddetto scenario risulta aggravato dalle ripercussioni della crisi economica che ha investito e che continua ad investire il nostro Paese influendo in modo determinante sugli stili di vita e, quindi, sulla qualità di vita dei cittadini, soprattutto di quelli meno abbienti.</p>
<p>Di seguito, alcuni risultati evidenziati dall’analisi delle diverse aree tematiche trattate.</p>
<h3><strong>Aspetti demografici</strong></h3>
<p>Per quanto riguarda la <strong>struttura demografica della popolazione</strong> <strong>una caratteristica dell’Italia è la forte tendenza all’invecchiamento </strong>(una persona di 65 anni ed oltre ogni 5 residenti e poco più di una persona di 75 anni ed oltre ogni 10 residenti). Infatti, il processo di invecchiamento della nostra popolazione risulta piuttosto avanzato in quanto la quota dei giovani sul totale della popolazione è estremamente contenuta, mentre il peso della popolazione “anziana” e “molto anziana” è consistente. A livello territoriale la regione caratterizzata da una elevata presenza di anziani è, ormai da tempo, la Liguria, mentre la Campania è la regione dove il processo di invecchiamento della popolazione si trova in una fase meno avanzata.</p>
<p>È stato analizzato anche l’indicatore relativo alla quota di <strong>popolazione anziana che vive in un nucleo monofamiliare</strong> sul totale della popolazione della stessa fascia di età. Tale indicatore ha evidenziato che, nel 2009, il 28,3% degli over 65 anni vive solo (+0,5 punti percentuali rispetto al 2008) e che le donne rappresentano la maggioranza (38,0% vs 15,1%). Ciò è dovuto sia alla differenza di età fra i coniugi che alla più elevata mortalità maschile che rendono le donne in coppia più a rischio di sperimentare l’evento vedovanza e di vivere sole nell’ultima parte della propria vita.</p>
<p>Nel 2009, relativamente al <strong>Tasso di fecondità totale</strong> (Tft), si registra un valore inferiore al livello di sostituzione (circa 2,1 figli per donna) che garantirebbe il ricambio generazionale ed in diminuzione rispetto all’anno precedente. Il Tft è, infatti, passato da 1,42 del 2008 a 1,41 del 2009 e le prime stime sul 2010 sembrano confermare questo trend. Nell’anno in esame i valori più alti si registrano in Valle d’Aosta (1,62 figli per donna), nella PA di Trento (1,58 figli per donna) e nella PA di Bolzano (1,55 figli per donna), mentre le regioni che continuano a caratterizzarsi per un Tft decisamente contenuto sono il Molise e la Sardegna (rispettivamente 1,11 e 1,13 figli per donna).</p>
<p><strong>Figura 1. Tasso di fecondità totale per provincia &#8211; Anno 2009</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_7331" class="wp-caption aligncenter" style="width: 298px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura1.Osservasalute.jpg" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-7331 " title="figura1.Osservasalute" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura1.Osservasalute-288x300.jpg" alt="" width="288" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<p>In crescita è l’<strong>età media delle madri al parto</strong> il cui valore nazionale, nel 2009, è pari a 31,8 anni (incremento di 0,7 anni rispetto al 2008). In base alla distribuzione regionale il valore della Sardegna risulta di circa 1 anno superiore a quello registrato per l’Italia nel complesso. La regione in cui, invece, l’età media al parto è più ridotta è la Sicilia (30,4 anni).</p>
<p><strong>Sopravvivenza e mortalità</strong></p>
<p><strong>La </strong><strong>speranza di vita alla nascita</strong><strong> ha evidenziato che le donne, </strong>nell’anno 2010 (dati provvisori), possono aspettarsi di vivere, mediamente, 84,4 anni e gli uomini 79,2 anni. Si mantiene, quindi, il vantaggio femminile in termini di sopravvivenza, ma il divario continua a ridursi pur risultando ancora consistente (+5,2 anni a favore delle donne). A livello territoriale, l’Italia presenta una situazione con forti differenziali. Infatti, la distanza tra la regione più favorita e quella meno favorita è di 2,4 anni per entrambi i generi. Per gli uomini le Marche, con 80,1 anni di speranza di vita alla nascita, mantengono il primato di regione più longeva, mentre la Campania conserva il primato negativo con una speranza di vita di 77,7 anni. Anche per le donne la situazione di maggiore svantaggio si registra in Campania (83,0 anni) invece ad eccellere è la PA di Bolzano con 85,5 anni.</p>
<p>Considerando l’evoluzione della <strong>mortalità oltre il primo anno di vita</strong> si è osservato, nel periodo 2006-2008, un leggero calo negli uomini (112,56 vs 110,92 per 10.000) ed un minimo aumento nelle donne (68,73 vs 69,46 per 10.000). Analizzando la mortalità per età è emerso che, per entrambi i generi, la riduzione si registra nelle prime tre classi di età considerate (0-18; 19-64 e 65-74 anni) e che negli uomini tale andamento risulta più marcato. Oltre i 75 anni, invece, si osserva una tendenza inversa e l’aumento dei tassi più consistente si registra per le donne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Fattori di rischio, stili di vita e prevenzione</strong></p>
<p><strong>Fumo</strong> &#8211; Nel 2010, la quota di fumatori tra la popolazione di 14 anni ed oltre è pari a 22,8% e risulta complessivamente stabile negli ultimi anni. Le regioni in cui la percentuale di fumatori risulta maggiore sono il Lazio (26,7%) e la Campania (26,1%), mentre si fuma meno nella PA di Trento (17,9%) ed in Valle d’Aosta (19,8%). Lenta, ma in costante crescita, nel periodo compreso tra il 2001 ed il 2010, è la prevalenza di persone che hanno smesso di fumare (20,2% vs 24,4%). Nello specifico, tra gli ex-fumatori gli uomini sono quasi il doppio (30,7%) rispetto alle donne (16,7%). Anche il numero medio di sigarette fumate quotidianamente è in diminuzione. Il tabagismo, inoltre, è più diffuso nei giovani adulti, in particolare nella fascia di età 25-34 anni (32,3%) e risulta più diffuso fra gli uomini (29,2%) rispetto alle donne (16,9%).</p>
<p><strong>Alcol </strong>- In generale, nel 2009, il maggior consumo di alcol si registra in Friuli Venezia Giulia ed in Emilia-Romagna (pari merito 73,9%), mentre la regione con la prevalenza minore è la Sicilia (59,9%). La prevalenza di consumatori a rischio negli adulti (19-64 anni) presenta una marcata differenza di genere (uomini 20,5%; donne 5,3%). Anche per quanto riguarda le tipologie di consumo a rischio, cioè il <em>binge drinking</em> ed il consumo giornaliero eccedentario, si registrano differenze statisticamente significative tra uomini e donne a svantaggio degli uomini.</p>
<p><strong>Alimenti </strong>- Dai dati relativi al consumo di alimenti per tipologia è emerso che, nel 2009, la proporzione di persone che assume almeno “5 o più porzioni al giorno di ortaggi, verdura e frutta” (indicatore obiettivo) (4,8%) presenta una flessione rispetto all’anno precedente (-0,9%) e che la ristorazione collettiva (mensa) e commerciale (ristorante/trattoria) tende ad allinearsi allo stile alimentare globale. Questa flessione, verificatasi in un contesto di crisi economica globale, merita un’attenzione particolare evidenziando ancor più l’importanza di considerare la relazione della qualità della dieta non solo con la prevalenza di sovrappeso ed obesità, ma anche con la distribuzione della popolazione secondo le soglie di povertà.</p>
<p><strong>Peso</strong> -<em> </em>Nel periodo 2001-2010 la percentuale di persone di 18 anni ed oltre in condizione di sovrappeso o di obesità è aumentata progressivamente (sovrappeso 33,9% vs 35,6%; obesità 8,5% nel vs 10,3%). I dati analizzati e relativi all’anno 2010 evidenziano una prevalenza più alta di persone in eccesso ponderale nelle regioni meridionali (sovrappeso Molise 41,8% e Basilicata 41,0%; obesità Basilicata 12,7% e Puglia 12,3%). Inoltre, la quota di popolazione in condizione di sovrappeso o di obesità cresce con l’aumentare dell’età per poi diminuire lievemente negli anziani e risulta più diffusa tra gli uomini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Figura 2. Prevalenza (per 100) di persone di 18 anni ed oltre in sovrappeso per regione &#8211; Anno 2010</strong></p>
<div id="attachment_7332" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura2.Osservasalute.jpg" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-7332 " title="figura2.Osservasalute" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura2.Osservasalute-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Figura 3. Prevalenza (per 100) di persone di 18 anni ed oltre obese per regione &#8211; Anno 2010</strong></p>
<div id="attachment_7333" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura3.Osservasalute.jpg" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-7333 " title="figura3.Osservasalute" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura3.Osservasalute-300x244.jpg" alt="" width="300" height="244" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<p><strong>Attività fisica &#8211; N</strong>elle regioni meridionali la prevalenza di coloro che dichiarano di svolgere attività fisica in maniera continuativa è nettamente inferiore rispetto al Nord. Dal confronto dei dati 2001-2010 si evidenzia un andamento positivo poichè, in entrambi i generi, è aumentata la quota di persone che praticano sport in modo continuativo (uomini 23,1% vs 27,7%; donne 15,3% vs 18,1%) ed è diminuita la percentuale di sedentari, in particolare tra le donne (uomini 34,2% vs 33,5%; donne 46,1% vs 42,8%).</p>
<p><strong>Screening oncologici </strong>- Gli indicatori esaminati, relativi allo screening mammografico, citologico e colorettale, riguardano sia la diffusione dei programmi (esistenza del programma) che la capacità di invito ed i livelli di partecipazione (operatività del programma). Nel 2009, l’estensione teorica, cioè la proporzione della popolazione <em>target </em>che vive in un’area in cui è attivo un programma di screening, è pari al 93% per lo screening mammografico, al 77% per lo screening del cervicocarcinoma ed al 59% per lo screening colorettale, mentre l’estensione effettiva, ovvero la proporzione della popolazione <em>target </em>realmente oggetto dell’invito, si attesta al 70,7% per lo screening mammografico, al 66% per lo screening del cervicocarcinoma ed al 40% per lo screening colorettale. Comparando i dati del 2009 con gli anni precedenti si evince, per tutte e tre le tipologie di screening considerati, un incremento progressivo e costante.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Malattie cardio- e cerebrovascolari</strong></p>
<p><strong>I tassi di </strong><strong>ospedalizzazione per le malattie ischemiche del cuore e per le malattie cerebrovascolari</strong><strong> presentano una marcata differenza di genere risultando più elevati negli uomini. Nello specifico,</strong> nel 2009, p<strong>er le malattie ischemiche del cuore i tassi negli uomini risultano più del doppio rispetto a quelli delle donne, mentre</strong> <strong>per le malattie cerebrovascolari si registrano valori maggiori di circa il 38%. I tassi più elevati di ospedalizzazione per le malattie ischemiche del cuore si evidenziano in Campania per entrambi i generi (uomini 1.368,4 per 100.000; donne 498,3 per 100.000), mentre per le malattie cerebrovascolari è la PA di Bolzano a presentare i valori più alti sia per gli uomini (876,6 per 100.000) che per le donne (691,0 per 100.000). </strong>Complessivamente, per <strong>questi gruppi di malattie nel loro complesso,</strong> continua il trend in diminuzione.</p>
<p><strong>La </strong><strong>mortalità per le malattie ischemiche del cuore</strong><strong> colpisce, nel 2008, quasi il doppio degli uomini rispetto alle donne (uomini 14,75 per 10.000; donne 8,22 per 10.000) ed a livello regionale il primato negativo spetta al Molise per gli uomini (18,43 per 10.000) ed alla Campania per le donne (10,54 per 10.000). Le regioni più virtuose, invece, sono la Puglia per il genere maschile (12,38 per 10.000) ed il Piemonte per il genere femminile (6,46 per 10.000). Da evidenziare è il trend in aumento per classe di età. Tale incremento si manifesta maggiormente nelle donne il cui tasso di mortalità risulta 148 volte maggiore nella classe di età più anziana (75 anni ed oltre) rispetto alla classe di età 45-54 anni, mentre negli uomini l’aumento risulta più contenuto (34 volte). </strong>Ciò conferma che, nelle donne, l’effetto dell’età è più importante che negli uomini.<strong></strong></p>
<p><strong>Tumori</strong></p>
<p>Le stime di <strong>incidenza</strong> indicano che, nel 2010, nella classe 0-64 anni i tumori a più elevata incidenza sono per gli uomini il tumore del colon-retto al Centro-Nord e del polmone al Sud, mentre per le donne il tumore della mammella in tutte le macroaree geografiche. Nella successiva fascia di età (65-74 anni) il tumore del polmone risulta essere ancora il più frequente tra gli uomini del Sud, mentre nel Centro-Nord prevale l’incidenza del tumore della prostata. Per le donne, invece, il tumore della mammella risulta ancora il più frequente in tutte le macroaree. Stessa situazione si riscontra nella classe di età più avanzata (75-84 anni) ad eccezione, per gli uomini meridionali, del tumore del polmone la cui incidenza risulta inferiore rispetto all’incidenza del tumore della prostata.</p>
<p>Per quanto riguarda le stime di <strong>mortalità</strong> nelle classi di età 0-64 e 65-74 anni il tumore con tasso di mortalità più alto risulta essere il tumore del polmone negli uomini ed il tumore della mammella nelle donne in tutte le macroaree. Nell’ultima fascia di età (75-84 anni), invece, negli uomini la mortalità maggiore è sempre dovuta al tumore del polmone, mentre nella popolazione femminile risulta più elevata la mortalità per il tumore del colon-retto.</p>
<p>Relativamente alla <strong>prevalenza</strong> per le due prime classi di età considerate (0-44 e 45-59 anni) il tumore del colon-retto è il più prevalente tra gli uomini ed il tumore della mammella tra le donne. Anche nelle altre classi di età (60-74 e 75 anni ed oltre) per le donne la situazione rimane invariata, mentre per gli uomini la prevalenza maggiore si registra per il tumore della prostata. Questa situazione si riscontra in tutte le macroaree geografiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Salute mentale e dipendenze</strong></p>
<p>Nel biennio 2007-2008 il <strong>tasso annuo di mortalità per suicidio</strong> è pari a 7,26 (per 100.000) residenti di 15 anni ed oltre e nel 77,0% dei casi il suicida è un uomo. Importante è sottolineare che la distribuzione dei tassi per età evidenzia, per entrambi i generi, una crescita all’aumentare dell’età, con un incremento marcato, sopratutto per gli uomini, dopo i 65 anni. L’indicatore, inoltre, presenta una variabilità geografica abbastanza marcata con tassi generalmente più elevati nelle regioni del Nord. <strong></strong></p>
<p><strong><br clear="all" /> Figura 4.</strong> <strong>Numero di decessi e tasso standardizzato (per 100.000) per suicidio nella popolazione di 15 anni ed oltre per genere &#8211; Anni 1970-2008</strong></p>
<div id="attachment_7335" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura4.Osservasalute.jpg" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-7335 " title="figura4.Osservasalute" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura4.Osservasalute-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<p>In riferimento al <strong>consumo di farmaci antipsicotici</strong> si evidenzia, nel 2010, un decremento nel loro utilizzo rispetto all’anno precedente (3,01 vs 2,80 DDD/1.000 ab die) confermando, così, il decremento continuo che si osserva dal 2001. Evidente è il gradiente Nord-Sud con alcune regioni meridionali (Abruzzo, Calabria, Sicilia e Sardegna) che presentano valori doppi rispetto a quelle del Nord. Al contrario, i <strong>farmaci antidepressivi</strong> presentano un aumento del loro utilizzo che interessa indistintamente tutte le regioni. A livello territoriale le regioni del Centro-Nord, in particolare Toscana e Liguria, ma anche la PA di Bolzano, l’Emilia-Romagna e l’Umbria, risultano avere consumi nettamente superiori rispetto a quelle del Sud tra cui l’unica eccezione è rappresentata dalla Sardegna dove i consumi si avvicinano a quelli delle regioni settentrionali.</p>
<p><strong>Salute materno-infantile</strong></p>
<p>Uno dei dati più allarmanti è la <strong>proporzione di Tagli Cesarei</strong> anche se, nel 2009, si è registrata una lieve diminuzione (-0,48%) rispetto all’anno precedente. Si evidenzia una spiccata variabilità su base interregionale con valori tendenzialmente più bassi nel Settentrione (PA di Bolzano 23,61%) e più alti nel Meridione (Campania 61,96%).</p>
<p><strong>Figura 5.</strong> <strong>Proporzione (per 100) di Tagli Cesarei per classe di età e macroarea &#8211; Anno 2009</strong></p>
<div id="attachment_7334" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura5.Osservasalute.jpg" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-7334 " title="figura5.Osservasalute" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura5.Osservasalute-300x145.jpg" alt="" width="300" height="145" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<p><strong>Assistenza farmaceutica</strong></p>
<p>Il <strong>consumo farmaceutico</strong> territoriale risulta in costante aumento e nel 2010 l’incremento è stato del 2,8% rispetto all’anno precedente e del 41,3% rispetto al 2001. A livello nazionale, in termini di consumo, sono state prescritte 952 dosi (per 1.000) di farmaco al giorno ed i valori maggiori si registrano nelle regioni del Centro-Sud. Stratificando i dati per età importante è sottolineare che i soggetti anziani (75 anni ed oltre) consumano, in media, una quantità di farmaci 17 volte superiore ai soggetti di età compresa fra 25-34 anni. Inoltre, l’analisi dei consumi evidenzia che i farmaci maggiormente prescritti riguardano il sistema cardiovascolare (47,4% del consumo totale di farmaci).</p>
<p>Nel 2010, la <strong>spesa farmaceutica</strong> territoriale a carico del SSN è diminuita dello 0,1% rispetto al 2009, ma rispetto al 2001 è aumentata del 2,5%. Anche nel caso della spesa l’analisi dei dati sulla prescrizione per classe di età nella popolazione mostra che un assistibile di 75 anni ed oltre ha un livello di spesa pro capite superiore di circa 13 volte quello di un individuo di età compresa fra 25-34 anni poichè è proprio l’età il principale fattore predittivo dell’uso dei farmaci. Evidente è il gradiente Nord-Sud a svantaggio delle regioni meridionali che presentano valori superiore ad dato nazionale (215,1€).</p>
<p>L’analisi sul <strong>consumo di antibiotici</strong> a carico del SSN, che pone l’Italia tra i Paesi a più elevato consumo in Europa, evidenzia un’ampia variabilità regionale con rilevanti differenze nel ricorso all’uso di tali farmaci tra Nord e Sud. Infatti, nel 2010, <strong>la Campania (32,8 DDD/1.000) presenta i valori più alti, mentre i consumi più bassi si registrano nella PA di Bolzano (12,6 DDD/1.000).</strong> Infine, analizzando i dati dal 2002 al 2010, i consumi hanno subito un incremento del 4,2% anche se, tra il 2009 ed il 2010, si è osservata un’inversione di tendenza (-7,0%).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Assistenza ospedaliera</strong></p>
<p>La fotografia che emerge analizzando il <strong>tasso di ospedalizzazione</strong> conferma la tendenza alla riduzione del ricovero in entrambe le modalità, cioè sia in Ricovero Ordinario (RO) che in Day Hospital (DH). Nello specifico, l’analisi nel periodo temporale 2008-2009, evidenza per il tasso complessivo una riduzione del 4,5%, per la modalità di ricovero in RO una riduzione del 2,4% e per il ricovero diurno una riduzione del 9,1%. Nel 2009, il tasso standardizzato di ospedalizzazione complessivo a livello nazionale è pari a 179,4 (per 1.000), di cui 126,4 (per 1.000) in modalità ordinaria e 53,0 (per 1.000) in modalità di ricovero diurno. <strong>In generale, le regioni del Sud, ad eccezione della Sardegna, presentano un</strong><strong> </strong><strong>tasso complessivo superiore sia allo standard normativo (180 per 1.000) che al valore nazionale, mentre quelle del Centro-Nord un tasso inferiore, ad eccezione di Lazio, Liguria e PA di Bolzano.</strong> Da sottolineare è il superamento del riferimento normativo (36 per 1.000) in tutte le regioni del tasso di ospedalizzazione in DH.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Figura 6<em>.</em></strong><em> </em><strong>Tasso standardizzato (per 1.000) di dimissioni per regione &#8211; Anno 2009</strong><em></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura6.Osservasalute.jpg" target="_blank"><img class="aligncenter size-medium wp-image-7336" title="figura6.Osservasalute" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura6.Osservasalute-300x190.jpg" alt="" width="300" height="190" /></a></em></p>
<p><strong>Siti web e liste di attesa</strong></p>
<p>I dati del 2011, relativi ai <strong>tempi di attesa</strong> per l’erogazione di prestazioni sanitarie da parte delle ASL e delle AO, mostrano un gradiente Nord-Sud con una maggiore disponibilità di informazioni sui siti web delle aziende settentrionali anche se con alcune eccezioni. Nel periodo temporale in esame (2005-2011) da sottolineare è l’incremento registrato da entrambe le tipologie di Aziende. Infatti, in questo periodo molte aziende che prima non utilizzavano il web si sono tutte dotate di tale servizio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Assetto economico-finanziario</strong></p>
<p>Nel 2010, il Servizio Sanitario Nazionale si conferma, complessivamente, in <strong>disavanzo</strong> (39€ pro capite) evidenziando un trend in costante diminuzione. Rispetto agli anni precedenti permangono forti differenze regionali con un gradiente Nord-Sud a svantaggio delle regioni meridionali dove si concentra quasi tutto il deficit. Le regioni in equilibrio sono: Piemonte (-2€), Lombardia (-1€), PA di Bolzano (-4€), Friuli Venezia Giulia (-7€), Emilia-Romagna (-6€), Toscana (-4€), Umbria (-12€), Marche (-18€) e Calabria (-9€).</p>
<p><strong>Figura 7. </strong><strong>Disavanzo/avanzo sanitario pubblico pro capite (€) per regione – Anno 2010</strong></p>
<div id="attachment_7337" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura7.Osservasalute.jpg" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-7337 " title="figura7.Osservasalute" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura7.Osservasalute-300x190.jpg" alt="" width="300" height="190" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<p>In conclusione, il Rapporto Osservasalute ha evidenziato sia lo stato di salute degli italiani e sia la qualità e l’offerta dei servizi sanitari regionali. Relativamente all’erogazione dei servizi sono state individuate le aree di maggiore eccellenza e quelle di maggiore criticità che richiedono un’attenzione particolare da parte di tutte le Istituzioni di settore per evitare o, almeno, cercare di attenuare l’allargamento del differenziale di salute. Solo in questo modo sarà possibile garantire a tutti i cittadini, indipendentemente dal luogo di residenza e dallo <em>status</em> socio-economico, un’adeguata ed equa assistenza sanitaria.</p>
<p><strong>Tiziana Sabetta, </strong>Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, Istituto di Igiene, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Good health at low cost. Il caso Tamil Nadu</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2012/05/good-health-at-low-cost-il-caso-tamil-nadu/</link>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 08:13:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Sistemi sanitari internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier India]]></category>
		<category><![CDATA[Politica ed economia sanitaria]]></category>
		<category><![CDATA[Sistemi sanitari]]></category>

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		<description><![CDATA[Irene Bellini

L’India è la nazione dei paradossi.  In uno stato, il Tamil Nadu,  con minima una spesa sanitaria pubblica si sono ottenuti notevoli risultati di salute. Grazie a una lunga tradizione di investimenti sull’assistenza sanitaria di base e sulle risorse umane.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/india1.jpg"><img class="alignleft  wp-image-7327" title="india" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/india1-296x300.jpg" alt="" width="166" height="168" /></a>Irene Bellini</p>
<p>L’India è la nazione dei paradossi.  In uno stato, il Tamil Nadu,  con minima una spesa sanitaria pubblica si sono ottenuti notevoli risultati di salute. Grazie a una lunga tradizione di investimenti sull’assistenza sanitaria di base e sulle risorse umane.<span id="more-7315"></span></p>
<hr size="1" />
<p>Tamil Nadu è uno stato popolato da 72 milioni di persone, è l’undicesimo in India per estensione e il settimo per abitanti. In comune con gli altri stati indiani ha un sistema sanitario “povero”, con una forte componente privata (vedi post <a href="http://saluteinternazionale.info/2011/06/india-la-nazione-dei-paradossi/" target="_blank"><strong>India. La nazione dei paradossi</strong></a>): nel 2005 la spesa sanitaria totale procapite era di 29 dollari, di cui solo 5 dollari di spesa sanitaria pubblica.  Tuttavia rispetto ad altri stati si caratterizza per indicatori di salute e sviluppo umano significativamente più elevati.</p>
<p><strong>Tabella 1. Profilo dello stato Tamil Nadu</strong></p>
<div id="attachment_7316" class="wp-caption aligncenter" style="width: 237px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/Tabella1.jpg" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-7316 " title="tabella 1" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/Tabella1-227x300.jpg" alt="" width="227" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<p>La storia del successo di Tamil Nadu inizia nel 1978 quando, con la dichiarazione di Alma Ata, fu ribadita l’accessibilità universale al sistema sanitario. Proprio a quegli anni risale anche il <strong><em>National Rural Health Mission (NRHM)</em></strong><em>, </em>con cui inizia la ristrutturazione del sistema sanitario rurale. Questo ha fatto sì che, tra il 1980 e il 2005, la mortalità infantile è diminuita del 60% (mentre a livello nazionale solo del 45%), e tra il 1992 e 2005 la mortalità sotto ai 5 anni è diminuita del 53% attestandosi nel 2005 al 35,5/1000 nati vivi (in India la media è di 74,3/1000). Inoltre, sempre in questo stato, si registra il minimo tasso di disparità tra salute dei maschi e delle femmine. Nello stesso periodo si riducono i casi di tubercolosi, malaria, lebbra, tifo, pertosse, cecità per cataratta e poliomelite (la cui incidenza si è azzerata dal 2000).</p>
<p><strong>Perché tutto questo? </strong></p>
<p>Innanzitutto per il fatto che tra il 1993 e il 2006 è aumentato di 3,6 volte il budget per <strong>l’assistenza sanitaria di base</strong> (<em>primary health care</em>), soprattutto a beneficio di donne e bambini residenti nelle aree più svantaggiate. E’ aumentata inoltre la spesa pubblica per  <strong>l’educazione e il welfare</strong> per le famiglie, ambiti che hanno assorbito il 45% dell’intero budget annuale.</p>
<p>Un’altra iniziativa importante è stata la campagna, lanciata a partire dal 1990, per sensibilizzare la società <strong>contro il feticidio femminile.</strong></p>
<p>È stata inoltre decisiva la presenza a tutti i livelli, dallo stato ai singoli distretti locali, di manager pubblici con capacità gestionali e posizioni di potere adeguate per poter varare importanti riforme:</p>
<ul>
<li>maggiore autonomia per le agenzie pubbliche,</li>
<li>introduzione di moderni metodi di management pubblico,</li>
<li>creazione di corpi decisionali autonomi (ad esempio le agenzie nazionali dei farmaci, o gli stessi distretti locali) per superare i rallentamenti imposti dalla burocrazia,</li>
<li>programmi di formazione in sanità pubblica e management (per i quali c’è anche un diploma).</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>A tali manager, professionalmente molto ben preparati, vengono assegnati incarichi che restano relativamente costanti</strong> (rispetto ad altri stati dell’India), in modo da consentire a questi decisori di comprendere, all’interno del proprio ambito di competenza, quali sono le riforme necessarie per rispondere ai bisogni e agire di conseguenza: spostamenti continui da un dipartimento all’altro impediscono di acquisire una comprensione completa della realtà complessa circostante e rallentano una veloce allocazione di risorse e  un loro uso efficacie.</p>
<p>Quindi, disponendo di interlocutori adeguati a tutti i livelli di potere, il governo centrale di Tamil Nadu è stato facilitato nell’attuare la NRHM, in particolare con quattro azioni:<strong></strong></p>
<ul>
<li><strong>La formazione di operatori sanitari di villaggio</strong>, resa possibile dall’istituzione di 60 scuole in cui sono state formate oltre 8000 infermiere che, dopo 10 anni di scuola e 18 mesi di tirocinio presso strutture sanitarie pubbliche, sono state mandate, insieme alle pre-esistenti infermiere, nei vari villaggi rurali. Il loro compito era quello di diffondere il più possibile la copertura vaccinale, di migliorare l’assistenza pre- e postnatale, di incentivare l’accesso alle strutture sanitarie al momento del parto e di educare la comunità su maternità e contraccezione. Questa iniziativa di aumentare il numero di operatori nelle aree più critiche (almeno un’infermiera per 5000 abitanti) ha avuto un fortissimo impatto nel migliorare la salute materno- infantile.<strong></strong></li>
<li><strong>La creazione di una rete di centri per la salute primaria</strong>, grazie ai finanziamenti provenienti da <em>DANIDA (Danish International Development Agency)</em> come illustrato nella <strong>Figura 1.</strong></li>
</ul>
<p><strong>Figura 1. Centri di salute primaria</strong></p>
<div id="attachment_7317" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura1.jpg" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-7317 " title="figura1" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura1-300x185.jpg" alt="" width="300" height="185" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<ul>
<li><strong>Il miglioramento del programma per le vaccinazioni</strong>, grazie al supporto dell’UNICEF e del <em>Christian Medical College of Vellore</em>. Dagli anni ’90 sono stati vaccinati il 99% dei bambini nelle aree rurali e il 100% di quelli cittadini. Tamil Nadu è il primo stato in India per la copertura vaccinale: nelle campagne l’85% dei bambini sono completamente vaccinati e il 91% nelle città. Relativamente a queste percentuali, in questo stato si registrano inoltre le minime differenze legate al genere, al ceto sociale e all’ubicazione geografica.<strong></strong></li>
<li><strong>La garanzia dell’approvvigionamento per i farmaci essenziali</strong>, resa possibile dall’istituzione del <em>Tamil Nadu Medical Services Corporation (TNMSC)</em>, organo autonomo preposto all’approvvigionamento e la distribuzione dei farmaci tra i centri di salute primaria e gli ospedali pubblici. A livello nazionale è stata stilata una lista di 250 farmaci generici distribuiti giornalmente ai vari centri, secondo le richieste. Di contro, a livello delle strutture sanitarie, deve essere fornito un resoconto giornaliero per l’utilizzo di ciascun farmaco. In tal modo viene continuamente monitorata la spesa anche con controlli periodici presso gli ospedali.</li>
</ul>
<p><strong>I vantaggi ottenuti</strong></p>
<p>Gli indicatori riferiti al periodo 1990- 2005, che sono maggiormente migliorati sono stati:</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="217"></td>
<td valign="top" width="217">1990</td>
<td valign="top" width="217">2005</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="217">Percentuale di donne che hanno fatto almeno 3 visite in gravidanza</td>
<td valign="top" width="217">20%</td>
<td valign="top" width="217">95%</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="217">Percentuale di donne che partoriscono in casa</td>
<td valign="top" width="217">42%</td>
<td valign="top" width="217">10%</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="217">Ricorso al privato</td>
<td valign="top" width="217">43%</td>
<td valign="top" width="217">35%</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="217">Tasso di natalità</td>
<td valign="top" width="217">20/1000</td>
<td valign="top" width="217">16/1000</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Altri indicatori estremamente positivi sono:</p>
<ul>
<li>il tasso di scolarizzazione dell’ 82% per i maschi e del 65% per le femmine, contro la media dell’India rispettivamente di 75% e 54%;</li>
<li>l’età media al matrimonio è di 20 anni;</li>
<li>l’utilizzo della contraccezione avviene nel 50% delle coppie.</li>
</ul>
<p>L’emancipazione femminile nel Tamil Nadu è significativamente maggiore se comparata con quella delle donne del Punjab, Pakistan o Uttar Pradesh (grazie anche alle politiche facilitanti l’occupazione femminile).</p>
<p>Inoltre, in base ai dati più recenti, la spesa pubblica per il sistema sanitario è stata molto più per i poveri di quanto non lo fosse precedentemente. La <strong>Figura 2</strong> mostra infatti che tra 1995-6 e 2004 è aumentata l’utilizzazione dei servizi pubblici per la salute materno infantile da parte dei ceti più poveri rispetto a quelli più ricchi.</p>
<p><strong>Figura 2.  Tamil Nadu. Percentuale di parti avvenuti presso strutture pubbliche secondo i quintili di ricchezza, anni 1995-6 e 2004</strong><strong></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_7319" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura2.jpg" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-7319  " title="figura2" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura2-300x190.jpg" alt="" width="300" height="190" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Questo risultato è tutt’altro che ovvio</strong> (come a prima vista potrebbe sembrare).  In diversi stati indiani (come nello stato dell’<strong>Orissa</strong> – <strong>Figura 3</strong>) infatti i servizi materno-infantili pubblici sono utilizzati maggiormente dai gruppi più ricchi della popolazione, con ciò allargando ancora di più le diseguaglianze sociali nella salute.</p>
<p><strong>Figura 3.  Orissa. Percentuale di parti avvenuti presso strutture pubbliche secondo i quintili di ricchezza, anni 1995-6 e 2004</strong></p>
<div id="attachment_7320" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura3.jpg"><img class="size-medium wp-image-7320" title="figura3" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura3-300x189.jpg" alt="" width="300" height="189" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<p><strong>Altri programmi virtuosi</strong></p>
<p>Tamil Nadu ha avuto idee vincenti anche in altri settori, primo tra tutti quello sociale: il programma per il benessere della famiglia ha aumentato la preferenza verso una famiglia di piccole dimensioni con pochi figli, e l’introduzione di un pasto scolastico a mezzogiorno ha migliorato lo stato nutrizionale dei bambini. Un altro settore che ha visto notevoli progressi è stato quello economico per lo sviluppo delle infrastrutture (elettricità, strade, autostrade, ferrovia, linee telefoniche, acqua potabile…) e l’industrializzazione, che hanno determinato non solo un aumento dei consumi ma anche del livello di salute. Diversi studi hanno infatti correlato positivamente l’elettricità e la salute infantile, non solo perché consente una migliore assistenza ospedaliera, ma anche perché permette di cucinare in casa con energia pulita senza produrre fumo o polveri inalabili responsabili di malattie respiratorie. Allo stesso modo l’acqua potabile riduce i casi di diarrea e dissenteria, mentre facilitare i trasporti velocizza l’accesso ai servizi sanitari riducendo il rischio di morte durante il trasporto (che è tuttora la prima circostanza di morte materna).</p>
<p>Lo sviluppo economico, l’aumento del PIL e la sempre maggiore occupazione aumentano i capitali destinati a investimenti pubblici e privati, così come le risorse disponibili per migliorare la salute (sono state finanziate più di 400 organizzazioni non governative aventi scopi come quello di combattere AIDS e TBC).</p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p>La sfida attuale è legata alla sempre maggior coscienza da parte delle persone del proprio stato di salute, con conseguente aumento delle richieste e delle aspettative, le quali impongono un’ulteriore attenzione su patologie come il diabete, l’ipertensione, il cancro e la salute mentale. Resta un settore critico quello legato al parto: sono stati potenziati i servizi di emergenza ginecologica, ma il carico sulle infermiere rurali rimane ancora troppo alto per poter rispondere alle esigenze.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Irene Bellini</strong>, medico, Prato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Risorse<br />
</strong><a href="http://ghlc.lshtm.ac.uk/files/2011/10/GHLC-book_Chapter-6.pdf" target="_blank">Tamil Nadu 1980s- 2005: a success story in India</a>  [PDF: 560 Kb]<strong></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Medicina difensiva. Colpa dei medici o dei pazienti?</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 08:09:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Sistemi sanitari internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Bioetica]]></category>

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		<description><![CDATA[Andrea Lopes Pegna

Riflessioni intorno a una recente intervista a Umberto Veronesi, autore del libro “Il primo giorno senza cancro”.  Un titolo del genere può recare false illusioni e false pretese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/stones.jpg"><img class="alignleft  wp-image-7303" title="stones" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/stones.jpg" alt="" width="175" height="146" /></a>Andrea Lopes Pegna</p>
<p>Riflessioni intorno a una recente intervista a Umberto Veronesi, autore del libro “Il primo giorno senza cancro”.  Un titolo del genere può recare false illusioni e false pretese.<span id="more-7300"></span></p>
<hr size="1" />
<p><strong>L’altra sera, venerdì 4 maggio, su La7 Umberto Veronesi è stato intervistato da Lilli Gruber nella rubrica “Otto e Mezzo”. Alla domanda della Gruber “</strong><strong>lei ha detto: «oggi in sala operatoria il codice penale prende spesso il posto del giuramento di Ippocrate»”, è colpa dei medici o dei pazienti?</strong>”, Umberto Veronesi risponde: «Di ambedue; ormai i pazienti sono sempre più informati; oggi con internet in mezz’ora sanno tutto della loro malattia, quasi più dei medici che dovranno esaminarli e questo li mette in una condizione di forte capacità critica nei confronti delle cure che il medico fa. I pazienti sono pronti quindi a rivendicare un ipotetico danno subìto portando il medico in tribunale; il medico da parte sua, terrorizzato di questo andamento, si protegge sempre di più, e questo si chiama “medicina difensiva”. Nell’incertezza di non fare qualche esame o di non fare tutti gli esami necessari, il medico curante oggi prescrive “tutti” gli esami; il chirurgo di fronte a un intervento che potrebbe non andare perfettamente bene preferisce rinunciare all’intervento, nella paura di una causa legale, danneggiando così il paziente. Ci sono quindi vantaggi e svantaggi di fronte a questo acculturamento del paziente. Penso comunque che questo sia un vantaggio, perché da un lato il paziente é più partecipativo e collaborativo, dall’altro i medici si “sentono gli occhi addosso”, e sono più attenti a rispettare i diritti del malato».</p>
<p><strong>In realtà è certamente vero che il contenzioso medico paziente sia in continuo aumento; lievitano le spese legali; elevata è la percentuale di ricoveri impropri e l’esecuzione di esami non dovuti</strong>[<a href="#nota">1</a>]<strong>. Aumenta costantemente il numero di cause ai danni dei medici </strong>anche se spesso i casi <strong>i medici ne escono prosciolti</strong>.</p>
<p>Personalmente non sono d’accordo con la giustificazione che Veronesi fornisce per spiegare questo fenomeno. Il problema non risiede a mio parere nella “troppa informazione” che il paziente oggi ha riguardo alla propria malattia, alle terapie disponibili e ai risultati che si possono ottenere. Il problema di fondo è rappresentato dalla sempre più precaria relazione medico – paziente, che non vede più come protagonista l’ammalato, ma, nei casi più fortunati, vede solo la sua malattia. L’ammalato non è quasi mai considerato globalmente per i suoi bisogni fisici e psicologici, per le sue aspettative, le sue paure, le sue necessità; <strong>é la sua malattia il protagonista; la malattia va guarita! altrimenti la medicina subisce una sconfitta. </strong>Oggi, di fronte a malattie croniche che sono in continuo aumento (anche il cancro sta diventando una malattia cronica) e alle necessità di una popolazione sempre più vecchia,<strong> l’obiettivo “guarigione” necessariamente dovrà sempre più essere sostituito per l’ammalato dall’obiettivo “convivenza con la cronicità” e per il medico dall’obiettivo “prendersi cura della persona malata”</strong>. Se deve essere fatta casomai una critica ai messaggi che si possono trovare su internet e sui giornali  - e allo stesso Veronesi che ha presentato nella stessa trasmissione televisiva il suo ultimo libro “<strong>Il primo giorno senza cancro</strong>” &#8211; è che questi messaggi possono recare <strong>false illusioni e quindi false pretese</strong> nei pazienti riguardo a guarigioni per malattie che ancora, come il cancro, portano a morte (1/3 delle morti in Italia sono ancora dovute a cancro, dati ISTAT 2009). “Il primo giorno senza cancro” è quindi ancora per molti una speranza, anche se tutti noi vogliamo ovviamente che si avveri il prima possibile. <strong>Oggi chi sente continuamente messaggi sulla guarigione e, purtroppo, è sconfitto dalla malattia, rischia di morire, per questo, magari più disperato.</strong></p>
<p>Quando Veronesi giustamente dice che un paziente informato è più partecipativo e collaborativo, dovremo tutti riflettere però, e questo Veronesi lo sa bene, <strong>su quanto poco viene fatto dalla classe medica per informare correttamente e completamente il paziente</strong>. Basti pensare a questo proposito al consenso informato; l’importante è la firma del paziente posta in calce al “modulo di consenso”, non la testimonianza di quella che è stata l’informazione data, della verifica che il paziente abbia completamente compreso, del tempo dedicato all’informazione. Per non parlare poi della <strong>formazione nella comunicazione delle cattive notizie, assolutamente non considerata nel piano formativo del medico</strong>. Nelle condizioni di emergenza in medicina, infine, quasi mai ovviamente esiste un rapporto medico-paziente che per lo più viene sostituito da quello medico-famiglia; ecco che allora diventano indispensabili le DAT cioè le Decisioni (non solo dichiarazioni come vorrebbero alcuni disegni di legge) Anticipate di Trattamento, ma il problema a questo punto si amplia ulteriormente.</p>
<p>Cosa dovrebbe fare, in sintesi, il medico nel rapporto col suo paziente? Basterebbe sempre ricordare questa vecchia storia talmudica:</p>
<p><em>“</em>Accadde che un certo pagano si presentò a Shammai e gli disse: «Fammi diventare un proselito, ma a condizione che tu mi insegni tutta la Torà mentre sto ritto su un piede solo<sup>1</sup>» Al che [Shammai] lo cacciò col cubito da muratore che aveva in mano. Quando [il pagano] si recò da Hillel questi gli disse: «Ciò che è detestabile per te, non farlo al tuo prossimo – questa è tutta la Torà, il resto è il suo commento; vai e studia»” (TB Shabbat 31b)<em>.</em></p>
<p><a id="nota" name="nota"></a><strong>Nota</strong>: nello spazio di tempo in cui riusciva a stare in equilibrio su un piede solo</p>
<p><strong>Andrea Lopes Pegna </strong>, primario pneumologo, Azienda Ospedaliera-Universitaria Careggi, Firenze.</p>
<div></div>
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		<title>Good Health at Low Cost</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 08:41:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Sistemi sanitari internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Politica ed economia sanitaria]]></category>
		<category><![CDATA[Sistemi sanitari]]></category>

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		<description><![CDATA[Gavino Maciocco

Si possono ottenere buoni risultati di salute (Good Health) con risorse limitate (Low cost)? Uno studio risponde affermativamente, descrive i paesi (Bangladesh, Kyrgyzstan, Ethiopia, Thailandia e lo stato indiano del Tamil Nadu) e  elenca quali sono i fattori di successo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/gavino.jpg"><img class="alignleft  wp-image-7293" title="gavino" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/gavino.jpg" alt="" width="179" height="175" /></a>Gavino Maciocco<strong><br />
</strong></p>
<p>Si possono ottenere buoni risultati di salute (<em>Good Health</em>) con risorse limitate (<em>Low cost</em>)? Uno studio risponde affermativamente, descrive i paesi (Bangladesh, Kyrgyzstan, Ethiopia, Thailandia e lo stato indiano del Tamil Nadu) e  elenca quali sono i fattori di successo.<span id="more-7291"></span></p>
<hr size="1" />
<p><strong>Prologo</strong></p>
<p>1985. Sono passati pochi anni dalla Dichiarazione di Alma Ata, ma sembra un’eternità. Nel frattempo sono avvenute troppe cose. E’ iniziata l’era del neo-liberismo, negli scranni più alti del potere mondiale ci sono Ronald Reagan e Margaret Thatcher, la Banca Mondiale è diventata qualcosa di molto di più di una banca e si occupa attivamente di sanità. Infatti <strong>la Banca Mondiale calcola che i costi dell’applicazione delle politiche proposte a Alma Ata siano troppo elevati</strong>; meglio soprassedere – queste le raccomandazioni – e dedicarsi alla lotta contro alcune malattie e focalizzarsi su alcuni specifici interventi, vantaggiosi dal punto di vista costo/efficacia[<a href="#biblio">1</a>].</p>
<p>Una proposta che l’UNICEF – pur co-promotore della Conferenza di Alma Ata – non ha difficoltà  a far propria, lanciando nel 1982 una campagna dal titolo di “<em>A Children’s Revolution</em>”[<a href="#biblio">2</a>], in cui si teorizza la necessità di concentrarsi su quattro obiettivi specifici <em>cost-effective, </em>per altrettanti programmi<em> verticali</em>: la reidratazione orale per combattere la diarrea, le vaccinazioni, la promozione dell’allattamento al seno, l’uso sistematico delle carte della crescita .  Da quel momento le organizzazioni internazionali si allineeranno alla strategia della <em>Selective</em> <em>Primary Health Care</em> (alternativa alla <em>Comprehensive Primary Health Care</em> di Alma Ata).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>1985. Good Health at Low Cost 1</strong></p>
<p>Nell’aprile del 1985 si tiene a Bellagio un meeting internazionale organizzato dalla <em>Rockefeller Foundation, </em>dal titolo<em> Good Health at Low Cost. </em>Si studiano i sistemi sanitari di 4 paesi: <strong>Cina, Sri Lanka, Costa Rica e Kerala (stato dell’India)</strong>. Quattro realtà in cui a fronte di un PIL molto basso (e con limitate risorse destinate alla sanità) si erano ottenuti ottimi risultati in termini di salute della popolazione. Queste furono le conclusioni:</p>
<p>“I partecipanti, dopo aver esaminato i risultati presentati alla conferenza, unanimemente adottano le seguenti raccomandazioni: I quattro stati che hanno ottenuto “una buona salute a un basso costo” hanno dimostrato <strong>un chiaro impegno, politico e sociale, verso un’equa distribuzione del reddito nelle loro società</strong>. Dato questo impegno, tre ulteriori fattori sembrano aver giocato un ruolo maggiore nel loro successo, come dimostrato dal marcato declino della mortalità infantile e dei bambini al di sotto dei 5 anni e da livelli di speranza di vita alla nascita vicini a quelli dei paesi sviluppati. Questi fattori costituiscono raccomandazioni per i programmi di sviluppo in altri paesi:</p>
<ol>
<li>Equa distribuzione del reddito e accesso per tutti ai servizi di sanità pubblica e di assistenza sanitaria a partire dai livelli primari, rinforzati dai sistemi secondari e terziari.</li>
<li>Un sistema educativo accessibile a tutti, particolarmente di primo livello, con possibilità di passare al secondo e terzo livello.</li>
<li>Sicurezza di un’adeguata nutrizione in tutti gli strati della società[<a href="#biblio">3</a>].</li>
</ol>
<p>Raccomandazioni che vanno nella direzione della <em>Comprehensive</em> PHC di Alma Ata, e per questo motivo da dimenticare, perché la scelta politica è stata già fatta, a favore della <em>Selective</em> PHC, della privatizzazione della sanità  e dei programmi verticali (decisi a New York, a Londra o a Ginevra). Scelta che segnerà per decenni le politiche sanitarie dei paesi in via di sviluppo e le strategie di cooperazione sanitaria internazionale.  Il caso più clamoroso è certamente quello della Cina che smantellerà rapidamente (nel 1985 aveva già cominciato a farlo) le fondamenta del modello che aveva ottenuto così grandi risultati e ricevuto così tanti apprezzamenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>2011. Good Health at Low Cost 2</strong><em><br />
</em></p>
<p><em>‘Good Health at Low Cost’ 25 years on. What makes a successful health system? </em><strong>Dopo 25 anni (26 per l’esattezza) tornano lo stesso titolo e lo stesso sponsor, la </strong><strong><em>Rockefeller Foundation</em></strong><em>. </em>Si tratta di uno studio contenuto in un volume di quasi 400 pagine prodotto dalla <em>London School of Hygiene &amp; Tropical Medicine </em>(Editors: Dina Balabanova, Martin McKee and Anne Mills – vedi <strong>Risorse</strong>).</p>
<p>Cambiano le realtà oggetto dell’analisi, che ora sono <strong>Bangladesh, Kyrgyzstan, Ethiopia, Thailandia e lo stato indiano del Tamil Nadu.</strong>  Così come è profondamente cambiato – a distanza di un quarto di secolo (che sembra molto di più…) &#8211; il contesto generale:  politico, economico, finanziario e sociale.</p>
<p>Nel 1985 i paesi selezionati avevano forti elementi politici in comune, <em>di sinistra</em> per semplificare al massimo (come affermano gli stessi autori: “<em>To varying degree, all of the countries were left wing</em>”):  una forte presenza del settore pubblico (in certi casi, come Cina e Kerala, il settore privato era quasi inesistente),  politiche fiscali fortemente redistributive, fino ad arrivare al collettivismo cinese,   sistemi sanitari universalistici basati su un’assistenza primaria diffusa, gratuita e ben organizzata, al pari dell’istruzione primaria.</p>
<p>I cinque paesi individuati dopo 26 anni hanno caratteristiche politiche e tradizioni socio-culturali molto diverse tra loro (a differenza dei paesi scelti nel 1985, nessuno può essere considerato <em>left wing</em>), con sistemi sanitari ben lontani dai classici modelli universalistici, con una rilevante presenza del settore privato, pur con notevoli differenze tra le varie realtà: in Thailandia la spesa sanitaria pubblica rappresenta il 74% della spesa sanitaria totale, in Bangladesh la percentuale della spesa sanitaria pubblica su quella totale si abbassa al 31%.  Gli elementi (parzialmente) in comune sono il basso livello di spesa sanitaria, un grado <em>apprezzabile</em> di accessibilità e di funzionamento dei servizi sanitari e un <em>discreto</em> stato di salute della popolazione.  Gli aggettivi “<em>apprezzabile</em>” e “<em>discreto</em>” sono ovviamente relativi e frutto di una comparazione con paesi (o altri stati indiani, nel caso del Tamil Nadu) con analoghi livelli di reddito, di spesa sanitaria e di contesto epidemiologico.</p>
<p>Premesso tutto ciò, <em>What makes a successful health system? </em> <strong>Cosa rende vincente un sistema sanitario?</strong>  Secondo gli autori i fattori determinanti del successo sono:   a) la capacità, b) la continuità, c) il contesto socio-economico e culturale, d) le crisi e le finestre di opportunità (<strong>Figura 1</strong>).</p>
<p><strong>Figura 1. I 4 fattori di successo di un sistema sanitario</strong></p>
<div id="attachment_7292" class="wp-caption aligncenter" style="width: 308px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura1_gavino.jpg" target="_blank"><img class="wp-image-7292 " title="figura1_gavino" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/figura1_gavino-298x300.jpg" alt="" width="298" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La capacità</strong><br />
Questo termine comprende vari significati: <strong>competenza, abilità, impegno, credibilità, motivazione, esercizio della leadership.</strong>  Può riguardare gli individui e le istituzioni.</p>
<p>Certamente il capo di un governo che si impegna in prima persona in scelte di politica sanitaria a favore della popolazione  è un fattore di grande importanza, ma vi sono delle persone che senza aspirare a diventare leader, lavorando in seconda fila,  giocano un ruolo chiave nel rendere fattibili quelle scelte.  Questi sono <strong>i funzionari,  i “malfamati” burocrati</strong>, spesso poco pagati e poco considerati,  facile bersaglio dei commentatori politici.  Ma la riuscita dei programmi dipende in gran parte da loro e molti di loro si dedicano instancabilmente al buon funzionamento dei servizi. Certamente ci sono i casi dei burocrati corrotti e di coloro che sfruttano la posizione ricoperta per ottenere vantaggi personali. “Nei paesi studiati – affermano gli autori – c’era una chiara evidenza che le buone pratiche erano incoraggiate, mentre le cattive pratiche erano sanzionate”.</p>
<p>C’è poi la capacità delle istituzioni. Istituzioni forti forniscono un grado di stabilità che trascende le carriere degli individui e assicura la memoria “istituzionale”. Le migliori sono le <strong>“<em>learning institutions</em>”</strong>, che riescono ad apprendere e fare tesoro dalle proprie esperienze e anche da quelle di istituzioni similari, e riescono anche ad assorbire i risultati della ricerca e a produrre innovazione.</p>
<p>Le istituzioni sanitarie fanno parte di un sistema più ampio di istituzioni, con le sue regole e le sue leggi.  Una <em>governance </em>attenta,  un sistema fiscale equo, un’amministrazione trasparente sono elementi essenziali di cui si giova il sistema sanitario.</p>
<p><strong>La continuità    </strong></p>
<p>Sebbene ci sia una scuola di pensiero che pensa che dal caos possano nascere buone idee e si affida alla “distruzione creativa”,  dalla ricerca emerge l’importanza della “continuità”.</p>
<p><strong>I sistemi sanitari sono sistemi adattativi complessi.  Esso richiedono risorse che richiedono tempo per produrre, contengono istituzioni che hanno bisogno di tempo per cambiare e persone che hanno bisogno di tempo per imparare</strong>. Ciò che può essere acquisito – e con quale velocità – dipende dal punto da cui si parte, un fenomeno chiamato “<em>path dependency</em>”. I sistemi sanitari non si cambiano tutto d’un tratto e chi pensa che questo si possa fare in una sorta di “<em>big bang</em>” è destinato a rimanere deluso.</p>
<p>“Molti dei successi descritti in questo libro – sostengono gli autori – sono il frutto di un’attenta sequenza di passi incrementali”.</p>
<p>Poiché diversi paesi tra quelli selezionati sono stati destinatari di aiuti internazionali, il valore della continuità vale anche per i soggetti che si occupano di cooperazione sanitaria, governi e organizzazioni non governative.</p>
<p><strong>Il contesto</strong></p>
<p>È noto che la salute della popolazione è influenzata da molti fattori, i determinanti sociali. È evidente quindi che <strong>il contesto economico, sociale, culturale, storico </strong>influenzi sia la salute che la struttura, il funzionamento e l’accessibilità del sistema sanitario. Non sempre la buona condizione economica e di sviluppo di un paese si riflette sul sistema sanitario,  tuttavia per la Thailandia e Kyrgyzstan è stato osservato che l’aumento del reddito nazionale  ha prodotto un netto miglioramento nell’accesso ai servizi essenziali.</p>
<p>Un altro elemento importante di contesto riguarda <strong>l’identità nazionale</strong>.  Quando all’interno di un paese ci sono forti differenti etniche e linguistiche ne soffre anche il sistema sanitario per gli elementi discriminatori che ne possono derivare.  Vanno segnalati al riguardo i successi registrati in Ethiopia. Nonostante l’estrema diversità etnica e linguistica che caratterizza il paese,  strenui sforzi sono stati fatti per costruire una coerente identità nazionale, supportati da misure per giungere a un’equa distribuzione delle risorse tra differenti aree del paese.</p>
<p>Negli ultimi decenni in tutti i paesi si sono allargate <strong>le diseguaglianze economiche</strong> tra gruppi di popolazione, a cui è corrisposto un allargamento del divario nelle condizioni di salute tra ricchi e poveri.  Tranne rari casi, come la Thailandia, questo problema non è considerato come una preoccupazione per i governi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Le crisi e le finestre di opportunità</strong></p>
<p>Ci sono molti esempi di come importanti riforme sanitarie si sono sviluppate a seguito di una crisi. Ciò ha richiesto persone che avessero le visione e l’abilità di cogliere “<strong>la finestra di  opportunità</strong>” che si apriva.  Ciò è avvenuto nel caso dell’indipendenza del Bangladesh nel 1971 e del Kyrgyzstan nel 1991 e in Ethiopia nel 1994 con il cambio di regime.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p>Nonostante i successi registrati nei paesi selezionati – concludono gli autori – è chiaro che molte difficili sfide li attendono.  E non è detto che questi paesi siano in grado di superarle.  Dei quattro paesi inclusi nello studio del 1985 solo Costa Rica e Sri Lanka hanno continuato a progredire.</p>
<p><strong>Gavino Maciocco</strong>, Gavino Maciocco, Università di Firenze</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Risorse: <a href="http://ghlc.lshtm.ac.uk/" target="_blank">Good Health at Low Cost</a> </strong></p>
<p style="text-align: left;"><a id="biblio" name="biblio"></a><strong>Bibliografia</strong></p>
<div>
<ol>
<li>Walsh JA, Warren KS. Selective primary health care: an interim strategy for disease control in developing countries. New Engl. J. Med. 1979; 301(18):967-73</li>
<li title="">Grant JP (UNICEF). The State of the World’s Children, 1982-83. Oxford University Press, 1982.</li>
<li>Conferees Summary Statement. In “Good Health at Low Cost” (Edited by Halstead S.B., Walsh J.A. and Warren K.S.), p. 136. The Rockefeller Foundation, New York, 1985, in K.S. Warren, The evolution of selective primary health care, Soc. Sci. Med. 1988; 26(9):891-898</li>
</ol>
</div>
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		<title>Immigrazione in Grecia. Dagli all’Untore</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2012/05/immigrazione-in-grecia-dagli-alluntore/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 22:39:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni e salute]]></category>
		<category><![CDATA[La salute dei migranti]]></category>
		<category><![CDATA[Politica ed economia sanitaria]]></category>

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		<description><![CDATA[Maurizio Marceca e Eleni Mavromatidi

 Nella sofferenza l’uomo riesce a dare il meglio di sé. Oppure no. Nel mezzo della crisi più grave, il governo greco decide di adottare misure sanitarie eccezionali contro gli ‘Untori’ immigrati e per farlo si affida a poliziotti, infettivologi e centri ospedalieri.  Col plauso di Borghezio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/grecia_imm.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-7284" title="grecia_imm" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/grecia_imm-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Maurizio Marceca e Eleni Mavromatidi</strong></p>
<p>Nella sofferenza l’uomo riesce a dare il meglio di sé. Oppure no. Nel mezzo della crisi più grave, il governo greco decide di adottare misure sanitarie eccezionali contro gli ‘Untori’ immigrati e per farlo si affida a poliziotti, infettivologi e centri ospedalieri.  Col plauso di Borghezio.<span id="more-7283"></span></p>
<hr size="1" />
<p><em></em>Primo aprile 2012 (ma non è un pesce d’aprile). I ministri greci della sanità, Mr. Loverdos, e degli interni, Mr. Chrisochoidis, annunciano in una conferenza stampa della domenica sera un progetto finalizzato alla protezione della salute pubblica dai rischi recati dagli immigrati illegali, che sarà oggetto di un futuro provvedimento legislativo[<a href="#biblio">1,2,3</a>].</p>
<p><strong>Secondo i due ministri, il problema dell’immigrazione (in particolare di quella illegale nel centro di Atene) è una “bomba sanitaria pronta a esplodere”; il circa milione di immigrati che vive in Grecia (la maggior parte dei quali illegalmente) ha creato immensi problemi alla salute e sicurezza pubbliche; malattie precedentemente scomparse, come la lebbra, la sifilide e il colera sono drammaticamente aumentate, e ciò è dovuto all’ingresso incontrollato di immigrati illegali dall’Africa e dall’Asia</strong>[<a href="#biblio">2,4</a>]. I due ministri hanno sottolineato, ad esempio, che i casi di AIDS sono cresciuti del 1.000 %, in un contesto in cui sono registrati 620 bordelli privi di licenza[<a href="#biblio">3</a>].</p>
<p>La soluzione a questa situazione è stata individuata nel ‘<strong>Certificato di Salute’</strong>, un documento rilasciato dal Centro di Prevenzione e Controllo delle Malattie (KEELPNO; in inglese HCDCP) che, a regime, dovrà essere in possesso di tutti gli immigrati.</p>
<p><strong>Il progetto si basa su 6 linee principali di azione</strong>:</p>
<ol>
<li>ricercare e identificare le malattie diffusive portate da parte degli immigrati che entrano nel paese illegalmente;</li>
<li>rendere obbligatori i controlli sanitari per tutti gli immigrati e non selettivamente per alcuni, come è accaduto finora;</li>
<li>creare all’interno degli ospedali speciali aree di sorveglianza, sotto il controllo della polizia, degli immigrati con diagnosi di patologia infettiva contagiosa;</li>
<li>non permettere agli immigrati con patologie infettive trasmissibili di svolgere lavori che possano influire sulla salute pubblica;</li>
<li>gruppi di poliziotti, insieme con lo staff del KEELPNO effettueranno i controlli sanitari sugli immigrati illegali;</li>
<li>istituire una linea telefonica cui ogni cittadino si possa rivolgere segnalando luoghi o appartamenti dove gli immigrati vivono in condizioni di sovraffollamento e di scarsa igiene, o luoghi in cui si radunano, e che possono originare epidemie[<a href="#biblio">4</a>].</li>
</ol>
<p><strong>Il certificato di salute sarà richiesto a tutti gli immigrati che cercano lavoro, a quelli che fanno richiesta di asilo e a chiunque voglia rimanere nel paese. Ispezioni sanitarie e di igiene cominceranno immediatamente sull’intera popolazione immigrata</strong>[<a href="#biblio">3</a>]. È stato anche annunciato che la proposta di aprire tre nuovi centri ospedalieri per immigrati verrà immediatamente sottoposta alla discussione in Parlamento[<a href="#biblio">4</a>]. Misure per ‘dare un giro di vite’ all’attuale immigrazione illegale saranno attuate più vigorosamente. I proprietari di appartamenti che consentono ad immigrati illegali di viverci, così come loro datori di lavoro, verranno perseguiti severamente[<a href="#biblio">2</a>].</p>
<p>Inoltre, la nuova regolamentazione non permetterà ad alcun cittadino di offrire lavoro o alloggio a qualunque immigrato sofferente di una malattia infettiva e comunque <strong>“ai datori di lavoro sarà permesso di impiegare solo quegli immigrati che sono in possesso del certificato di salute</strong>”. Per tutti quelli che già danno lavoro a stranieri, sono concessi tre mesi di tempo per espletare tutte le procedure necessarie a farglielo ottenere[<a href="#biblio">4</a>].</p>
<p>A partire dal 1° luglio 2012, tutti gli immigrati dovranno essere in possesso del certificato di salute, in cui saranno indicati: la nazionalità; il cognome, il nome ed il nome del padre; la data ed il luogo di nascita; il domicilio; la fotografia e le impronte digitali.</p>
<p>I ministri hanno anche annunciato che entro aprile inizierà ad operare il primo centro di accoglienza per immigrati illegali, per poi creare un totale di 30 centri, 3 in ciascuna delle zone amministrative del paese, per arrivare a ospitare fino a mille immigrati. Gli immigrati illegali, hanno affermato i due ministri, vi saranno trattenuti per un periodo limitato di tempo, fino a che le procedure di espatrio non saranno completate[<a href="#biblio">3</a>].</p>
<p>Fin qui i fatti che è possibile ricostruire attraverso le fonti di informazioni greche.</p>
<p><strong>Inevitabile porsi una serie di domande</strong>: quali sono i dati scientifici a disposizione del governo che dimostrano l’esistenza di un rischio infettivologico portato dagli immigrati presenti in Grecia, ed eventualmente per quali malattie? Quali le prove di evidenza scientifica, la famosa EBM, o meglio EBP (Evidence Based Prevention), che controlli ‘a tappeto’, che vadano ad indagare (si presume) tutte le principali patologie trasmissibili, rappresentino misure efficaci di sanità pubblica? E francamente, visto l’enorme potenziale volume di indagini diagnostiche da espletare, quali le ricerche costi/efficacia disponibili? Tutto ciò appare grottesco considerando l’attuale situazione economica di quel paese e le sue prospettive future a qualche anno.</p>
<p><strong>Temiamo di avere già la risposta: non sono disponibili prove scientifiche affidabili che supportino questi indirizzi di sanità pubblica. </strong></p>
<p>L’impressione immediata è quella di un <em>deja vú</em>: già nei primi anni ’90 in Italia diversi mezzi di comunicazione di massa, attraverso servizi e articoli privi di ogni scientificità e improntati all’allarmismo, orientavano l’opinione pubblica a farsi persuasa che gli immigrati rappresentassero un serio rischio di importazione di malattie infettive.</p>
<p>L’impostazione data dai due ministri greci citati (ma la ‘imputiamo’ prevalentemente a quello della Sanità) è sovrapponibile a quella che, a suo tempo (correvano gli anni 1991-1992) fu data dall’allora Ministro della Sanità De Lorenzo. Questi, al fine di definire strategie di sanità pubblica adeguate rispetto al ‘problema’ dell’immigrazione, istituì la prima Commissione di studio sulla salute degli immigrati così composta: tropicalisti, infettivologi, un medico del turismo e … un veterinario! In quegli anni furono presentate varie proposte di controlli sanitari alle frontiere, screening obbligatori, certificati specifici per ottenere il visto, fortunatamente arenate.</p>
<p>I dati scientifici che, pur nelle difficoltà tecnico-organizzative, venivano nel frattempo raccolti, non erano infatti tali da giustificare questi provvedimenti… così come non lo sono a tutt’oggi!</p>
<p>Per tornare al caso greco, basti solo un esempio a dimostrazione di quanto ‘precarie’ possano essere le presunte giustificazioni scientifiche addotte dai decisori: cercando verifiche sull’affermazione relativa all’andamento dei casi di AIDS sul Rapporto annuale del KEELPNO relativo alla sorveglianza dell’HIV/AIDS al 31.12.2011, non abbiamo trovato il dato riferito dai ministri (aumento del 1.000%), ma quello che nei tossicodipendenti da droghe iniettabili l’AIDS è aumentato del 1.500%; nella popolazione generale il Rapporto riferisce (pag. 13) invece che l&#8217;aumento di AIDS in totale dal 2010 al 2011 è stato del 57%. Nessun dato disaggregato è disponibile con riferimento alla popolazione straniera, per cui ne deriva che uno dei principali argomenti a sostegno della decisione di introdurre tutti questi controlli risulta totalmente arbitrario [<a href="#biblio">5</a>].</p>
<p>Nella parte specificamente dedicata alle malattie trasmissibili di un volume recentemente pubblicato nella serie dello European Observatory on Health Systems and Policies dal titolo “<strong>Migration and health in the European Union</strong>”, gli autori, tirando le conclusioni, sottolineano che: “la gran parte dell’evidenza disponibile deriva da dati registrati e non tiene conto di potenziali fattori confondenti, quali lo svantaggio socioeconomico; per di più, le definizioni di migranti variano grandemente e i dati sull’incidenza e la prevalenza delle malattie tra i migranti sono lacunosi. Dappertutto, in Europa, alcune categorie di migranti sembrano essere a particolare rischio di malattie trasmissibili, particolarmente TB, infezioni HIV trasmesse tra partner eterosessuali ed epatite virale; tuttavia, sarebbe sbagliato percepire gli immigrati primariamente come una minaccia di patologie infettive alla popolazione non-migrante. Inoltre, i benefici individuali e di sanità pubblica, così come la costo-efficacia, di screening  per malattie infettive specifiche rivolti a tutti gli immigrati arrivati, o almeno a quelli da paesi ad alta endemia, rimangono aperti a dubbi considerevoli. Di particolare rilevanza sono i diritti umani degli immigrati e la loro possibilità di accedere a interventi  tempestivi, efficaci e continuativi di natura curativa e preventiva Le infezioni eventualmente acquisite nel paese ospite possono essere dovute alle condizioni di indigenza dei migranti (ad es. nel caso delle infezioni tubercolari) o ad insufficiente informazione sull’importanza delle misure preventive (ad es. incomplete vaccinazioni nei bambini immigrati). Il miglioramento delle condizioni di vita dei migranti e della loro accessibilità a servizi sanitari appropriati, inclusa l’offerta di programmi di prevenzione specifici per i migranti e di materiale informativo, può plausibilmente portare tanto ad una riduzione e ad una migliore gestione delle patologie infettive tra gli immigrati quanto ad una riduzione nell’incidenza e prevalenza delle malattie infettive in generale nel territorio europeo”[<a href="#biblio">6</a>].</p>
<p><strong>Ciliegina sulla torta: lunedì 2 aprile (e siamo già fuori dal famoso ‘pesce’…) </strong><strong>l’europarlamentare della Lega Borghezio, assurto alla fama nazionale per diverse prese di posizione relative alle politiche sull’immigrazione che ritiene giusto e necessario adottare in Italia e in Europa</strong><strong>, rilancia la notizia dell’iniziativa greca (e gliene siamo grati altrimenti avremmo rischiato di farcela scappare).</strong> Attraverso l’agenzia di stampa AgenParl apprendiamo le sue seguenti dichiarazioni: <em>&#8220;</em>La  presenza di circa un milione di immigrati, legali o meno, ha fatto sì  che in Grecia sono ricomparse malattie che si pensavano debellate: per  tale motivo da oggi tutti gli immigrati sono obbligati ad avere un certificato sanitario che ne attesti le condizioni di salute, i quali,  in caso di positività, saranno accompagnati in uno dei centri creati  appositamente negli ospedali. Qualcuno in casa nostra, di fronte ad  analoghe richieste formulate negli anni dalla Lega, ci ha accusati di  proporre norme troppo dure e che non sarebbero state avvallate dell&#8217;Ue. Ora che uno Stato membro dell&#8217;Ue ha il coraggio di attuarle responsabilmente, cosa diranno i &#8216;tartufi&#8217; di casa nostra?&#8221; [<a href="#biblio">7</a>].</p>
<p>Viene solo da commentare che c’è chi usa irresponsabilmente l’avverbio ‘responsabilmente’… quanto poi alla profumata citazione, vuoi vedere che il ‘nostro’ è così colto da alludere all’ “ipocrisia untuosa e spregiudicata dei frati-tartufi, figura chiave in tutta la tradizione novellistica da Boccaccio in poi?”[<a href="#biblio">8</a>].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Maurizio Marceca</strong>, Sapienza Università di Roma, Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM)</p>
<p><strong>Eleni Mavromatidi</strong>, Società italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM)</p>
<p style="text-align: left;"><a id="biblio" name="biblio"></a><strong>Bibliografia</strong></p>
<ol>
<li><a href="http://www.ekathimerini.com/4dcgi/_w_articles_wsite1_1_01/04/2012_435856" target="_blank">Compulsory health checks for migrants</a>. Kathimerini, 01.04.2012</li>
<li>Nikolas C. <a href="http://digitaljournal.com/article/322251" target="_blank">Greece to tackle problem of migrant communicable diseases</a>. digitaljournal.com 01.04.2012</li>
<li>AMNA. <a href="http://www.athensnews.gr/portal/1/54548" target="_blank">Immigration problem must be faced, ministers stres</a>s.  Athensnews.gr 02.04.2012</li>
<li><a href="http://www.protothema.gr/greece/article/?aid=187226" target="_blank">Health Certificate for Immigrants.</a> Protothema.gr<a href="http://www.protothema.gr/greece/article/?aid=187226">,</a> 01.04.2012</li>
<li>Ministry of Health and Social Solidarity. <a href="http://www.keelpno.gr/Portals/0/%CE%91%CF%81%CF%87%CE%B5%CE%AF%CE%B1/HIV/EPIDIMIOLOGIKO%20HIV_2011.pdf" target="_blank">Hellenic Center for Disease Control and Prevention. HIV/AIDS Surveillance in Greece</a> [PDF: 1,8 Mb]. Data reported through 31.12.2011.</li>
<li>Wörmann T, Krämer A. Communicable diseases. In: Rechel B, Mladovsky P, Devillé W, Rijks B, Petrova-Benedict R, McKee M. Migration and health in the European Union. European Observatory on Health Systems and Policies Series. Maidenhead (England), McGraw-Hill, 2011: 121-138</li>
<li>AgenParl (Agenzia Parlamentare per l’informazione politica ed economica). Immigrazione: <a href="http://www.agenparl.it/articoli/news/politica/20120402-immigrazione-borghezio-lnp-prendiamo-esempio-dalla-grecia-schediamoli-anche-noi" target="_blank">Borghezio (LNP), prendiamo esempio dalla Grecia schediamoli anche noi</a>. Agenparl.it, 02.04.2012</li>
<li>Anonimo. <a href="http://www.girodivite.it/antenati/xivsec/alighieri_dante/_ali_fio.htm" target="_blank">Dante Alighieri: opere di dubbia attribuzione. </a></li>
</ol>
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		<title>La formazione in Salute Globale. Le esperienze internazionali</title>
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		<pubDate>Tue, 01 May 2012 20:07:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione sanitaria]]></category>
		<category><![CDATA[Formazione sanitaria]]></category>

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		<description><![CDATA[Giuseppe Furia, Stefania Bruno, Serena Carovillano, Walter Ricciardi
A livello internazionale è sempre più condivisa la necessità di aggiornare l’attuale curriculum formativo delle professioni sanitarie con l’inserimento delle tematiche inerenti la Salute Globale. Lo dimostrano i ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/globe.jpg"><img class="alignleft  wp-image-7268" title="globe" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/05/globe.jpg" alt="" width="201" height="182" /></a>Giuseppe Furia, Stefania Bruno, Serena Carovillano, Walter Ricciardi</p>
<p>A livello internazionale è sempre più condivisa la necessità di aggiornare l’attuale curriculum formativo delle professioni sanitarie con l’inserimento delle tematiche inerenti la Salute Globale. Lo dimostrano i nuovi piani studio che sono nati in molti Paesi: dalla Gran Bretagna alla Svezia, dalla Germania agli USA.<span id="more-7265"></span></p>
<hr size="1" />
<p><strong>La Salute Globale (SG) è una disciplina emergente nel panorama internazionale, che </strong><strong>pone attenzione all&#8217;analisi dello stato di salute e dei bisogni della popolazione, e alle influenze che esercitano i determinanti socio-economici, politici, demografici, giuridici ed ambientali, esplicitando le interconnessioni tra il processo di globalizzazione e la salute</strong>[<a href="#biblio">1</a>].</p>
<p>La SG riconosce alle forze sociali, economiche e politiche, un ruolo attivo, anche se non sempre direttamente rintracciabile, nel processo eziopatogenetico della malattia, inserendole così nella storia della patologia.</p>
<p>Nelle Facoltà Mediche si è assistito negli ultimi anni ad un crescente interesse nei confronti delle tematiche riguardanti la SG, dovuto soprattutto alla necessità di dover rispondere ai rapidi cambiamenti degli scenari geopolitici e socioeconomici su scala mondiale, che hanno impattato inevitabilmente sulla Salute delle popolazioni.</p>
<p>A livello internazionale è sempre più condivisa la necessità di aggiornare l’attuale curriculum formativo delle professioni sanitarie con l’inserimento delle tematiche inerenti la SG. Lo dimostrano i nuovi piani studio che sono nati in molti Paesi in tutto il mondo: Gran Bretagna, Svezia, Olanda, Irlanda, Spagna, Germania, USA, Canada, Cina e Giappone. Nella gran parte di questi Paesi le proposte nel settore accademico si sono concretizzate nell’arco di pochi anni. Sono nati numerosi Consorzi e Network Universitari Internazionali che collegano molteplici facoltà di medicina, europee e non, e che offrono diverse opportunità formative nel campo della SG (TropEd, European Academic Global Health Alliance, Asia-Pacific Academic Consortium for Public Health, etc.). Il confronto con la realtà internazionale risulta di fondamentale importanza, allo scopo di comprendere la concezione e l’evoluzione della SG, nonché l’offerta formativa nei corsi di Medicina e Chirurgia e altre professioni sanitarie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In <strong>Gran Bretagna</strong> negli ultimi anni sono nate associazioni, studentesche e non, interessate alla SG, indipendenti o legate all’IFMSA (<em>International Federation of Medical Students&#8217; Associations</em>). Un esempio di associazione studentesca è il <a href="http://www.medsin.org/" target="_blank"><strong>Medsin</strong></a><strong></strong>, associazione degli studenti di medicina,  analogo del <a href="http://labmond.sism.org/" target="_blank"><strong>SISM</strong> </a>(Segretariato Italiano Studenti di Medicina) in Italia. Un esempio di organizzazione non studentesca è il <a href="http://www.medact.org/" target="_blank"><strong>Medact</strong></a><strong>, </strong>una ONG che oltre ad affrontare i temi di SG mettendoli al centro del dibattito politico internazionale, ha redatto nel 2002 un compendio di SG destinato a studenti di medicina e scienze infermieristiche (<em>Global Health Studies: Proposals for medical and nursing undergraduate teaching</em>)[<a href="#biblio">2</a>]. Inoltre nel 2000 a Londra l’interesse degli studenti per queste tematiche ha portato alla nascita dell’<em>International Health and Medical Education Centre </em><em>(CIHD). </em>Questo propone due corsi di SG al secondo e al quinto anno delle Facoltà di Medicina ed ha redatto nel 2001 una guida su “Salute Internazionale e Sviluppo” destinata agli studenti di medicina; infine ha permesso la realizzazione del Bachelor of Science (BSc), titolo accademico aggiuntivo assegnato al termine del corso di laurea in Medicina agli studenti che intraprendono un ulteriore anno di studi per approfondire determinati argomenti, e diviso in tre moduli obbligatori, due facoltativi e un progetto finale. Le tematiche di tali corsi vertono sui concetti di sviluppo, povertà, disuguaglianze, politica di assistenza sanitaria, diritti umani e della salute, malattie infettive e salute materna, ed altri ancora. Tale progetto riceve un feedback positivo da parte degli studenti, che partecipano numerosi e con entusiasmo[<a href="#biblio">3,4,5</a>].</p>
<p>Sono da menzionare anche le numerose iniziative del Medsin, come il <em>Global Health Education Project (GHEP),</em> finalizzato a promuovere la SG nelle facoltà di medicina, a permettere la formazione di un database online carico di corsi interattivi e un forum per la condivisione di idee, e a promulgare linee guida sull’inserimento di queste tematiche nel core curriculum medico come indicato dal Royal College of Phisicians[<a href="#biblio">6,7</a>].</p>
<p>In <strong>Svezia</strong> al <a href="http://www.karolinska.se/en/" target="_blank">Karolinska Institute</a> di Stoccolma, per due volte all’anno, si svolge un corso opzionale di cinque settimane, che è frequentato da oltre la metà degli studenti di medicina. Nelle prime tre settimane viene presentato il quadro socioeconomico, culturale e ambientale dei Paesi in cui gli studenti avranno l’opportunità di svolgere tirocini in paesi a risorse limitate nelle ultime due settimane. Anche tali corsi ricevono  un ottimo feedback da parte degli studenti. L’utilità di queste esperienze è rappresentata soprattutto dalla comprensione di un sistema sanitario che si dimostra ottimale non tanto per la quantità di risorse che utilizza, ma per la qualità della sua organizzazione[<a href="#biblio">5</a>]. Occorre inoltre citare il <em>World Health Chart</em>, strumento informatico gratuito e interattivo, nato nel 2001 dalla collaborazione di OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), Karolinska Institute, Università di Lund, Gapminder (organizzazione no-profit online sulla SG), con lo scopo di migliorare l&#8217;utilizzo dei dati di sviluppo globale e finalizzato allo scambio efficace di informazioni, al confronto degli indicatori di sviluppo e alla visualizzazione di dati e statistiche sullo sviluppo globale[<a href="#biblio">8</a>].</p>
<p>In <strong>Germania</strong>, sulle rilevanze di alcuni questionari somministrati agli studenti, si evince che i pochi corsi sulle tematiche di SG, caratterizzati invece da una bassa frequenza e da una conoscenza della materia scarsa da parte degli studenti, sono organizzati da associazioni studentesche e organizzazioni non governative. La mobilità all’estero è alta, senza però un’adeguata e preventiva preparazione[<a href="#biblio">9</a>]. Per questo motivo, nel 2006, il BVMD (Associazione Nazionale degli Studenti di Medicina in Germania, analogo quindi del SISM e del Medsin) ha dato vita al <em>Globalization and Health Initiative</em> (<a href="http://bvmd.de/arbeit/scoph/gandhi/ueber/" target="_blank">GANDHI</a><strong></strong>). Tale iniziativa ha l’obiettivo di creare una piattaforma di base comune a tutti gli studenti di medicina con la quale poter discutere e condividere idee e conoscenze sui problemi sanitari mondiali e inserire la SG nel curriculum medico. Le attività di GANDHI si dividono in due aree complementari: l’area dell’azione e l’area della formazione. La prima offre agli studenti l&#8217;opportunità di impegnarsi attivamente su argomenti specifici di ricerca ed inerenti l’accesso alle cure di base. La seconda invece segue due approcci, la <em>peer-to-peer education</em>, che  rappresenta il cuore della formazione e dell’informazione, la piattaforma comune, composta da un ciclo di seminari live e on-line  riguardanti la SG, e il curriculum di Salute Globale. Quest’ultimo è supportato da due progetti: <em>Didattica all’avanguardia</em>, che ha come fine l’inserimento di nuovi corsi elettivi nelle trentasette facoltà di medicina tedesche; <em>The elective pack</em>, un programma simile al modello inglese di BSc, che propone un corso annuale di Laurea in “<em>International Health</em>” (con moduli obbligatori e opzionali) e diverse altre opportunità formative[<a href="#biblio">10,11,12</a>] .</p>
<p>Negli <strong>Stati Uniti</strong> e nel <strong>Canada</strong> negli ultimi dieci anni sono nati piani di studio, programmi, centri, dipartimenti e Istituti di Salute Globale in più di quaranta Università. Si è inoltre ampliato l’insegnamento di questa disciplina anche a facoltà non sanitarie. Molti Istituti sviluppano partnership con altre istituzioni americane e d’Oltreoceano per finanziare scambi bidirezionali e promuovere attività formative in merito alla SG. Esempi importanti sono: Università di San Francisco e Duke University che hanno istituito un “Master of Science” in SG; Università di Washington e di Seattle che hanno creato il “Dipartimento di Salute Globale”. Le università John Hopkins e della Virginia  hanno fondato un “Centro di Salute Globale”, con l’intento di proporsi come centro di risorse per le attività di SG, promuovendo anche programmi di educazione, borse di studio, Master e Dottorati[<a href="#biblio">13,14</a>].</p>
<p>In risposta a tutte queste iniziative, nel 2008 è nato il “<em>Consortium of Universities for Global Health</em>” (<a href="http://www.cugh.org/" target="_blank">CUGH</a>) al fine di promuovere, facilitare e rafforzare la crescita della SG come disciplina accademica e per favorire la condivisione dei loro programmi. Il consorzio ha poi permesso di censire tutte le facoltà di medicina statunitensi e canadesi per valutare le attività nell’ambito della SG. Per tale valutazione sono stati messi a confronto quattro caratteristiche: la collaborazione con altre università, gli investimenti ed i finanziamenti nei progetti, i programmi di istruzione e di ricerca, le partnership formalizzate, finalizzate alla ricerca o allo scambio di studenti[<a href="#biblio">15</a>]. Più del 70% delle facoltà possedevano almeno tre di queste caratteristiche.</p>
<p>Il <em>Global Health Education Consortium</em> (<a href="http://globalhealtheducation.org/SitePages/Home.aspx" target="_blank">GHEC</a><strong></strong>), costituito da operatori e studenti in campo sanitario, ha permesso invece di mappare i programmi di SG negli USA e in Canada: esistono 123 Istituti e 199 programmi relativi alla SG; negli Stati Uniti gli Istituti sono distribuiti maggiormente sui confini opposti del Paese (California e Stato di New York), in Canada soprattutto in Ontario[<a href="#biblio">16</a>]. In Canada quasi tutte le Facoltà hanno un corso di SG, mentre negli USA solo la metà.</p>
<p>In generale, rispetto a qualche anno fa, i programmi in questo campo hanno subìto un notevole incremento [<a href="#biblio">16</a>]. Il GHEC ha inoltre redatto nel 2009 il <em>Global Health Essential Core Competencies</em> che evidenzia quelli che dovrebbero essere gli ambiti di conoscenza dello studente di medicina e, per ciascuno di essi, specifica le “nuove” abilità/competenze.</p>
<p>Da questa review  appare chiaro come l’inserimento di queste tematiche nell’insegnamento medico sia un processo ormai avviato in molti Paesi e  rappresenta una priorità se si vuole evitare una nuova generazione di medici con una debole vis politica e inconsapevoli dell’influenza che la globalizzazione ha sulla salute. Grazie anche al feedback positivo degli studenti e alla loro domanda formativa, i corsi, le piattaforme online, i forum e le ONG in SG sono aumentati in pochi anni in modo esponenziale, così come le risorse e la sensibilizzazione da parte degli studenti di medicina e non solo.<strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Alcuni spunti di riflessione emergono dalla presente analisi sull’offerta formativa internazionale: la SG viene intesa in modo univoco? Perché nessun curriculum dei corsi di Laurea in Medicina è stato definitivamente aggiornato con queste tematiche? Basta la sola forza degli studenti e delle ONG a perseguire questo obiettivo?</strong></p>
<p>E’ auspicabile che le future generazioni di professionisti sanitari siano adeguatamente formate su tali tematiche, in modo da poter influire sulla salute del singolo e delle comunità, riappropriandosi del loro ruolo fondamentale che le vede promotrici di  un cambiamento sociale mirato alla riduzione delle diseguaglianze in salute.</p>
<p><strong>Giuseppe Furia, Stefania Bruno, Serena Carovillano, Walter Ricciardi</strong>, Istituto di Igiene-Università Cattolica di Roma</p>
<p style="text-align: left;"><a id="biblio" name="biblio"></a><strong>Bibliografia</strong></p>
<ol>
<li>Civitelli G, Silvestrini G, Carovillano S, Rinaldi A, Bodini C, Bruno S, Marceca M, Tarsitani G, Ricciardi W e Rete Italiana Per l’Insegnamento della Salute Globale (RIISG). La rete italiana per l’insegnamento della Salute Globale: attualità e prospettive. Medici Manager  2010; 2: 14-19.</li>
<li><a href="http://www.medact.org/content/Global%20Health%20Studies%20complete%20file.pdf" target="_blank">MEDACT, Global Health Studies: Proposals for medical and nursing undergraduate teaching</a> [PDF: 750 Kb]. Ultima visita 21 Febbraio 2012.</li>
<li>University College of London (UCL), Center for International Health and Development (CIHD).  <a href="http://www.ucl.ac.uk/cihd/undergraduate/" target="_blank">Undergraduate Teaching Programme</a>. Ultima visita 21 Febbraio 2012.</li>
<li>University College of London, Center for International Health and Development. <a href="http://mediwiki.uni-koeln.de/wiki/uploads/9/94/ElectivePack.pdf" target="_blank">The medical student&#8217;s guide to essential international health and development</a> [PDF: 650 Kb]. Ultima visita 21 Febbraio 2012.</li>
<li>Yudkin JS, Bayley O, Elnour S, Willott C, Miranda J. Introducing medical students to global health issues: a Bachelor of Science degree in international health. Lancet  2003;362:822-24. Education doctors for world health. The Lancet 2001;358(9292).</li>
<li><a href="http://www.medsin.org/" target="_blank">Medsin, Global Health, local issue</a>. Ultima visita 21 Febbraio 2012.</li>
<li>Royal College of Physicians, Policy Statement 2010.<a href="http://www.sdu.nhs.uk/documents/publications/1279291348_jQjW_how_doctors_can_close_the_gap.pdf" target="_blank">How doctors can close the gap. Tackling the social determinants of health through culture change, advocacy and education </a>[PDF: 420 Kb]. Ultima visita 21 Febbraio 2012.</li>
<li><a href="http://www.gapminder.org/downloads/world-health-chart/" target="_blank">World Health Chart, Gapminder</a>. Ultima visita 21 Febbraio 2012.</li>
<li>Bozorgmehr K, Schubert K, Menzel-Severing J, Tinnemann P.<strong> </strong>Global Health Education: a cross-sectional study among German medical students to identify needs, deficits and potential benefits. BMC Med Educ 2010; 10(67): 1-19</li>
<li><a href="http://bvmd.de/arbeit/scoph/gandhi/" target="_blank">BMVD. Gandhi, Global Health</a>. Ultima visita 21 Febbraio 2012.</li>
<li>GANDHI. A career in the field of International Health. How to become an expert – while still studying (medicine) [PDF: 675 Kb]. Ultima visita 21 Febbraio 2012.</li>
<li><a href="http://bvmd.de/fileadmin/SCOPH/Positionspapier_Global_Health_med_Ausbildung_bvmd.pdf" target="_blank">BVMD German Medical Students Association; Lehre am Puls der Zeit Global Health in der medizinischen Ausbildung</a>. Ultima visita 21 Febbraio 2012.</li>
<li>Quinn TC; The Johns Hopkins Center for Global Health: transcending borders for world health. Acad Med 2008;83(2):134-42.</li>
<li>Lorntz B, Boissevain JR, Dillingham R, et al. A trans-university center for global health. Acad Med 2008;83(2):165-72.</li>
<li>Merson MH, Chapman Page K. The dramatic expansions of university engagement in global health, Implications for U.S. Policy; A Report of CSIS Global Health Policy Center; April 2009.</li>
<li>Lorntz B, Guerrant RL, Deckelbaum R. <a href="http://globalhealtheducation.org/resources/Documents/Primarily%20For%20Faculty/TRAIN_GH_Project_April08.pdf" target="_blank">Global Health Education in US &amp; Canadian Universities and Colleges. Global Health Ethics and Human Rights: Practical Applications to Multicultural Health Issues Here and Abroad</a> [PDF: Kb]. 17th Annual GHEC Conference 2008 April 3; Sacramento, California. Ultima visita 21 Febbraio 2012.</li>
</ol>
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		</item>
		<item>
		<title>Migrazioni, salute e sicurezza sul lavoro</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 23:35:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni e salute]]></category>
		<category><![CDATA[La salute dei migranti]]></category>

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		<description><![CDATA[Fabio Capacci, Carla Sgarrella
È sbagliato sostenere che esiste una questione sicurezza del lavoro legata a peculiarità del lavoratore migrante. È piuttosto vero che l’economia sfrutta la debolezza sociale del migrante per ricavare vantaggi in termini di ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/04/wotk.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7258" title="wotk" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/04/wotk.jpg" alt="" width="200" height="159" /></a>Fabio Capacci, Carla Sgarrella</p>
<p><em></em>È sbagliato sostenere che esiste una questione sicurezza del lavoro legata a peculiarità del lavoratore migrante. È piuttosto vero che l’economia sfrutta la debolezza sociale del migrante per ricavare vantaggi in termini di profitto e che ciò avviene sia quando il migrante fornisce manodopera a basso costo.<span id="more-7252"></span></p>
<hr size="1" />
<p><em></em>È nozione comune che i migranti sono esposti a rischi lavorativi maggiori rispetto alle popolazioni autoctone. Questa convinzione discende dall’osservazione delle condizioni di precarietà di vita che caratterizzano il primo periodo di permanenza nel paese “ospite”, in molti casi stabilizzate da norme che, ostacolando la regolarizzazione, creano assenza di diritto, frustrazione progettuale ed esistenziale, vulnerabilità rispetto al mercato del lavoro e rischi per la salute.  Su questo argomento ben poco vi è da analizzare essendo palesi condizioni di sfruttamento inaccettabili. <strong>L’agricoltura e l’edilizia sono i settori più a rischio, dove la mobilità dei cantieri e la flessibilità creano condizioni di lavoro nero difficili da contrastare.</strong> Regolarizzare queste situazioni attiene alla politica, essendo necessari interventi legislativi in materia di diritto del lavoro e di immigrazione.</p>
<p><strong>Diverso è il rapporto fra lavoro e salute per i migranti regolarizzati. I dati statistici indicano un continuo aumento degli infortuni fra lavoratori stranieri</strong><strong>.</strong> Dalle stime INAIL[<a href="#biblio">1</a>] riferite all’anno 2010 l’incidenza infortunistica, espressa dal rapporto tra infortuni denunciati e lavoratori assicurati, risulta per gli stranieri pari a <strong>45 casi ogni 1.000 occupati contro 39,2 per gli italiani</strong>. Nei lavoratori italiani si è registrata una riduzione degli infortuni sul lavoro di quasi il 2% nel 2010, mentre per gli stranieri la situazione è passata da 119.240 infortuni del 2009 a 120.135 del 2010 (15,5% degli infortuni complessivi), con un incremento di quasi un punto percentuale (<strong>Tabella 1</strong>).</p>
<p><strong>Tabella 1. Andamenti infortuni e malattie professionali (2009-2010)</strong></p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top"><strong> </strong></td>
<td valign="top">
<p align="center"><strong>Incidenza infortuni</strong></p>
</td>
<td valign="top">
<p align="center"><strong>Andamento infortuni</strong></p>
<p align="center"><strong>2009 &#8211; 2010</strong></p>
</td>
<td valign="top">
<p align="center"><strong>Andamento malattie professionali</strong></p>
<p align="center"><strong>2009 &#8211; 2010</strong></p>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>Lavoratori Italiani</strong></td>
<td valign="top">
<p align="center">39,2/1000</p>
</td>
<td valign="top">
<p align="center">- 2 %</p>
</td>
<td valign="top">
<p align="center">+ 22 %</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>Lavoratori altre nazionalità</strong></td>
<td valign="top">
<p align="center">45/1000</p>
</td>
<td valign="top">
<p align="center">+ 1 %</p>
</td>
<td valign="top">
<p align="center">+ 19 %</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><em>Fonte: Inail</em><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Motivi della maggior frequenza e/o gravità dei danni da lavoro</strong> nei migranti regolarizzati sono in genere considerati i seguenti:</p>
<ol start="1">
<li>impiego in lavori pericolosi, mal retribuiti, con orari e turni sfavorevoli, quelli che “<em>gli italiani non vogliono più fare</em>”;</li>
<li>maggiore vulnerabilità per scarsa formazione, difficoltà di comprensione linguistica e bassa percezione del rischio;</li>
<li>elusione delle norme di tutela del paese ospitante da parte di economie di tipo “etnico”.</li>
</ol>
<p>Il <strong>Dossier Caritas/Migrantes</strong>[<a href="#biblio">2</a>] offre ulteriori informazioni per comprendere il rapporto fra condizione di migrante e salute lavorativa:</p>
<ol start="1">
<li>tasso di attività di 11 punti più elevato degli italiani;</li>
<li>maggior bisogno di tutela, attestato dalla massiccia iscrizione ai sindacati (quasi un milione di iscritti), sia fra i regolarmente assunti sia fra quelli che lavorano nel sommerso;</li>
<li>tendenza a diventare, non appena possibile, imprenditori.</li>
</ol>
<p>L’associazione fra condizione di migrante e danni da lavoro richiede analisi attente, essendo fenomeno complesso e ricco di insospettate variabili: fra queste, problemi di salute importati dai paesi d’origine (malattie infettive, malattie genetiche, sindrome post-traumatica da stress per guerra, violenze, tortura), problemi dovuti alla migrazione ed allo stress del trasferimento e, infine, problemi legati al nuovo ambiente, incluse condizioni di lavoro o di disoccupazione ed emarginazione: precarietà abitativa, mancanza di protezione da parte del nucleo familiare lontano, difficoltà ad ottenere il riconoscimento del proprio curriculum di studio o professionale e posizioni lavorative più basse rispetto alle effettive capacità[<a href="#biblio">3</a>].</p>
<p><strong><em>I danni da lavoro sono in aumento fra i migranti?</em></strong></p>
<p>L’aumento degli infortuni sul lavoro fra i migranti è sicuramente correlabile con l’aumento della loro presenza nell’economia nazionale. Valgano, come esempio, i dati della Toscana dove gli<strong> stranieri residenti </strong>alla fine del 2002 erano il 3,6% della popolazione mentre alla fine del 2009 costituivano il 9,1% (7,0% è la media nazionale). A questi devono aggiungersi gli stranieri <strong>regolari non residenti</strong> e gli <strong>irregolari</strong>, diminuiti rispetto al 2005 per effetto del nuovo status di cittadini comunitari di rumeni e bulgari. Proporzionalmente sono aumentati i ricoveri di immigrati presso gli ospedali toscani (dal 3,3% del totale dei ricoveri nel 2000 al 6,8% nel 2010). Gli italiani si ricoverano prevalentemente per malattie cronico degenerative; fra gli stranieri prevalgono i ricoveri per patologie correlabili con le condizioni di lavoro e di vita[<a href="#biblio">4,5</a>].</p>
<p>Anche le denunce per malattie professionali occorse a stranieri hanno registrato nel 2010 un aumento importante pari al 19% (da 2.068 nel 2009 a 2.462 nel 2010), registrato anche nel caso degli italiani (incremento complessivo attorno al 22%) ed attribuibile in buona misura, per entrambi i gruppi, a malattie muscolo-scheletriche[<a href="#biblio">].</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mentre la politica italiana risente di eccessiva emotività nell’affrontare il fenomeno immigrazione, contrapponendo disponibilità all’accoglienza e respingimenti, sono carenti politiche di medio-lungo termine per la gestione dell’integrazione[<a href="#biblio">7,8,9</a>]. È così evidente l’aumentare del numero di infortuni fra i migranti con l’aumentare della loro presenza nella popolazione lavorativa, ma la mancanza di denominatori nel calcolo delle frequenze relative non permette di affermare se sono a maggior rischio di quelli italiani, se lo sono perché svolgono lavori più rischiosi o se giocano anche fattori quali precarietà esistenziale, problemi linguistici, formazione o percezione dei rischi.</p>
<p><strong><em>Gli stranieri svolgono lavori che “gli italiani non vogliono più fare”?</em></strong></p>
<p>Ciò è sostanzialmente vero ed esprime tutta la fragilità del lavoratore migrante. Sarebbe più corretto affermare che gli stranieri accettino lavori che gli italiani, grazie soprattutto alla rete familiare, si sono permessi di rifiutare. Si tratta di settori lavorativi (edilizia, metalmeccanica, siderurgia, cave, agricoltura, pulizie, badanti) dove elementi di criticità si trovano variamente intrecciati: monotonia, intenso impegno temporale, nocività, fatica, scarsa rilevanza sociale, basso reddito. Spesso il ricorso a manodopera mestamente disponibile serve a ritardare il miglioramento delle condizioni di lavoro, sfruttandolo sul fronte della competitività economica. L’attuale crisi economica globale rischia, però, di coinvolgere in questo perverso meccanismo fasce più ampie di lavoratori, coinvolgendo gli italiani.</p>
<p><strong><em>Diversa percezione dei rischi e scarsa formazione: sono cause specifiche di rischio fra i lavoratori stranieri?</em></strong></p>
<p>Il D.Lgs 81/08 considera la formazione e l’informazione strumenti fondamentali per la prevenzione sul lavoro e richiama l’obbligo di adeguarli alle esigenze degli stranieri.</p>
<p>Affermare che la diversa percezione del rischio e la scarsa formazione sono concause nell’incrementare il rischio fra i migranti, comporta due effetti: primo quello di scaricare la responsabilità sui lavoratori, secondo quello di giustificare iniziative di tutela orientate alla formazione alla sicurezza, più semplici e politicamente apprezzate, ma di efficacia difficile da provare. In realtà, i migranti presentano caratteri che, a parità di rischi, sembrano garantire maggiori capacità di auto tutela rispetto agli autoctoni. Il livello culturale è mediamente superiore a quello degli italiani impiegati negli stessi settori e la quota di immigrati che svolgono lavori avendo maggiori competenze di quelle richieste è doppia rispetto ai lavoratori nazionali[<a href="#biblio">10,11]. </a>È stato anche osservato che gli stranieri impiegati in agricoltura, grazie alla loro maggiore scolarizzazione, possono contribuire alla diffusione della cultura della sicurezza<a href="#biblio">[12</a><a href="#biblio">].</a></p>
<p>In ogni migrazione, la salute, intesa come efficienza ed adattabilità, è la principale risorsa[<a href="#biblio">13,14</a>] ed è anche per questo plausibile che la scarsa propensione all’auto-tutela attribuita ai migranti, risulti piuttosto dallo scarso impegno di alcune aziende nell’indurre comportamenti sicuri o dalla tendenza a disincentivarli. Dove il sistema di prevenzione funziona, coinvolge gli italiani come gli stranieri e la risposta di questi è spesso migliore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Economie di tipo “etnico”</strong></p>
<p>I lavoratori filippini rappresentano il 5% degli occupati stranieri, ma incidono per il 15% nei servizi alle famiglie; i cinesi (3% nell’occupazione straniera) incidono per il 13,1% nel commercio, per il 6,9% nella ristorazione, per il 5,6% nell’industria; albanesi e romeni (11,6% e 19,4% degli occupati stranieri) pesano rispettivamente per il 24,5% e il 30,4% nell’edilizia[<a href="#biblio">15</a>]. I migranti, non appena possibile, diventano imprenditori ed anche fra i titolari d’impresa stranieri, aumentati del 10%, anche in questa fase di crisi, si assiste spesso ad una specializzazione legata al paese di provenienza[<a href="#biblio">16</a>].</p>
<p><strong>Ma con il discutibile termine di “economia di tipo etnico” si vuole indicare settori in cui aziende gestite da migranti introducono nel sistema produttivo dinamiche “originali”; ciò avviene in settori con elevata presenza di ditte gestite da Cinesi, presenti in molte regioni nel tessile, nel pellettiero, nell’industria dell’arredamento</strong>[<a href="#biblio">17</a>]. La caratteristica “etnica” è legata allo sfruttamento della precarietà degli immigrati nella stessa comunità, all’interno di piccole aziende che lavorando in spazi comuni, arrivano a costituire potenti poli produttivi dotati della massima flessibilità e capaci di rispondere alle richieste in tempo reale. I costi sono contenuti anche per la gestione comune degli ambienti di lavoro, la collaborazione familiare e l’acquisto di grandi stock di materie prime. La presenza nello stesso capannone ed area produttiva determina il passaggio dall’impresa familiare a quella della media impresa e garantisce reciproca promozione. Questi aspetti, di grande interesse, contengono però elementi che facilitano condizioni di sfruttamento del lavoro, evasione fiscale e contributiva, mancata gestione di rischi, con effetti negativi sia in termini di salute che di concorrenza: la promiscuità delle aziende rende difficili eventuali verifiche su lavoratori dipendenti e favorisce il lavoro nero, i grandi capannoni sono spesso in scadenti condizioni perché nessuno ne coordina la manutenzione, l’estrema flessibilità della produzione impone orari e ritmi molto pesanti, anche notturni, e obbliga alla promiscuità fra lavoro ed attività familiari (preparare i pranzi, lavare, accudire i figli, ecc.).  La gestione interna alla comunità, ostacola l’integrazione ed i contatti si limitano alle fasi commerciali, spesso gestite da grandi marchi italiani, poco preoccupati del controllo della filiera produttiva.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>È sbagliato sostenere che esiste una questione sicurezza del lavoro legata a peculiarità del lavoratore migrante. È piuttosto vero che l’economia sfrutta la debolezza sociale del migrante per ricavare vantaggi in termini di profitto e che ciò avviene sia quando il migrante fornisce manodopera a basso costo per le aziende autoctone, sia nel caso, del tutto particolare, delle aziende cinesi. Il quadro normativo per la tutela della salute dei lavoratori vigente in Italia è adeguato a garantire diritti a tutti i lavoratori, senza distinzione alcuna. La maggiore criticità è sicuramente legata a tutti gli ostacoli, compresi i vincoli legislativi, che contribuiscono a procrastinare la precarietà esistenziale connessa con la condizione di “irregolare”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fabio Capacci, Carla Sgarrella.  Azienda Sanitaria di Firenze, Dipartimento di Prevenzione, UF PISLL zona Firenze</p>
<p style="text-align: left;"><a id="biblio" name="biblio"></a><strong>Bibliografia</strong></p>
<ol>
<li title="">INAIL Rapporto annuale 2010. INAIL, Roma, luglio 2011.</li>
<li title="">Dossier Caritas/Migrantes sull’Immigrazione, versione 2009 &#8211; XIX edizione</li>
<li>Iavicoli S. et al. La gestione dei lavoratori stranieri in Italia.<strong> </strong>G Ital Med Lav Erg 2011; 33:3, 355-362</li>
<li title=""><a href="http://www.ismu.org" target="_blank">ISMU </a>XVII Rapporto sulle Migrazioni in Italia 2011</li>
<li title="">Voller F., Da Fre M. <a href="http://saluteinternazionale.info/2011/07/la-salute-dei-migranti-in-toscana/" target="_blank">La salute dei migranti in Toscana</a>. SaluteInternazionale, 11.07.2011</li>
<li title="">INAIL Rapporto annuale 2010. INAIL, Roma, luglio 2011.</li>
<li>Fedeli U., Baussano I. La salute degli immigrati in italia: evidenze crescenti e temi trascurati nella ricerca epidemiologica.<strong> </strong>Epidemiol Prev 2010; 34(3): 48-52</li>
<li title="">Fedeli U., Marinacci C. <a href="http://www.epiprev.it/editoriale/diseguaglianze-di-salute-descrizioni-e-meccanismi-legati-alla-deprivazione-relativa-e-ass">Diseguaglianze di salute: descrizioni e meccanismi legati alla deprivazione relativa e assoluta</a>. Epidemiol Prev 2011; 35 (5-6)<strong> </strong></li>
<li>Paci E. Call for papers: Disuguaglianze di salute in Italia.<strong> </strong>Epidemiol Prev 2010; 34(3)</li>
<li>OCSE Studio. Stranieri e lavoro, 2009.</li>
<li>Carugno M. et al. Stranieri con “sangue nelle vene”: caratteristiche lavorative e culturali di una popolazione di stranieri donatori di sangue.<strong> </strong>G Ital Med Lav Erg 2011; 33(3), suppl. 2, 103</li>
<li>Masci F. et al. Italiani e migranti a confronto: la distribuzione dei fattori di rischio infortunistico in agricoltura nelle province di Milano e Lodi. G Ital Med Lav Erg 2011; 33(3), suppl. 2, 103</li>
<li> Zoppi O. et al. Migranti e rischi lavorativi. Salute e Territorio n. 88/99, 4-10; gennaio-aprile 1994</li>
<li title="">Argudelo-Suarez Andres et al. Discrimination, work and health in immigrant populations in Spain. Social, Sience &amp; Medicine, 68, 1866-1874; 2009</li>
<li title="">Berra A. I lavoratori migranti. I problemi dell’integrazione G Ital Med Lav Erg 2011; 33(3),70-374</li>
<li title="">Dossier Caritas/Migrantes sull’Immigrazione, versione 2009 &#8211; XIX edizione</li>
<li title="">Capacci F. et al The health of foreign workers in Italy. Int J Occup Environ Health 2005;11(1),64-69</li>
</ol>
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		</item>
		<item>
		<title>Come si distrugge un sistema sanitario</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 07:09:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Sistemi sanitari internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Esperienze dal campo]]></category>
		<category><![CDATA[Politica ed economia sanitaria]]></category>

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		<description><![CDATA[Gavino Maciocco

Un medico inglese torna in un ospedale africano dove ha lavorato vent’anni prima.  E ha scoperto gli effetti di un nuovo colonialismo sanitario. “Ciò di cui sono stato testimone è quello di un’industria che crea dipendenza, con una miriade di donatori esterni che competono per creare servizi paralleli indipendenti”. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/04/flag.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-7223" title="flag" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/04/flag-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Gavino Maciocco</p>
<p align="left">Un medico inglese torna in un ospedale africano dove ha lavorato vent’anni prima.  E ha scoperto gli effetti di un nuovo colonialismo sanitario. “Ciò di cui sono stato testimone è quello di un’industria che crea dipendenza, con una miriade di donatori esterni che competono per creare servizi paralleli indipendenti”. <span id="more-7218"></span></p>
<hr size="1" />
<p>&nbsp;</p>
<p align="left">Nel pieno della crisi del sistema sanitario dove lavora, con un’incombente riforma destinata a modificarne radicalmente la struttura e la missione, <strong>un medico inglese John Wright, epidemiologo clinico in Bradford, torna a visitare l’ospedale africano (di un paese dell’Africa meridionale) dove ha lavorato vent’anni prima</strong>[<a href="#biblio">1</a>]<strong>.  </strong></p>
<p align="left">Un ospedale missionario costruito negli anni sessanta per un tempo molto diverso da quello attuale, ma rimasto immutato nella sua struttura con  i reparti invasi dall’odore pungente di disinfettanti e di malattie.  Sebbene le mura siano rimaste le stesse, negli ultimi due decenni lo scenario sanitario è cambiato completamente.   <strong>L’epidemie di HIV/AIDS e di tubercolosi hanno invaso il paese e non sembrano dare segni di arretramento.</strong>  C’è più gente con l’HIV nelle colline intorno all’ospedale che in tutto il Regno Unito.</p>
<p align="left">L’AIDS ha cambiato tutto, completamente. Uno tsunami di infezioni opportunistiche ha devastato il già fragile sistema sanitario e distrutto intere comunità. Sarebbe stato necessario un deciso rafforzamento dei servizi e l’iniezione di un esercito di operatori sanitari per far fronte a un’emergenza senza precedenti.</p>
<p align="left">Ciò che è avvenuto è tutta un’altra storia. <strong>La storia di un nuovo colonialismo sanitario. Dozzine di organizzazioni, animate dalle migliori intenzioni e spinte da illimitate energie in una nuova corsa all’Africa, sono scese in campo – in gara l’una contro l’altra – per aiutare, ma – osserva Wright – soprattutto per dimostrare il loro impegno agli occhi dei loro sponsor. </strong></p>
<p align="left">I francesi hanno messo in piedi nuovi ambulatori e servizi sanitari paralleli per evitare la frustrazione di lavorare con quelli esistenti. Gli italiani hanno sviluppato la telemedicina per consentire il supporto di esperti internazionali. I britannici hanno istituito nuovi centri per l’esecuzione di test e counselling. Gli americani hanno promosso campagne a favore dell’astinenza.</p>
<p align="left">Gli effetti di questa Babele sono stati distruttivi per i servizi sanitari locali.</p>
<p align="left"><strong>L’ingresso dell’ospedale assomiglia a quello di una conferenza del G8</strong>, pieno di bandiere al vento dei paesi donatori che sembrano proclamare: compassione per la vostra impotenza, ammirazione per la nostra generosità.</p>
<p align="left">La zona dell’ospedale è piena di camper e di case mobili. Una per i test e counselling, una per la prevenzione della trasmissione HIV madre-bambino, un paio per la formazione degli infermieri, una per la circoncisione maschile, un paio, infine, a supporto dell’assistenza domiciliare.  I donatori non finanziano il rinnovamento e la manutenzione dell’ospedale; cosicchè mentre questo cade a pezzi,  quello che è cresciuto intorno sembra un macabro lunapark.</p>
<p align="left">I poster che promuovono il sesso sicuro mettono in primo piano la bandiera americana<strong>.  Sembra che il messaggio principale non sia l’efficace prevenzione dell’Aids ma la promozione del donatore USA</strong>. In un giro che Wright ha fatto nei centri di salute periferici, ha chiesto ai medici  perché quando questi discutevano di programmi di prevenzione e di cura  riferivano sempre il nome del finanziatore americano. Questa la risposta: <strong>“Una delle condizioni del programma è che lo staff deve sapere chi finanzia e c’è sempre qualcuno intorno a controllare”.</strong>  Conclusione: il riconoscimento del “marchio” è più importante dell’efficacia del programma.</p>
<p align="left">In un altro centro di salute – continua Wright – ci hanno detto che differenti team di differenti organizzazioni non governative arrivano per fornire lo stesso servizio. Un gruppo parte e un altro arriva, in una sorta di commedia Shakespiriana.  Le infermiere del centro scuotevano la testa di fronte a tanta confusione e incompetenza.</p>
<p align="left">Queste le riflessioni conclusive di Wright. “La regola d’oro dello sviluppo è la sostenibilità: ciò di cui sono stato testimone è quello di un’industria che crea dipendenza, con una miriade di donatori esterni che competono per creare servizi paralleli indipendenti. Tutti si lamentano dei limiti della <em>governance</em> africana, ma la vera soluzione sostenibile sarebbe quella di avere più fiducia e dare più fondi ai governi locali (magari con un po’ più di auditing)”.</p>
<p align="left"><strong>Wright aggiunge un (amaro) finale.  “Un medico africano mi ha detto: noi abbiamo bisogno di un servizio sanitario nazionale, che superi l’attuale estrema frammentazione dei servizi.  Quel medico pensava al NHS inglese.  Ma io – che avevo in mente la prossima approvazione della riforma – mi chiedevo se quello che vedevo in Africa non era il futuro per l’Inghilterra”. </strong></p>
<div>
<p>Gavino Maciocco, Università di Firenze<br />
<a id="biblio" name="biblio"></a><strong>Bibliografia</strong></p>
<div>
<p>Wright J. A new scramble for Africa: how rich world donors are damaging health care. BMJ 2012; 344:e2726. doi: 10.1136/bmj.e2726</p>
</div>
</div>
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		</item>
		<item>
		<title>Manifesto per il rafforzamento del personale sanitario: aderisci anche tu</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2012/04/manifesto-per-il-rafforzamento-del-personale-sanitario-aderisci-anche-tu/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 08:19:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Risorse]]></category>

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		<description><![CDATA[
Manifesto per il rafforzamento del personale sanitario &#8211; Una responsabilità collettiva per garantire il diritto alla salute: aderisci anche tu.
&#160;
&#160;
&#160;
La mancanza di operatori nella Sanità italiana non può essere risolta sottraendoli ai Paesi del Sud ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/04/Manifesto.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-7212" title="Manifesto" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/04/Manifesto-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong><a href="http://www.manifestopersonalesanitario.it/" target="_blank">Manifesto per il rafforzamento del personale sanitario</a></strong> &#8211; Una responsabi<wbr>lità collettiva per garantire il diritto alla salute: aderisci anche tu.</wbr></p>
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<blockquote><p><span id="more-7211"></span><strong>La mancanza di operatori nella Sanità italiana non può essere risolta sottraendoli ai Paesi del Sud del mondo: <a href="http://www.manifestopersonalesanitario.it/aderisci-al-manifesto" target="_blank">aderisci al manifesto</a></strong></p>
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<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=7211&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
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