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	<title>SaluteInternazionale &#187; Conflitti armati e salute</title>
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	<description>Uscire da se stessi, guardare agli altri, al mondo</description>
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		<title>Notizie di Gaza</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Mar 2012 09:24:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

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		<description><![CDATA[Angelo Stefanini

Di nuovo notizie di stragi nella Striscia di Gaza. “Se io che non faccio il giornalista riesco a trovare queste notizie, perché non ci riescono coloro che lo fanno di mestiere? E se ci riescono, perché non le pubblicano?”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/03/gazaraid.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-7073" title="gazaraid" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2012/03/gazaraid-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Angelo Stefanini</p>
<p>Di nuovo notizie di stragi nella Striscia di Gaza. “Se io che non faccio il giornalista riesco a trovare queste notizie, perché non ci riescono coloro che lo fanno di mestiere? E se ci riescono, perché non le pubblicano?”<span id="more-7072"></span></p>
<p>Leggete queste notizie e confrontatele tra loro:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><em>Corriere della Sera</em> 10 marzo 2012: &#8220;Tutto è cominciato venerdì quando, dopo il lancio di due colpi di mortaio contro Israele, un raid israeliano ha ucciso il leader dei Comitati di Resistenza Popolare Zuhir al-Qaisi e il genero&#8221;.[<a href="#biblio">1</a>]</li>
</ul>
<ul>
<li>La <em>Repubblica</em> 10 marzo: &#8220;La nuova fiammata di violenza è cominciata ieri, quando, dopo il lancio di due colpi di mortaio verso Israele, lo Stato ebraico ha risposto con il raid contro al Qaisi<em>&#8220;.</em>[<a href="#biblio">2</a>]</li>
</ul>
<ul>
<li><em>Jerusalem Post</em>, quotidiano israeliano filogovernativo, 10 marzo: &#8220;Quando l’esercito israeliano decideva di assassinare venerdì pomeriggio il leader dei Popular Resistance Committees nella striscia di Gaza sapeva in che cosa si stava mettendo. Valutazioni preventive della decisione di bombardare l’auto che trasportava Zuhair Qaisi predicevano che circa 100 razzi potevano essere lanciati in Israele in ciascun giorno della spirale di violenza che si attendava esplodesse. Questo era il prezzo che il governo decideva e era in grado di pagare<em>&#8220;</em>.[<a href="#biblio">3</a>]</li>
</ul>
<p>La prima, ovvia domanda che viene spontanea è: “Come è possibile che i due maggiori quotidiani italiani riportino notizie favorevoli all’immagine di Israele, mentre un giornale israeliano filogovernativo racconti una storia molto diversa e sostanzialmente dannosa alla reputazione di Israele?</p>
<p><strong>Ciascuno di noi, da solo, troverà la sua risposta, ne sono sicuro.</strong></p>
<p>Ciò che è comunque chiaro, a prescindere da ‘chi ha cominciato per primo’, è che Israele era pronto a portare a termine quella che viene chiamato ‘esecuzione extragiudiziaria’ o ‘assassinio mirato’, un atto condannato dal diritto internazionale come crimine di guerra, ben sapendo che ci sarebbe stata una violenta rappresaglia. Gli omicidi che Israele continua a compiere di palestinesi anche soltanto sospetti di atti di violenza rappresentano, infatti, una grave violazione della legislazione internazionale che ridicolizza l’affermazione di Israele di essere una ‘democrazia occidentale’ come tutte le altre. Perfino la Cina. L’Iran e gli USA, convinti della efficacia della pena di morte che ha indubbiamente ucciso molti innocenti, fanno almeno uso di un processo formale. Questo non avviene in Israele, dove negli ultimi dieci anni centinaia di palestinesi sono stati segretamente condannati a morte e giustiziati nei loro letti, per le strade, alla guida di un’auto o anche se costretti in una sedia a rotelle, assieme a centinaia di passanti.[<a href="#biblio">4</a>] Ma anche queste notizie appaiono ben poco nei nostri organi di informazione.</p>
<p>Pur nella loro penuria di informazioni, i nostri media italiani non tralasciano tuttavia di enfatizzare il fatto che la risposta israeliana è avvenuta dopo centinaia di razzi lanciati dai palestinesi in Israele con diversi israeliani feriti. Ma che dire del numero di razzi e bombe lanciate da Israele su Gaza? Se i nostri giornalisti volessero approfondire questo aspetto potrebbero trovare facilmente i dati utili a fare delle interessanti statistiche. Pur non essendo un giornalista mi sono avventurato nel web e guardate cosa ho trovato.</p>
<p>In un rapporto di <em>Human Rights Watch</em>[<a href="#biblio">5</a>]si legge che in 18 mesi, dal  settembre 2005 al maggio 2007, durante i quali i gruppi armati palestinesi hanno lanciato 2.700 razzi verso Israele uccidendo quattro persone, Israele ha sparato su Gaza 14.617 bombe di artiglieria pesante uccidendo almeno 17 bambini e 123 donne. Altre centinaia sono state ferite e sono stati provocati estesi danni. Il Rapporto aggiunge: “Human Rights Watch non è stato in grado di rintracciare nessun rapporto o rivendicazione che gli uccisi e i feriti dal fuoco dell’artiglieria comprendessero persone ritenute essere dei combattenti e l’IDF [<em>Israeli Defence Force</em>] non ha risposto alla richiesta di HRW di indicare se i palestinesi uccisi o feriti dal fuoco dell’artiglieria fossero combattenti o ritenuti essere combattenti. Gli attacchi di Israele su Gaza nel 2006 hanno anche lasciato nella striscia di Gaza molti ordigni inesplosi che costituiscono un costante pericolo per la vita dei palestinesi.” Questo rapporto risale al 2007. Naturalmente, prima e dopo quella data migliaia di altri palestinesi sono stati uccisi e feriti da attacchi israeliani da decine di migliaia di proiettili e bombe israeliane, compresa la guerra del 2008-2009 Operazione Piombo Fuso, anch’essa lanciata da Israele con il pretesto di doversi difendere dai razzi palestinesi.</p>
<p>Ancora: secondo l’agenzia delle Nazioni Unite OCHA[<a href="#biblio">6</a>], nel 2011 i proiettili sparati dall’esercito israeliano in Gaza sono stati responsabili della morte di 108 palestinesi, di cui 15 donne o bambini, e del ferimento di 468 palestinesi di cui 143 donne e bambini. In particolare 310 (57%) vittime sono state a causa di razzi lanciati da aerei israeliani, 150 (28%) a causa di proiettili sparati dai militari, 59 (11%) a causa di granate di carri armati e altri 18 (3%) da fuochi di mortaio israeliani.</p>
<p><strong>Qualche esempio di cose che non si leggono sui nostri giornali:</strong><strong></strong></p>
<p><strong>Lunedi 12 marzo alle 22:23 ricevo questa mail da un amico e collega che lavora con l’Organizzazione Mondiale della Sanita a Gaza</strong>: “… la situazione a Gaza è difficile e simile ai primi giorni della Guerra del 2008-2009. Le incursioni aeree hanno ucciso finora 25 persone tre delle quali sono bambini. Circa 90 persone sono state ferrite tra cui 27 bambini e 13 donne. A seguito dell’assassinio israeliano di due leader attivisti sono stati lanciati razzi da Gaza in Israele. Questa situazione si aggiunge alla difficoltà esistente dovuta alla carenza di materiale sanitario, carburante e elettricità. Ti copio sotto un messaggio di un amico:</p>
<p><em>… dobbiamo fare sapere a tutti che (a) Israele ha colpito una abitazione civile a nord di Gaza ferendo 33 persone e riducendo la casa in macerie; (b) Un bambino di 13 anni è stato tagliato in due monconi da una bomba israeliana mentre stava rientrando da scuola e 9 altri studenti sono rimasti feriti</em>.</p>
<p>È responsabilità di qualsiasi essere umano civile fare il possibile per porre termine a tutto questo o almeno per sostenere il diritto della gente di Gaza a vivere una vita dignitosa e senza pericolo. Ricordiamo a coloro che si riempiono la bocca di leggi e dovere del rispetto che esiste una legislazione umanitaria internazionale e sui diritti umani fatte apposta per fornire protezione alle popolazioni in zone di Guerra… Grazie per tutto quello che state facendo per la Palestina. Teniamo viva lo speranza , aiutiamo la Palestina a sopravvivere.</p>
<p>Sabato 10 marzo mi scrive una collega che lavora a Gaza: &#8220;qui fanno omicidi mirati, 12 in 2 gg. ed ora 4 feriti israeliani&#8230; aspetto  altro. Basta che non trovino la scusa per una altra escalation&#8221;.</p>
<p>Continua pochi minuti più tardi: … &#8220;Fatto fuori all&#8217;inizio leader comitati resistenza e un altro, poi missili di qui 4 -niente feriti, poi altri 2 e poi altri otto in uno cambio che ammonta a 12 morti qui e a 4 feriti di cui 2 non gravi in  uno solo dei lanci credo li quindi &#8230;continuerà&#8230; as salaam my dear&#8221;.</p>
<p>E più tardi ancora: …&#8221;Aggiungine altri due appena adesso, forte e sembra vicino al centro di Gaza, le ambulanza corrono… Non smetterà per un po’ sfortunatamente. Oggi il funerale di sei vittime tutte coperte talmente sbrindellate, soltanto una aveva la faccia scoperta ed era la faccia di una giovane donna&#8221;.</p>
<p>Sempre lei, lunedì 12 marzo: <em>&#8220;…</em>mi domando, vi chiedo&#8230; e spero che dall&#8217;Italia si faccia qualcosa di pubblico di diffuso per alzare l’attenzione, per denunciare, per raccontare questi ultimi 5 giorni iniziati con la rottura della calma da parte di Israele e l&#8217;omicidio mirato (!) di un resistente, in realtà con il proposito di scatenare però quello che sembra continuare come un massacro indistinto e continuo.  Ormai i civili feriti sono certamente la maggioranza, non basta evitare le zone &#8220;a rischio&#8221; nella striscia, come pure si fa, cadono dal cielo colpendo donne anziani e bambini e non solo feriscono ma li uccidono.</p>
<p>Vi invito a leggere la cronologia, e vittime (almeno 23 a quest&#8217;ora, e le modalità. Sul blog <em>occupied palestine</em> dove trovate l&#8217;ora per ora. Vi dico solo che al dipartimento di cura intensiva del maggiore ospedale ieri mi hanno detto… non abbiamo nessun ricoverato, perchè li uccidono o sono feriti non moribondi.  Ma come li uccidono? Il direttore del dipartimento di pronto soccorso, dove arrivano le vittime di Gaza city, ha visto più di una vittima decapitata dall&#8217;arma usata, come dire non più amputazioni degli  arti ma hanno regolato ad alto il tiro. O si tratta di un nuovo modello di arma?</p>
<p>Fatto sta che su 6 vittime, al funerale che ho visto passare, solo una aveva il viso scoperto, segno che le altre lo avevano devastato. Lo stesso funerale, sabato, che qualche kilometro più in là hanno attaccato da terra. Che sia o no l&#8217;inizio di un nuovo attacco più intenso francamente non fa alcuna differenza: con costanza e al ritmo di 5-10 al giorno i feriti e con il favore dell&#8217;effetto della preoccupazione spalmato sul tempo lungo, possono uccidere 150-300 persone al mese  cosi nessuno si allerta? e mirare anche male magari ed uccidere bambini e civili? e fare rientrare questo nella &#8220;politica&#8221; che dal almeno un mese o più consiste in attacchi quotidiani ai palestinesi di West Bank e Israele ai loro mezzi di sostegno, alle loro case&#8230; e ora di morti a gaza.</p>
<p><em>…</em> E magari facciamo sapere anche qui se si riesce a fare emergere questo dramma, e  a presentare il quadro completo, non solo abbattimenti di case, ma di persone, non solo espropri di terre e raccolti, ma di vita quotidiana, non solo, non solo&#8230;e dovunque mai cosi uniformemente come in questo momento… a ciascun palestinese il suo attacco, prevaricazione, usurpazione, danno permanente&#8230; così che si senta il sostegno e si lavori per la strada del dialogo anche interno che sembra la scelta ed è forse comunque la necessità?&#8221;</p>
<p><strong>Salamat da Gaza</strong></p>
<p>Se io che non faccio il giornalista riesco a trovare queste notizie, perché non ci riescono coloro che lo fanno di mestiere? E se ci riescono, perché non le pubblicano?</p>
<p><strong>Angelo Stefanini</strong>, Centro Studi e Ricerche in Salute Internazionale e Interculturale, Università di Bologna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="biblio" name="biblio"></a><strong>Bibliografia</strong></p>
<ol>
<li><a href="http://www.corriere.it/esteri/12_marzo_10/istraele-gaza-dodici-morti_f473e30c-6a91-11e1-8b63-010bde402ef9.shtml" target="_blank">Gaza, strage di militanti palestinesi. Muore leader Resistenza Zuhir al-Qaisi</a>. Corriere della Sera, 12.03.2012</li>
<li><a href="http://www.repubblica.it/esteri/2012/03/10/news/raid_palestina-31288837/" target="_blank">Raid israeliani sulla Striscia di Gaza almeno 14 i palestinesi uccisi</a>. Repubblica, 12.03.2012</li>
<li><a href="http://www.jpost.com/Defense/Article.aspx?id=261274" target="_blank">Analysis: Easy to start, hard to end</a>. Jerusalem Post, 10.03.2012</li>
<li>Gall L. <a href="http://www.diakonia.se/sa/node.asp?node=2611" target="_blank">PCHR Report on Extrajudicial Killings</a>. Diaconia, 11.09.2008</li>
<li><a href="http://www.ochaopt.org/documents/opt_prot_humanrightswatch_indiscriminatefire_july_2007.pdf">Indiscriminate Fire Palestinian Rocket Attacks on Israel and Israeli Artillery Shelling in the Gaza Strip</a>[PDF: 4,2 Mb]. Human right watch 2007;19 [1(E)]</li>
<li>Citato in <a href="http://blog.thejerusalemfund.org/2012/02/half-story-what-idfspokesperson-leaves.html"> Half the story: What @IDFSpokesperson leaves out about #Gaza</a>. Permission to narrate</li>
</ol>
<div>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=7072&type=feed" alt="" /><div class="addthis_toolbox addthis_default_style addthis_" addthis:url='http://saluteinternazionale.info/2012/03/notizie-di-gaza/' addthis:title='Notizie di Gaza ' ><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a><a class="addthis_button_compact"></a></div>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Una storia di ordinaria violenza: il caso di Hebron</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2011/06/una-storia-di-ordinaria-violenza-il-caso-di-hebron/</link>
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		<pubDate>Sun, 19 Jun 2011 20:41:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
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		<description><![CDATA[Ilaria Camplone, Aya Manaa
Colonie israeliane in Cisgiordania: troppo spesso solo una eco dal telegiornale o una faccenda di politica internazionale. Ma cosa comporta la loro presenza nella vita quotidiana della comunità? Quali gli effetti sulla ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ilaria Camplone, Aya Manaa</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2011/06/ebron.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-5891" title="Il caso Ebron" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2011/06/ebron-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Colonie israeliane in Cisgiordania: troppo spesso solo una eco dal telegiornale o una faccenda di politica internazionale. Ma cosa comporta la loro presenza nella vita quotidiana della comunità? Quali gli effetti sulla salute e sui suoi determinanti?<span id="more-5890"></span></p>
<hr size="1" />
<p>&nbsp;</p>
<p>Ho voluto indagarlo di persona, nel 2009, in sinergia con l’associazione israeliana Physicians for Human Rights (PHR)[<a href="#biblio">1</a>].</p>
<p>Dal lavoro di ricerca-azione e in collaborazione con il legale di PHR è nato uno <a href="http://www.phr.org.il/uploaded/PHR_Report_OccupiedTerritories_WadiElHasin_English_Aug2010.pdf" target="_blank">caso di studio</a> che ha informato un appello all’Alta Corte di Giustizia israeliana.</p>
<p><strong>Una storio-geografia complicata</strong></p>
<p>Hebron si trova nel sud della Cisgiordania, nel Territorio Palestinese Occupato (TPO). Una linea virtuale e barriere fisiche spaccano a metà la città nel cuore del suo mercato principale, separando il nuovo distretto commerciale -<strong> zona H1 </strong>-, dalla città vecchia &#8211; <strong>zona H2 </strong>- sede dell’antico <em>souq </em>e dei luoghi religiosi sacri ad entrambe le religioni, ebraica ed islamica.</p>
<p>Gli accordi di Oslo[<a href="#biblio">2</a>], negli anni ’90, infatti divisero la città in due parti: una dove vivono circa 160 mila palestinesi, controllata dall’autorità palestinese (H1), l’altra sotto giurisdizione militare e amministrativa israeliana (H2), abitata da 40 mila palestinesi e circa 500 coloni ebrei. Questi ultimi vivono incistati &#8211; è proprio il caso di dirlo &#8211; all’interno della città vecchia in quattro insediamenti (ognuno corrisponde approssimativamente ad un edificio) protetti da 1500 soldati israeliani. Alle porte della città, subito fuori dalla zona H2, si trovano altre tre colonie, dove vivono in totale 7000 persone. Tra queste la più rilevante per grandezza e fama è Kyriat Arba, la prima colonia fondata in Cisgiordania all’indomani della “Guerra dei sei giorni” nel 1967.</p>
<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<div id="attachment_5892" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2011/06/Mappa.jpg" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-5892 " title="Mappa" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2011/06/Mappa-300x186.jpg" alt="" width="300" height="186" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<p><strong>Che cosa sono le colonie? Chi le abita?</strong></p>
<p>Le colonie israeliane sono insediamenti all’interno dei territori palestinesi. Appaiono all’occhio di un visitatore come dei verdi centri residenziali localizzati sulle alture di tutta la Cisgiordania e circondati da alte recinzioni da cui svettano i tetti aguzzi dei villini a schiera tutti uguali. Le colonie sono l’oggetto principale del dibattito politico in atto e rappresentano una delle più grandi barriere alla soluzione del conflitto Israelo-Palestinese. Sono considerate illegali dal diritto internazionale, che proibisce il trasferimento di civili della potenza occupante nei territori occupati militarmente (<em>IV Convenzione di Ginevra</em>), ma nonostante molti organismi, tra cui l’ONU e la Corte di Giustizia Internazionale, si siano espressi sulla loro illegittimità, continuano ad espandersi a un ritmo addirittura maggiore del tasso di crescita annuo dei centri urbani israeliani (4,5% contro 1,5%)[<a href="#biblio">3</a>].</p>
<p>Ma le colonie sono molto di più.</p>
<p>In primo luogo rappresentano il principale strumento di controllo politico e territoriale. Nel loro complesso formano 149 enclavi che frammentano il TPO e limitano di gran lunga il movimento di uomini e beni palestinesi. Insieme al muro di separazione e alla rete stradale in cui il transito è permesso soltanto agli israeliani, le colonie sottraggono ai palestinesi più del 38% del territorio cisgiordano[<a href="#biblio">4</a>]. In secondo luogo, permettono a Israele di controllare le risorse naturali, soprattutto  quelle idriche. Nel 1967 Israele ha nazionalizzato i bacini acquiferi del TPO[<a href="#biblio">5</a>] appropriandosi di due terzi della sua acqua. Le colonie sono state strategiche in questa operazione perché hanno permesso ad Israele di attingere alle acque delle falde profonde e mantenerne il controllo. Il risultato è che il consumo medio palestinese è di circa 4 volte inferiore a quello dei coloni israeliani, con estremi nel governorato di Hebron dove il consumo giornaliero pro-capite di un colono è di 547 litri, contro 58 litri del suo confinante palestinese[<a href="#biblio">6</a>].</p>
<p>Eppure le colonie non sono tutte uguali e non sono uguali le motivazioni di coloro che le abitano. Una parte dei coloni è spinta semplicemente dalla convenienza economica: il costo della vita in Cisgiordania è inferiore e, qualsiasi governo sia stato al potere, gli incentivi fiscali non sono mai  mancati. Altra storia è invece quella dei “coloni ideologici”, i quali all’indomani della guerra del ’67 hanno iniziato una pianificata e violenta colonizzazione del territorio. Si tratta di ebrei ultra-religiosi e nazionalisti che si ritengono mandati direttamente da Dio a “ri-conquistare” le sacre terre di Giudea e Samaria (<em>ndr</em> Cisgiordania) e che per raggiungere i loro scopi non si astengono dall’utilizzare atti intimidatori o francamente terroristici. Sono riuniti nel movimento “Gush Emunin” (blocco dei fedeli), il cui primo leader è stato il rabbino Moshe Levinger, fondatore degli insediamenti di Hebron. Dal Gush Emunin è emerso negli anni il movimento estremista <em>Kakh</em>, in seguito dichiarato illegale dalla stessa corte di giustizia israeliana per razzismo e terrorismo. Membro di <em>Kakh</em> era anche Baruch Goldstein, colono di Kyriat Arba, medico originario di Brooklyn, che nel 1994 irruppe nella moschea di Hebron aprendo il fuoco sui fedeli in preghiera. Per aver massacrato 29 palestinesi e ferito altri 125, oggi Goldstein riposa nella tomba-mausoleo dedicata &#8220;al santo che ha dato la sua vita per il popolo ebraico, per la Torah e per la nazione di Israele&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Hebron: un caso di studio o un caso (in)umano?</strong></p>
<p>Hebron è uno dei luoghi più estremi della Cisgiordania e, sebbene forse non esemplificativa della realtà coloniale nel suo complesso, è stata scelta come oggetto di ricerca per dare voce e supporto alla negletta popolazione palestinese che vive nella zona e per studiare da vicino un movimento politico che sta infiltrando sempre più le istituzioni israeliane.</p>
<p>La peculiarità di Hebron risiede in due caratteristiche: la presenza dei coloni israeliani nel cuore di una città densamente popolata da palestinesi e la loro particolare aggressività[<a href="#biblio">7</a>].</p>
<p>Come effetto della presenza dei coloni, per consentire a poche centinaia di ebrei di condurre una routine quotidiana, l’esercito israeliano sottopone migliaia di palestinesi a rigidissime restrizioni delle principali libertà. Il movimento è severamente limitata dal sistema di “closure” che in un’area di 2-3 kmq conta 122 posti di blocco[<a href="#biblio">8</a>] e vieta ai veicoli palestinesi (inclusi mezzi pubblici e ambulanze) di circolare nelle strade, in alcune delle quali, le più centrali, è proibito loro anche di camminare. Ecco così che Shuhada Street, l’arteria centrale che una volta connetteva il <em>souk</em> ai luoghi di culto, è una strada spettrale dove si affacciano centinaia di edifici palestinesi con porte e finestre sbarrate, imbrattate di insulti e minacce, dove campeggia come unico e ripetuto simbolo <em>Magen David</em>, la stella di Davide. Soltanto i coloni possono transitare liberi in questa strada, mentre ai  palestinesi dal 2000 è vietato perfino uscire dalla porta di casa, serrata dall’esterno (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=JIDMopaycvY" target="_blank">video</a>).<br />
In tutte le attività della quotidianità i palestinesi sono quindi costretti ad evitare il passaggio su Shuhada street ed effettuare lunghe deviazioni, anche dell’ordine di kilometri, per raggiungere luoghi che distano pochi metri in linea d’aria.</p>
<p>Dal 2000 inoltre 1829 attività commerciali palestinesi[<a href="#biblio">9</a>] sono state chiuse per ordinanza militare, privando la popolazione della principale fonte di reddito. La stessa Croce Rossa Internazionale ha denunciato queste “estenuanti misure di sicurezza” come la causa della eccezionale indigenza della famiglie[<a href="#biblio">10</a>]. L’86% della popolazione palestinese residente nelle zone a controllo israeliano vive sotto la soglia di povertà e il reddito annuo è circa un terzo del resto della Cisgiordania[<a href="#biblio">4</a>].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Effetto sulla salute e i suoi determinanti</strong></p>
<p>In questa situazione anche il solo misurare l’effetto in salute non è cosa semplice. Il caso palestinese è definito “emergenza cronica complessa”, a  indicare lo stato di costante emergenza in cui la popolazione vive da decenni, ma per misurare tale cronica esposizione alla violenza mancano strumenti adeguati[<a href="#biblio">11</a>]. Salute e malattia in questa e altre aree di conflitto sono sostanzialmente descritte con indicatori quantitativi (es. tassi di mortalità, morbidità, aspettativa alla nascita, ecc.), che rilevano puntualmente l’impatto in “acuto” del conflitto, ma che sono  insufficienti a valutare l’effetto in cronico sulla salute intesa nella sua più ampia accezione di benessere bio-psico-sociale. Un approccio qualitativo è sembrato pertanto più idoneo a descrivere la concatenazione dei vari determinanti, particolarmente di quelli sociali. L’accesso alle cure e il diritto alla salute sono infatti compromessi dal deterioramento delle condizioni socio-economiche. Secondo l’OMS, il determinante sociale più rilevante nel contesto del TPO è il conflitto stesso e soprattutto, la restrizione della libertà di movimento[<a href="#biblio">12</a>], elementi emersi in modo evidente nelle interviste condotte con la popolazione e gli stakeholder locali.</p>
<p><strong>Violenza diretta e violenza strutturale</strong></p>
<p>La violenza aggrava le già precarie condizioni socio-economiche e ha un impatto devastante sul loro benessere fisico e psichico. Da un lato gli attacchi dei coloni espongono la popolazione palestinese ad una continua minaccia fisica: le aggressioni sono frequenti e donne, anziani e bambini sono spesso il target privilegiato di veri e propri assalti in cui vengono date alle fiamme persone e cose. Molti hanno dovuto porre griglie protettive alle finestre per evitare che venissero danneggiate dai continui lanci di pietre, escrementi, rifiuti o molotov. D’altro lato, la violenza non è solo la somma degli eventi cruenti, essa piuttosto è parte integrante del sistema di occupazione e agisce a livello economico, politico, legale, religioso, ambientale e culturale. Può essere definita “violenza strutturale”[<a href="#biblio">13</a>], perché talmente insita nella struttura sociale stessa, normalizzata dalle istituzioni e radicata nelle prassi, da apparire quasi legittima. <strong> </strong></p>
<p><strong>Sul piano legale</strong>, persone che vivono nello stesso territorio sono assoggettate a due diverse leggi in base alla propria “etnia”: i coloni ebrei sottoposti alla legislazione civile di Israele, i palestinesi alla legge militare, distinguo che è alla base della discriminazione sistematica che da più fonti (non ultimo l’inviato speciale dell’ONU per la il TPO Richard A. Falk[<a href="#biblio">14</a>]) viene definita “apartheid”. <strong><br />
Sul piano economico</strong>, la violenza del sistema, rendendo impossibile lo sviluppo di qualsiasi attività, è causa di povertà e disoccupazione. Alla chiusura forzata dei negozi si aggiungono altre difficoltà: le licenze commerciali dal 2000 vengono sistematicamente negate ai palestinesi e i divieti imposti sono spesso arbitrari e imprevedibili così da rendere incerta qualsiasi programmazione delle attività. <strong><br />
Sul piano civile</strong>, le libertà personali sono ridotte al minimo e anche i diritti basilari negati. A causa della “<em>closure</em>” molti servizi, inclusi quelli sanitari risultano di fatto inutilizzabili. Capita spesso che ai check point le ambulanze vengano fatte aspettare ore o addirittura respinte, nonostante tutte le procedure formali siano rispettate. La nostra ricerca documenta numerosi casi di persone in stato di emergenza che non sono potute essere trasportate in ospedale a causa di decisioni arbitrarie dei soldati.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Tale violenza, direttamente correlata alla presenza degli insediamenti, è silente e impunita. A partire dai singoli coloni personalmente protagonisti delle aggressioni, fino allo Stato israeliano che viola leggi e trattati internazionali, nessuno paga per le azioni che commette. A nessuna condanna degli organismi internazionali sono mai seguite sanzioni. Israele è libero di continuare nella sua strategia coloniale e oppressiva perché politicamente protetto dall’alleanza con l’occidente. Se quindi neanche i trattati internazionali sono sufficienti a garantire il rispetto dei diritti umani, come agire per tutelare i civili palestinesi? Una risposta nonviolenta ci viene dalla società civile palestinese che, inspirata dalla lotta contro l’apartheid in Sudafrica, nel 1995 ha lanciato la campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni),  successivamente appoggiata dalla comunità internazionale e dalle associazioni israeliane che si oppongono all’occupazione. Il<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.bdsmovement.net/"> movimento BDS</a></span></span> si propone di fare leva sugli interessi economici della potenza occupante, promuovendo a livello globale il boicottaggio dei prodotti, disincentivando gli investimenti in Israele e chiedendo alle istituzioni internazionali l’imposizione di sanzioni economiche, con l’obiettivo di costringere lo stato ebraico al rispetto dei diritti umani fondamentali, a porre fine alla occupazione e a riconoscere il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. La società civile palestinese chiede ad ognuno di noi partecipare ad una lotta nonviolenta partita dal basso che ponga Israele davanti alle sue responsabilità.</p>
<p>Occuparsi di salute è anche questo: documentare, denunciare, partecipare.</p>
<p>Ilaria Camplone, Centro Studi e Ricerche in Salute Internazionale e Interculturale, Università di Bologna., Aya Manaa, operatrice umanitaria palestinese</p>
<p><a id="biblio" name="biblio"></a><strong>Bibliografia</strong></p>
<ol>
<li>Physicians for Human Rights (<a href="http://www.phr.org" target="_blank">PHR</a>)</li>
<li>Protocol Concerning the Redeployment in Hebron, January 17, 1997.</li>
<li>Pianificare l’oppressione. E. Bartolomei, N. Perugini, C. 	Tagliacozzo. 2010</li>
<li> OCHA. The humanitarian impact on Palestinians of Israeli settlements 	and other infrastructure in the West Bank. July 2007.</li>
<li> <a href="http://www.israellawresourcecenter.org/israelmilitaryorders/israelimilitaryorders.htm" target="_blank">Military Order 92</a><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"> </span></span></li>
<li> Palestinian Water Authority, citato in un articolo di Amira Hass, 31 	August 1998. Ha’aretz.</li>
<li> OCHA Special Focus. Israeli settler violence against Palestinian 	civilians and their property.</li>
<li>Hebron today Temporary International Presence in the City of Hebron <a href="http://www.tiph.org/en/About_Hebron/Hebron_today/" target="_blank">(TIPH) </a></li>
<li>West Bank: illegal settlements cause hardship for Palestinians. <a href="http://www.icrc.org/eng/resources/documents/interview/palestine-interview-090609.htm" target="_blank">Intervista a Matteo Benatti </a>08.06.2009</li>
<li> Mataria A, Giacaman R, Stefanini A, Naidoo N, Kowal P, Chatterji S. The Quality of Life of Palestinians under a Chronic 	Political Conflict: Assessment and Determinants. Economic 	Research Forum, Working paper no 428, August 2008.</li>
<li> WHO Eastern Mediterranean Regional Office, Social Determinants of 	Health – Palestine country paper, March 2006.</li>
<li> Galtung J. Violence, peace and peace research.  J Peace Res 	1969, 6:167–191.</li>
<li>Falk, Richard 	(30 August 2010). <a href="http://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/65/331" target="_blank">Situation of human rights in the Palestinian 	territories occupied since 1967</a>. A/65/331. United Nations 	General Assembly.</li>
</ol>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=5890&type=feed" alt="" /><div class="addthis_toolbox addthis_default_style addthis_" addthis:url='http://saluteinternazionale.info/2011/06/una-storia-di-ordinaria-violenza-il-caso-di-hebron/' addthis:title='Una storia di ordinaria violenza: il caso di Hebron ' ><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a><a class="addthis_button_compact"></a></div>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Salute e Guerra a Kabul</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Jan 2011 06:33:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Sistemi sanitari internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>

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		<description><![CDATA[Maurizio Murru
È   lecito porsi delle domande sull’efficacia dei circa 17 miliardi di dollari in aiuti spesi in Afghanistan negli ultimi sette anni; domande sull’efficacia della presenza straniera (sia di quelle militare che di ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Maurizio Murru</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2011/01/afghanistan.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-5178" title="Guerra" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2011/01/afghanistan-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>È   lecito porsi delle domande sull’efficacia dei circa 17 miliardi di dollari in aiuti spesi in Afghanistan negli ultimi sette anni; domande sull’efficacia della presenza straniera (sia di quelle militare che di quella civile); domande sul futuro del paese.<span id="more-5174"></span></p>
<hr size="1" /><strong>Il presente dell’Afghanistan è tormentato quanto il suo passato. Forse anche di più. Ingolfato in una guerra che non accenna a spegnersi, sta faticosamente tentando di organizzarsi, di darsi istituzioni legittime, leggi, procedure, regole</strong>. Ma lo sta facendo con il fiato sul collo di pesanti ingerenze esterne (dagli Stati Uniti al Pakistan, dai Paesi NATO alla Russia, dalla Cina al’India) e sotto la guida di un governo corrotto, spesso incompetente e dalla legittimità molto discutibile (e molto discussa).</p>
<p>Il sistema legale e amministrativo è confuso, con leggi vecchie e nuove che convivono e procedure non standardizzate, non internalizzate e non ben conosciute nemmeno da coloro che dovrebbero applicarle. Esiste una forte tensione fra le Autorità centrali, desiderose di esercitare il potere attribuito loro dalla Costituzione del 2004, e quelle periferiche (provinciali e distrettuali) che tentano (spesso riuscendoci) di agire in modo più autonomo.</p>
<p><strong>Gli aiuti internazionali  finanziano il 90% della spesa pubblica.</strong> Nell’anno finanziario 2008/2009 il totale degli aiuti è stato di 5,5 miliardi di dollari, circa il 47% del Prodotto Interno Lordo. Fra il 2002/2003 e il 2008/2009, il 75% degli aiuti è stato erogato “off budget”, vale a dire, al di fuori del controllo (e, spesso, della conoscenza) del Governo[<a href="#biblio">1</a>]. Una considerevole parte di tali fondi ha finanziato iniziative rispondenti più alle inclinazioni dei donatori che alle necessità del paese[<a href="#biblio">2</a>].</p>
<p><strong>Il sistema sanitario Afghano ha sempre offerto servizi lacunosi, di scarsa qualità e con copertura limitata. Si stima che, prima del 2001, solo il 9% della popolazione avesse accesso a servizi sanitari</strong> [<a href="#biblio">3</a>]. Questi erano concentrati nei centri urbani e consistevano in pochi grandi ospedali e in un limitato numero  di strutture nelle aree rurali. Alla caduta del regime Talebano, il sistema era ridotto ai minimi termini.</p>
<p><strong>Tabella 1. Principali indicatori demografici, economici e sanitari con anno di riferimento e fonti utilizzate </strong>( Vedi <a href="#risorsa">Risorsa</a> per una più ampia serie di indicatori)</p>
<table style="height: 473px;" border="1" cellspacing="0" cellpadding="7" width="525">
<col width="16"></col>
<col width="237"></col>
<col width="73"></col>
<col width="69"></col>
<col width="147"></col>
<tbody>
<tr valign="TOP">
<td width="16">N°</td>
<td width="237"><span style="color: #0070c0;"> <strong>Indicatore</strong> </span></td>
<td width="73"><span style="color: #0070c0;"> <strong>Valore</strong> </span></td>
<td width="69"><span style="color: #0070c0;"> <strong>Anno</strong> </span></td>
<td width="147"><span style="color: #0070c0;"> <strong>Fonte</strong> </span></td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="16"><span style="font-size: x-small;">01 </span></td>
<td width="237"><span style="font-size: x-small;">Popolazione 			totale </span></td>
<td width="73"><span style="font-size: x-small;">27.208.000 </span></td>
<td width="69"><span style="font-size: x-small;">2008 </span></td>
<td width="147">
<p lang="en-US"><span style="font-size: x-small;">World 			Health Statistics, World Health Organization, 2010 </span></p>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="16"><span style="font-size: x-small;">02 </span></td>
<td width="237"><span style="font-size: x-small;">Popolazione al 			di sotto della soglia di povertà </span></td>
<td width="73"><span style="font-size: x-small;">36% </span></td>
<td width="69"><span style="font-size: x-small;">2007 / 2008 </span></td>
<td width="147">
<p lang="en-US"><span style="font-size: x-small;">Afghanistan 			Economic Update, World Bank, April 2010 </span></p>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="16"><span style="font-size: x-small;">03 </span></td>
<td width="237"><span style="font-size: x-small;">Tasso di 			mortalità infantile </span></td>
<td width="73"><span style="font-size: x-small;">165 per 1000 			nati vivi </span></td>
<td width="69"><span style="font-size: x-small;">2008 </span></td>
<td rowspan="4" width="147">
<p lang="en-US"><span style="font-size: x-small;">World 			Health Statistics, World Health Organization, 2010 </span></p>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="16"><span style="font-size: x-small;">04 </span></td>
<td width="237"><a name="_GoBack"></a><span style="font-size: x-small;">Tasso 			di mortalità dei bambini al di sotto dei 5 anni di età </span></td>
<td width="73"><span style="font-size: x-small;">257 per 1000 			nati vivi </span></td>
<td width="69"><span style="font-size: x-small;">2008 </span></td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="16"><span style="font-size: x-small;">05 </span></td>
<td width="237"><span style="font-size: x-small;">Tasso di 			mortalità materna </span></td>
<td width="73"><span style="font-size: x-small;">1.600 per 			100.000 nati vivi </span></td>
<td width="69"><span style="font-size: x-small;">2000 – 2009 </span></td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="16"><span style="font-size: x-small;">06 </span></td>
<td width="237"><span style="font-size: x-small;">Tasso di 			alfabetizzazione della popolazione adulta </span></td>
<td width="73"><span style="font-size: x-small;">28% </span></td>
<td width="69"><span style="font-size: x-small;">2000 – 2007 </span></td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="16"><span style="font-size: x-small;">07 </span></td>
<td width="237"><span style="font-size: x-small;">Indice di 			Sviluppo Umano </span></td>
<td width="73"><span style="font-size: x-small;">0.349 </span></td>
<td width="69"><span style="font-size: x-small;">2010 </span></td>
<td rowspan="2" width="147"><span style="font-size: x-small;">Human 			development Report 2010,  <span style="font-size: x-small;"><em>The 			Real Wealth of Nations, Pathways to Human development, UNDP 			Novem</em> <span style="font-size: x-small;">ber 			2010 </span></span></span></td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="16"><span style="font-size: x-small;">08 </span></td>
<td width="237"><span style="font-size: x-small;">Posizione in 			base all’Indice di sviluppo umano </span></td>
<td width="73"><span style="font-size: x-small;">155 su 169 paesi 			studiati </span></td>
<td width="69"><span style="font-size: x-small;">2010 </span></td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="16"><span style="font-size: x-small;">09 </span></td>
<td width="237"><span style="font-size: x-small;">Prodotto Interno 			Lordo (PIL) in miliardi di dollari USA </span></td>
<td width="73"><span style="font-size: x-small;">14,5 </span></td>
<td width="69"><span style="font-size: x-small;">2009 – 2010 </span></td>
<td rowspan="2" width="147">
<p lang="en-US"><span style="font-size: x-small;">Afghanistan 			Economic Update, World Bank April 2010 </span></p>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="16"><span style="font-size: x-small;">10 </span></td>
<td width="237"><span style="font-size: x-small;">Tasso di crescita del PIL </span></td>
<td width="73"><span style="font-size: x-small;">22.5 % </span></td>
<td width="69"><span style="font-size: x-small;">2009 – 2010 </span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Vista l’impossibilità per il governo Afghano di erogare servizi sanitari su ampia scala, i maggiori donatori (ma, soprattutto, la Banca Mondiale) hanno spinto per la contrattazione dei servizi ad Organizzazioni non Governative (contracting out ). Attualmente il Ministero della Sanità gestisce tre dei cinque Ospedali Regionali, pochi ospedali provinciali e le strutture sanitarie di tre provincie (Kapisa, Laghman e Parwan). Tutte le altre strutture sanitarie sono gestite, in modo autonomo, da ONG finanziate dai donatori (prevalentemente Banca Mondiale, Unione Europea ed USAID) sulla base di contratti.</p>
<p>Il 73% dei contratti è stipulato con ONG Afghane ed il rimanente 27% con ONG internazionali [<a href="#biblio">4</a>].</p>
<p>Le unità sanitarie delle tre Provincie di Kapisa, Laghman e Parwan sono gestite, con fondi della Banca Mondiale, dal Ministero della Sanità attraverso il “Ministry of Public Health Strengthening Mechanism”. L’erogazione dei servizi viene definita una forma di “contrattazione interna” (contracting in). Secondo le valutazioni finora eseguite non ci sono differenze significative fra i risultati ottenuti con la contrattazione esterna e con quella interna [<a href="#biblio">5</a>].</p>
<p><strong>La contrattazione sembra avere dato risultati positivi in termini di copertura ma c’è da chiedersi quali saranno, nel lungo termine, le conseguenze di avere posto la quasi totalità del sistema sanitario nelle mani di Organizzazioni non Governative finanziate con fondi esterni. </strong></p>
<p>Uno studio eseguito e presentato al MOPH nel 2003 ha stimato il costo dell’erogazione di un pacchetto di servizi essenziali (Basic Package of Health Services -BPHS-), in Afgahnistan, a 4,5 dollari per persona all’anno[<a href="#biblio">6</a>]. Nel 2010 il costo in questione  è stato rivisto “al rialzo” ed è stato stimato a 4,96 dollari per persona all’anno[<a href="#biblio">7</a>].</p>
<p>Su questa base vengono stilati i contratti delle ONG che gestiscono la maggior parte delle strutture sanitarie. Questa stima è talmente bassa che non meriterebbe nemmeno di essere commentata, se non fosse per il fatto che è stata accettata ed adottata da organizzazioni prestigiose e dai loro competenti funzionari.</p>
<p><strong>È   ovvio che, con meno di 5 dollari pro capite all’anno, pesanti compromessi debbano essere accettati sia sul piano della qualità dei servizi erogati, sia su quello della loro effettiva copertura. </strong></p>
<p><strong>Il Rapporto sulla salute nel mondo pubblicato dall’OMS nel novembre 2010, stima il costo dell’erogazione di un pacchetto di servizi sanitari essenziali, nei paesi a basso reddito, a 44 dollari all’anno per persona</strong>[<a href="#biblio">8</a>].</p>
<p>Ulteriori dubbi possono essere alimentati dall’elevata utilizzazione dei servizi sanitari privati. Secondo i risultati di uno studio condotto, nel 2006, in 29 Provincie, con un campionamento considerato rappresentativo del 72% della popolazione, il 55% dei malati si rivolge al settore privato per la prima visita[<a href="#biblio">9</a>].</p>
<p>Secondo uno studio realizzato nel 2008 in cinque provincie (Badghis, Baghlan, Laghman, Loghar e Nimroz) e pubblicato nel 2009  <strong>, il 58% dei malati si rivolge al settore privato per la prima visita e il 75% per le visite seguenti</strong>[<a href="#biblio">10</a>]. Entrambi gli studi citati riguardavano, prevalentemente, le aree rurali. È   plausibile che, nelle aree urbane, l’utilizzazione del settore sanitario privato sia superiore. Viene spontaneo chiedersi perché percentuali così elevate di una popolazione poverissima preferiscano utilizzare  servizi sanitari privati, a pagamento, piuttosto che servizi pubblici gratuiti.</p>
<p>La spesa sanitaria pubblica è aumentata da 193,1 milioni di dollari nel 2004/2005 a 277,7 milioni di dollari nel 2008/20009. Circa l’80% di questa cifra (223,5 milioni di dollari) proviene dai donatori che, negli ultimi sei anni, hanno investito circa 820 milioni di dollari nel settore sanitario Afghano[<a href="#biblio">11</a>].</p>
<p>La spesa sanitaria totale è stimata fra i 19.25 dollari e i 34,65 dollari all’anno a persona.  La spesa sanitaria pubblica annuale pro capite, nel 2008 / 2009, è stata stimata a 10,92 dollari. Il rimanente, per più del 92%, proviene dalle tasche dei cittadini (  out of pocket expenditure )[<a href="#biblio">11</a>].</p>
<p><strong>Le risorse umane, oltre ad essere scarse in termini assoluti, sono mal distribuite</strong>: circa il 74,5% si trova nelle aree urbane, dove vive il 24% circa della popolazione totale. Il 40% degli operatori sanitari è impiegato dall’MOPH, il rimanente 60% è impiegato da ONG che, lo ricordiamo, sono responsabili della gestione della maggior parte delle strutture sanitarie del paese [<a href="#biblio">11,12</a>]. Il personale impiegato dall’MOPH è soprattutto concentrato a livello centrale e nelle tre Provincie nelle quali si attua il cosiddetto “Strengthening Mechanism” (Kapisa, Laghman e Parwan). La carenza di personale è più grave nel settore infermieristico e specialmente per quanto riguarda operatori sanitari di sesso femminile, particolarmente importanti per ragioni culturali.</p>
<p>Nel paese operano circa 20.000 <em>Community Health Workers</em> (CHWs), Operatori Sanitari Comunitari, che ricevono una formazione sommaria sui principi base della medicina preventiva: 45 giorni in tutto, suddivisi in tre fasi di 15 giorni ciascuna.</p>
<p>L’esperienza fatta con i CHWs negli ultimi tre decenni, in vari paesi, non ha dato i risultati sperati. Pare che questo sia il caso anche in Afghanistan, nonostante l’importanza che il Ministero della Sanità conferisce a questa figura. Una inchiesta eseguita nel 2006 ha rivelato che solamente il 25% della popolazione è al corrente dell’esistenza dei CHWs; inoltre delle persone che erano state malate nelle due settimane prima dell’inchiesta, solamente il 3% si era rivolto ai CHWs[<a href="#biblio">9</a>].</p>
<p>È   difficile prevedere l’evoluzione del sistema sanitario. Anche perché esso fa parte del più ampio sistema paese e l’evoluzione del paese è incerta.</p>
<p><strong>Un aspetto che stupisce è che, in molti documenti, l’Afghanistan venga definito un paese in situazione di “post conflict”. Come se la guerra fosse finita. Non lo è.  L’insicurezza è, anzi, in aumento. Ai vari gruppi di “insorti”, molti dei quali operano in modo autonomo, si aggiungono bande di criminali armati sempre più numerose e fuori controllo. </strong></p>
<p><strong>Questo si traduce in condizioni di vita sempre più difficili per la maggior parte della popolazione, specialmente, ma non solo, nelle aree rurali. La libertà di movimento è ridotta. Molte scuole sono chiuse. Anche molte unità sanitarie sono chiuse, o funzionano irregolarmente.</strong></p>
<p>Secondo numerose testimonianze da noi ricevute, da parte di operatori stranieri che lavorano in aree rurali e da parte di operatori afghani che lavorano in aree rurali o hanno le loro famiglie che ci vivono  <strong>, la situazione della maggior parte della popolazione è disperata e sta peggiorando.</strong> Questo, nonostante molti dei rapporti e delle statistiche ufficiali suggeriscano il contrario.</p>
<p>La maggior parte dei dati disponibili è costituita da stime di discutibile accuratezza ed affidabilità. L’ultimo censimento è stato effettuato nel 1979 e l’analisi dei risultati non è mai stata completata a causa dell’invasione sovietica. Ciò significa che la popolazione totale, il denominatore della maggior parte degli indicatori utilizzati, non è conosciuta. Le stime oscillano fra i 23 ed i 30 milioni. Vasti movimenti di popolazione (rifugiati di ritorno, sfollati che, tuttora, abbandonano le loro case) confondono ulteriormente la situazione.</p>
<p><strong>È   lecito porsi delle domande sull’efficacia dei circa 17 miliardi di dollari in aiuti spesi in Afghanistan negli ultimi sette anni; domande sull’efficacia della presenza straniera (sia di quelle militare che di quella civile); domande sul futuro del paese. </strong></p>
<p>L’appoggio esterno, sia finanziario che tecnico, sarà ancora necessario per decenni.</p>
<p>Ma un appoggio esterno che fornisca “  more of the same”, vale a dire, le stesse politiche, le stesse strategie, gli stessi rimedi, rischia l’inefficacia cronica e lo spreco sconsiderato.</p>
<p><strong>Sarebbero necessarie analisi di tipo nuovo sulle quali basare strategie diverse, genuinamente interessate alla vita della popolazione afghana. </strong></p>
<p><strong>Non ci pare di vedere niente di simile all’orizzonte. </strong></p>
<p>Maurizio Murru, esperto di sanità internazionale, ha svolto recentemente una missione di valutazione del sistema sanitario afghano.</p>
<p><a id="risorsa" name="risorse"></a><strong>Risorsa</strong></p>
<p>Islamic Republic of Afghanistan. <strong>A Basic Package of Health Services for Afghanistan – 2010/1389</strong> (Revised July 2010)<strong> </strong>[<a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2011/01/Basic_Pack_Afghan_2010.pdf">PDF: 1,39 Mb</a>]<strong><br />
</strong></p>
<p><a id="biblio" name="biblio"></a><strong>Bibliografia</strong></p>
<ol>
<li>World Bank. Poverty Reduction, Economic Management, Finance and 	Private Sector Development Unit, South Asia Region, April 2010, 	Afghanistan Public Expenditure Review 	2010.<span> </span></li>
<li>Waldman M, ACBAR advocacy series, Kabul, March 2008, Falling 	short, aid effectiveness in Afghanistan.</li>
<li><span> </span>Newbrander W, Ickx P, Leitch GH. 	Addressing the immediate and long-term health needs in Afghanistan. 	Harvard Health Policy Review 2003; 	4: 24-31.</li>
<li><span> </span>World Bank.  Building on early 	gains: challenges and options for Afghanistan’s health and 	nutrition sector. Washington:  World Bank, 2010</li>
<li> Arur A, Peters D, Hansen P, Mashkoor M A, Steinhard L C, Burnham G.	Contracting for health and curative 	care use in Afghanistan between 2004 and 2005. 	Health Policy and Planning 2010; 	25(2): 135-144.</li>
<li>Newbrander W, Yoder R, Fishtein P, Mubarak SM, Lewis E, Bilby A. For 	Management Sciences for Health, 2003, Costing 	of the Basic Package of Health Services for Afghanistan, 	submitted to Ministry of Health, Kabul, March 31<sup>st</sup> 2003.</li>
<li>Ministry of Public Health, July 2010. A 	Basic Package of Health Services for Afghanistan, Revised</li>
<li>World Health Organization. <a href="http://www.who.int/whr/2010/en/index.html" target="_blank">World 	Health Report 2010. Health Systems Financing, The path to universal 	coverage. </a>Geneva; WHO, 2010.</li>
<li>Ministry of Public Health, Directorate of Policy and Planning, 2006. Afghanistan Health Survey 2006, 	Estimates of Priority Health Indicators for Rural Afghanistan, 	2006.</li>
<li>USAID 2009. Afganistan Private Sector 	Health Survey</li>
<li>World Bank. Building on early 	gains: challenges and options for Afghanistan’s health and 	nutrition sector. Washington: World Bank, 2010.</li>
<li>Ministry of Public Health. Human Resource Development Cluster, 2010, 	Priority Programs number five: Human 	Resources for Health, presented for 	consideration at the Kabul Conference, 20 July 2010.</li>
</ol>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">
<p>Maurizio Murru</p>
<p>È   lecito porsi delle domande sull’efficacia dei circa 17 miliardi di dollari in aiuti spesi in Afghanistan negli ultimi sette anni; domande sull’efficacia della presenza straniera (sia di quelle militare che di quella civile); domande sul futuro del paese.</p>
<p>Il presente dell’Afghanistan è tormentato quanto il suo passato. Forse anche di più. Ingolfato in una guerra che non accenna a spegnersi, sta faticosamente tentando di organizzarsi, di darsi istituzioni legittime, leggi, procedure, regole. Ma lo sta facendo con il fiato sul collo di pesanti ingerenze esterne (dagli Stati Uniti al Pakistan, dai Paesi NATO alla Russia, dalla Cina al’India) e sotto la guida di un governo corrotto, spesso incompetente e dalla legittimità molto discutibile (e molto discussa).</p>
<p>Il sistema legale e amministrativo è confuso, con leggi vecchie e nuove che convivono e procedure non standardizzate, non internalizzate e non ben conosciute nemmeno da coloro che dovrebbero applicarle. Esiste una forte tensione fra le Autorità centrali, desiderose di esercitare il potere attribuito loro dalla Costituzione del 2004, e quelle periferiche (provinciali e distrettuali) che tentano (spesso riuscendoci) di agire in modo più autonomo.</p>
<p>Gli aiuti internazionali finanziano il 90% della spesa pubblica. Nell’anno finanziario 2008/2009 il totale degli aiuti è stato di 5,5 miliardi di dollari, circa il 47% del Prodotto Interno Lordo. Fra il 2002/2003 e il 2008/2009, il 75% degli aiuti è stato erogato “off budget”, vale a dire, al di fuori del controllo (e, spesso, della conoscenza) del Governo[1]. Una considerevole parte di tali fondi ha finanziato iniziative rispondenti più alle inclinazioni dei donatori che alle necessità del paese[2].</p>
<p>Il sistema sanitario Afghano ha sempre offerto servizi lacunosi, di scarsa qualità e con copertura limitata. Si stima che, prima del 2001, solo il 9% della popolazione avesse accesso a servizi sanitari [3]. Questi erano concentrati nei centri urbani e consistevano in pochi grandi ospedali e in un limitato numero di strutture nelle aree rurali. Alla caduta del regime Talebano, il sistema era ridotto ai minimi termini.</p>
<p>Tabella 1. Principali indicatori demografici, economici e sanitari con anno di riferimento e fonti utilizzate ( Vedi Risorsa per una più ampia serie di indicatori)</p>
<p>N°     Indicatore     Valore     Anno     Fonte</p>
<p>01     Popolazione totale     27.208.000     2008</p>
<p>World Health Statistics, World Health Organization, 2010</p>
<p>02     Popolazione al di sotto della soglia di povertà     36%     2007 / 2008</p>
<p>Afghanistan Economic Update, World Bank, April 2010</p>
<p>03     Tasso di mortalità infantile     165 per 1000 nati vivi     2008</p>
<p>World Health Statistics, World Health Organization, 2010</p>
<p>04     Tasso di mortalità dei bambini al di sotto dei 5 anni di età     257 per 1000 nati vivi     2008</p>
<p>05     Tasso di mortalità materna     1.600 per 100.000 nati vivi     2000 – 2009</p>
<p>06     Tasso di alfabetizzazione della popolazione adulta     28%     2000 – 2007</p>
<p>07     Indice di Sviluppo Umano     0.349     2010     Human development Report 2010, The Real Wealth of Nations, Pathways to Human development, UNDP Novem ber 2010</p>
<p>08     Posizione in base all’Indice di sviluppo umano     155 su 169 paesi studiati     2010</p>
<p>09     Prodotto Interno Lordo (PIL) in miliardi di dollari USA     14,5     2009 – 2010</p>
<p>Afghanistan Economic Update, World Bank April 2010</p>
<p>10     Tasso di crescita del PIL     22.5 %     2009 – 2010</p>
<p>Vista l’impossibilità per il governo Afghano di erogare servizi sanitari su ampia scala, i maggiori donatori (ma, soprattutto, la Banca Mondiale) hanno spinto per la contrattazione dei servizi ad Organizzazioni non Governative (contracting out ). Attualmente il Ministero della Sanità gestisce tre dei cinque Ospedali Regionali, pochi ospedali provinciali e le strutture sanitarie di tre provincie (Kapisa, Laghman e Parwan). Tutte le altre strutture sanitarie sono gestite, in modo autonomo, da ONG finanziate dai donatori (prevalentemente Banca Mondiale, Unione Europea ed USAID) sulla base di contratti.</p>
<p>Il 73% dei contratti è stipulato con ONG Afghane ed il rimanente 27% con ONG internazionali [4].</p>
<p>Le unità sanitarie delle tre Provincie di Kapisa, Laghman e Parwan sono gestite, con fondi della Banca Mondiale, dal Ministero della Sanità attraverso il “Ministry of Public Health Strengthening Mechanism”. L’erogazione dei servizi viene definita una forma di “contrattazione interna” (contracting in). Secondo le valutazioni finora eseguite non ci sono differenze significative fra i risultati ottenuti con la contrattazione esterna e con quella interna [5].</p>
<p>La contrattazione sembra avere dato risultati positivi in termini di copertura ma c’è da chiedersi quali saranno, nel lungo termine, le conseguenze di avere posto la quasi totalità del sistema sanitario nelle mani di Organizzazioni non Governative finanziate con fondi esterni.</p>
<p>Uno studio eseguito e presentato al MOPH nel 2003 ha stimato il costo dell’erogazione di un pacchetto di servizi essenziali (Basic Package of Health Services -BPHS-), in Afgahnistan, a 4,5 dollari per persona all’anno[6]. Nel 2010 il costo in questione è stato rivisto “al rialzo” ed è stato stimato a 4,96 dollari per persona all’anno[7].</p>
<p>Su questa base vengono stilati i contratti delle ONG che gestiscono la maggior parte delle strutture sanitarie. Questa stima è talmente bassa che non meriterebbe nemmeno di essere commentata, se non fosse per il fatto che è stata accettata ed adottata da organizzazioni prestigiose e dai loro competenti funzionari.</p>
<p>È   ovvio che, con meno di 5 dollari pro capite all’anno, pesanti compromessi debbano essere accettati sia sul piano della qualità dei servizi erogati, sia su quello della loro effettiva copertura.</p>
<p>Il Rapporto sulla salute nel mondo pubblicato dall’OMS nel novembre 2010, stima il costo dell’erogazione di un pacchetto di servizi sanitari essenziali, nei paesi a basso reddito, a 44 dollari all’anno per persona[8].</p>
<p>Ulteriori dubbi possono essere alimentati dall’elevata utilizzazione dei servizi sanitari privati. Secondo i risultati di uno studio condotto, nel 2006, in 29 Provincie, con un campionamento considerato rappresentativo del 72% della popolazione, il 55% dei malati si rivolge al settore privato per la prima visita[9].</p>
<p>Secondo uno studio realizzato nel 2008 in cinque provincie (Badghis, Baghlan, Laghman, Loghar e Nimroz) e pubblicato nel 2009 , il 58% dei malati si rivolge al settore privato per la prima visita e il 75% per le visite seguenti[10]. Entrambi gli studi citati riguardavano, prevalentemente, le aree rurali. È   plausibile che, nelle aree urbane, l’utilizzazione del settore sanitario privato sia superiore. Viene spontaneo chiedersi perché percentuali così elevate di una popolazione poverissima preferiscano utilizzare servizi sanitari privati, a pagamento, piuttosto che servizi pubblici gratuiti.</p>
<p>La spesa sanitaria pubblica è aumentata da 193,1 milioni di dollari nel 2004/2005 a 277,7 milioni di dollari nel 2008/20009. Circa l’80% di questa cifra (223,5 milioni di dollari) proviene dai donatori che, negli ultimi sei anni, hanno investito circa 820 milioni di dollari nel settore sanitario Afghano[11].</p>
<p>La spesa sanitaria totale è stimata fra i 19.25 dollari e i 34,65 dollari all’anno a persona. La spesa sanitaria pubblica annuale pro capite, nel 2008 / 2009, è stata stimata a 10,92 dollari. Il rimanente, per più del 92%, proviene dalle tasche dei cittadini ( out of pocket expenditure )[11].</p>
<p>Le risorse umane, oltre ad essere scarse in termini assoluti, sono mal distribuite: circa il 74,5% si trova nelle aree urbane, dove vive il 24% circa della popolazione totale. Il 40% degli operatori sanitari è impiegato dall’MOPH, il rimanente 60% è impiegato da ONG che, lo ricordiamo, sono responsabili della gestione della maggior parte delle strutture sanitarie del paese [11,12]. Il personale impiegato dall’MOPH è soprattutto concentrato a livello centrale e nelle tre Provincie nelle quali si attua il cosiddetto “Strengthening Mechanism” (Kapisa, Laghman e Parwan). La carenza di personale è più grave nel settore infermieristico e specialmente per quanto riguarda operatori sanitari di sesso femminile, particolarmente importanti per ragioni culturali.</p>
<p>Nel paese operano circa 20.000 Community Health Workers (CHWs), Operatori Sanitari Comunitari, che ricevono una formazione sommaria sui principi base della medicina preventiva: 45 giorni in tutto, suddivisi in tre fasi di 15 giorni ciascuna.</p>
<p>L’esperienza fatta con i CHWs negli ultimi tre decenni, in vari paesi, non ha dato i risultati sperati. Pare che questo sia il caso anche in Afghanistan, nonostante l’importanza che il Ministero della Sanità conferisce a questa figura. Una inchiesta eseguita nel 2006 ha rivelato che solamente il 25% della popolazione è al corrente dell’esistenza dei CHWs; inoltre delle persone che erano state malate nelle due settimane prima dell’inchiesta, solamente il 3% si era rivolto ai CHWs[9].</p>
<p>È   difficile prevedere l’evoluzione del sistema sanitario. Anche perché esso fa parte del più ampio sistema paese e l’evoluzione del paese è incerta.</p>
<p>Un aspetto che stupisce è che, in molti documenti, l’Afghanistan venga definito un paese in situazione di “post conflict”. Come se la guerra fosse finita. Non lo è. L’insicurezza è, anzi, in aumento. Ai vari gruppi di “insorti”, molti dei quali operano in modo autonomo, si aggiungono bande di criminali armati sempre più numerose e fuori controllo.</p>
<p>Questo si traduce in condizioni di vita sempre più difficili per la maggior parte della popolazione, specialmente, ma non solo, nelle aree rurali. La libertà di movimento è ridotta. Molte scuole sono chiuse. Anche molte unità sanitarie sono chiuse, o funzionano irregolarmente.</p>
<p>Secondo numerose testimonianze da noi ricevute, da parte di operatori stranieri che lavorano in aree rurali e da parte di operatori afghani che lavorano in aree rurali o hanno le loro famiglie che ci vivono , la situazione della maggior parte della popolazione è disperata e sta peggiorando. Questo, nonostante molti dei rapporti e delle statistiche ufficiali suggeriscano il contrario.</p>
<p>La maggior parte dei dati disponibili è costituita da stime di discutibile accuratezza ed affidabilità. L’ultimo censimento è stato effettuato nel 1979 e l’analisi dei risultati non è mai stata completata a causa dell’invasione sovietica. Ciò significa che la popolazione totale, il denominatore della maggior parte degli indicatori utilizzati, non è conosciuta. Le stime oscillano fra i 23 ed i 30 milioni. Vasti movimenti di popolazione (rifugiati di ritorno, sfollati che, tuttora, abbandonano le loro case) confondono ulteriormente la situazione.</p>
<p>È   lecito porsi delle domande sull’efficacia dei circa 17 miliardi di dollari in aiuti spesi in Afghanistan negli ultimi sette anni; domande sull’efficacia della presenza straniera (sia di quelle militare che di quella civile); domande sul futuro del paese.</p>
<p>L’appoggio esterno, sia finanziario che tecnico, sarà ancora necessario per decenni.</p>
<p>Ma un appoggio esterno che fornisca “ more of the same”, vale a dire, le stesse politiche, le stesse strategie, gli stessi rimedi, rischia l’inefficacia cronica e lo spreco sconsiderato.</p>
<p>Sarebbero necessarie analisi di tipo nuovo sulle quali basare strategie diverse, genuinamente interessate alla vita della popolazione afghana.</p>
<p>Non ci pare di vedere niente di simile all’orizzonte.</p>
<p>Maurizio Murru, esperto di sanità internazionale, ha svolto recentemente una missione di valutazione del sistema sanitario afghano.</p>
<p>Risorsa</p>
<p>Risorsa: A Basic Package of Health Services for Afghanistan – 2010/1389</p>
<p>Bibliografia</p>
<p>1. World Bank. Poverty Reduction, Economic Management, Finance and Private Sector Development Unit, South Asia Region, April 2010, Afghanistan Public Expenditure Review 2010.</p>
<p>2. Waldman M, ACBAR advocacy series, Kabul, March 2008, Falling short, aid effectiveness in Afghanistan.</p>
<p>3. Newbrander W, Ickx P, Leitch GH. Addressing the immediate and long-term health needs in Afghanistan. Harvard Health Policy Review 2003; 4: 24-31.</p>
<p>4. World Bank.  Building on early gains: challenges and options for Afghanistan’s health and nutrition sector. Washington:  World Bank, 2010</p>
<p>5. Arur A, Peters D, Hansen P, Mashkoor M A, Steinhard L C, Burnham G. Contracting for health and curative care use in Afghanistan between 2004 and 2005. Health Policy and Planning 2010; 25(2): 135-144.</p>
<p>6. Newbrander W, Yoder R, Fishtein P, Mubarak SM, Lewis E, Bilby A. For Management Sciences for Health, 2003, Costing of the Basic Package of Health Services for Afghanistan, submitted to Ministry of Health, Kabul, March 31st 2003.</p>
<p>7. Ministry of Public Health, July 2010. A Basic Package of Health Services for Afghanistan, Revised</p>
<p>8. World Health Organization. World Health Report 2010. Health Systems Financing, The path to universal coverage. Geneva; WHO, 2010.</p>
<p>9. Ministry of Public Health, Directorate of Policy and Planning, 2006. Afghanistan Health Survey 2006, Estimates of Priority Health Indicators for Rural Afghanistan, 2006.</p>
<p>10. USAID 2009. Afganistan Private Sector Health Survey</p>
<p>11. World Bank. Building on early gains: challenges and options for Afghanistan’s health and nutrition sector. Washington: World Bank, 2010.</p>
<p>12. Ministry of Public Health. Human Resource Development Cluster, 2010, Priority Programs number five: Human Resources for Health, presented for consideration at the Kabul Conference, 20 July 2010.</p>
</div>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=5174&type=feed" alt="" /><div class="addthis_toolbox addthis_default_style addthis_" addthis:url='http://saluteinternazionale.info/2011/01/salute-e-guerra-a-kabul/' addthis:title='Salute e Guerra a Kabul ' ><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a><a class="addthis_button_compact"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Palestina. Quando arrivano le ruspe</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 11:50:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

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		<description><![CDATA[Angelo Stefanini

L’asimmetrico conflitto israelo-palestinese è una lotta per la terra che si consuma metro dopo metro, casa dopo casa, a danno della popolazione palestinese autoctona in patente violazione dei Trattati internazionali e della Convenzione di ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Angelo Stefanini</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/12/Foto_Gaza.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-5038" title="Foto_Gaza" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/12/Foto_Gaza-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>L’asimmetrico conflitto israelo-palestinese è una lotta per la terra che si consuma metro dopo metro, casa dopo casa, a danno della popolazione palestinese autoctona in patente violazione dei Trattati internazionali e della Convenzione di Ginevra.<span id="more-5034"></span></p>
<hr size="1" />
<div id="attachment_5036" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/12/Figura1_Gaza.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5036 " title="Figura1_Gaza" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/12/Figura1_Gaza-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Osservando sconsolati la propria casa distrutta</p></div>
<p><strong><em>Art 53, IV Convenzione di Ginevra (1949)</em></strong></p>
<p><em>“È proibita da parte della Potenza Occupante qualsiasi distruzione di beni immobili o personali appartenenti, a titolo individuale o collettivo, a persone private o allo Stato o ad altre autorità pubbliche o a organizzazioni sociali o cooperative, eccetto laddove tale distruzione sia resa assolutamente necessaria da operazioni militari.”</em></p>
<p>Il 9 novembre il quotidiano israeliano Haaretz riportava che, nonostante il rimprovero della Casabianca per la ininterrotta costruzione di abitazioni illegali sul territorio palestinese occupato (TPO), il piano israeliano di edificazione di centinaia di nuovi alloggi a Gerusalemme Est proseguiva imperterrito[<a href="#biblio">1</a>]. Contemporaneamente, in quegli stessi giorni, continuavano gli ordini di demolizione di case e di sfratto di famiglie palestinesi nella parte araba della città[<a href="#biblio">2</a>].</p>
<p><strong>L&#8217;ICHAD (<a href="http://www.icahd.org/">Comitato</a> Israeliano Contro la Demolizione delle Case) stima che, dal 1967 al 28 luglio 2010, nel TPO siano state demolite 24.813 strutture abitative palestinesi, 2.000 soltanto a Gerusalemme Est. Dall’anno 2000 al gennaio 2009 sono state abbattute 10.105 case, una media di 1.011 all&#8217;anno. Il numero di ordini di demolizione ancora da eseguire e&#8217; a tutt&#8217;oggi pari a circa 20.000</strong>[<a href="#biblio">3</a>].</p>
<p>Le autorità israeliane giustificano la demolizione di case con ragioni o militari (deterrenza e anti-terrorismo) o amministrative per la mancanza di permessi o la violazione di norme abitative. Secondo molte organizzazioni, come Amnesty International e il Comitato Internazionale della Croce Rossa, questi interventi hanno invece due principali motivazioni:</p>
<ol>
<li><strong> </strong>infliggere una &#8220;punizione collettiva&#8221; alla popolazione innocente (comportamento considerato un crimine di guerra dalla 4° Convenzione di Ginevra);</li>
<li>appropriarsi di territorio palestinese e, a Gerusalemme Est, modificare la percentuale della popolazione residente a favore della componente ebraica. Il primo tipo di demolizioni avviene soprattutto durante i periodi di conflitto armato; il secondo tipo, più importante in termini numerici e per il suo significato politico, si sta protraendo da decenni con un picco di particolare frequenza in questi ultimi mesi.</li>
</ol>
<p>L&#8217;autorità israeliana persegue come illegali le costruzioni effettuate senza autorizzazione per le quali in genere fa seguire l&#8217;ordine di abbattimento. I palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana a Gerusalemme Est e nell’area C della Cisgiordania sono sottoposti a divieti di edificazione talmente rigidi che molte famiglie devono subire la violenza distruttiva delle ruspe e la privazione del diritto ad una casa.</p>
<p>Gli Accordi di Oslo (1993) prevedevano che Israele mantenesse per alcuni anni il controllo civile e militare della cosiddetta Area C, equivalente a più del 60% della Cisgiordania. I circa 150.000 palestinesi che vivono in quelle zone soffrono di notevoli restrizioni a costruire e a muoversi liberamente. Migliaia di ettari (il 18% della Cisgiordania), in particolare la Valle del Giordano e le colline a sud di Hebron, sono classificati come &#8220;area militare inaccessibile&#8221; dove è vietato edificare.</p>
<p><strong>A Gerusalemme Est, area della città occupata nel 1967 e annessa illegalmente nel 1980, Israele ha espropriato il 35% del territorio, circa 24 Kmq, allo scopo di costruire nuovi insediamenti ebraici</strong>. Su queste terre il governo israeliano ha finanziato l’edificazione di quasi 50 mila unità residenziali per la popolazione ebraica e meno di 600 per quella palestinese, l&#8217;ultima delle quali più di 30 anni fa[<a href="#biblio">4</a>]. Nonostante la popolazione palestinese rappresenti il 30% dell&#8217;intera Gerusalemme, essa è confinata sul 7% della superficie della città in abitazioni il più delle volte inadeguate. La maggior parte della terra che rimane nelle mani dei palestinesi, circa 45 Kmq, non è edificabile mentre negli ultimi 40 anni i residenti di Gerusalemme Est sono praticamente quadruplicati (da 69.000 a 273.000). Si stima che la crescita naturale della popolazione palestinese richiederebbe la costruzione di 1.500 unità abitative all&#8217;anno, mentre nel 2008 sono stati accordati soltanto 125 permessi che hanno consentito la costruzione di 400 alloggi.</p>
<p>A causa della crescente e soffocante densità abitativa nella parte palestinese della città, che nel 2002 era pari a quattro volte quella della zona ebraica occidentale, per i pochi palestinesi che ancora possiedono un pezzo di terra non rimane che sperare nella remota possibilità di un permesso di costruzione. Quando questo, come nella maggior parte dei casi, non arriva, non rimane che costruire abusivamente.</p>
<p>I palestinesi di Gerusalemme Est sono estremamente vulnerabili agli interventi di demolizione. Delle 46 mila abitazioni del settore orientale della città soltanto 20 mila sono state costruite con la dovuta autorizzazione. In qualsiasi momento, quindi, quasi la metà della popolazione palestinese di Gerusalemme può essere soggetta a sfratto o alla demolizione della propria casa. Il recente Piano regolatore[<a href="#biblio">5</a>], che cita esplicitamente tra i suoi obiettivi quello di mantenere l&#8217;&#8221;equilibrio demografico&#8221; tra residenti ebrei (70%) e palestinesi (30%), prevede 13.550 nuove unità abitative per la popolazione palestinese di Gerusalemme Est, 10 mila delle quali, tuttavia, da costruire soltanto nel 2030.</p>
<p>All&#8217;inizio degli anni 90, l&#8217;allora sindaco di Gerusalemme, Teddy Kollek, aveva riconosciuto esplicitamente la profonda ingiustizia delle demolizioni per una popolazione costretta a costruire illegalmente per l&#8217;assenza quasi totale delle dovute autorizzazioni. Contro la sua volontà di modificare le cose, tuttavia, la destra israeliana al governo aveva istituito un&#8217;apposita unità operativa a Gerusalemme Est, tuttora in funzione, che si occupa soltanto delle case abusive della popolazione palestinese. Nessun&#8217;altra unità del genere esiste in tutto Israele e nessuna abitazione di proprietà ebraica è mai stata demolita.</p>
<p><strong>Quando arrivano le ruspe, la tragedia raggiunge il culmine. Accompagnate da agenti di polizia e soldati israeliani, le squadre di demolizione possono presentarsi in qualsiasi momento del giorno e della notte, concedendo soltanto un breve preavviso per rimuovere beni e masserizie</strong>. Secondo la legge militare israeliana, le famiglie sfollate non hanno diritto a ottenere un alloggio né a essere compensate. Se non vengono ospitate da familiari, amici o organizzazioni caritatevoli, sono abbandonate a se stesse[<a href="#biblio">6</a>].</p>
<p>È difficile quantificare il trauma e la sofferenza che comporta la distruzione della propria abitazione. La casa è più di una semplice struttura fisica e il suo significato è soprattutto simbolico. È il luogo dove si svolge la parte più intima dell&#8217;esistenza personale. È il rifugio, la rappresentazione fisica della famiglia e il posto dove si trovano gli oggetti più cari. Nella cultura palestinese la casa possiede un ulteriore significato. I figli che si sposano tendono a fissare la propria residenza accanto alla famiglia di origine allo scopo di preservare non soltanto la vicinanza fisica ma, soprattutto, una continuità nella proprietà della terra dei propri avi. Quest&#8217;ultimo aspetto è particolarmente importante per una società agricola e di rifugiati che hanno perduto la casa nativa a seguito dei conflitti del 1948 e del 1967. La demolizione dell’abitazione o la sua espropriazione rappresenta un&#8217;ulteriore aggressione all&#8217;identità di una persona[<a href="#biblio">7</a>].</p>
<p>Le famiglie le cui case sono demolite spesso non possono permettersene un’altra e devono contare sull’ospitalità di parenti o amici. Il trauma viene percepito in modo diverso da uomini, donne e bambini. L&#8217;uomo rimane profondamente umiliato per il senso di impotenza a proteggere la propria famiglia, la perdita dei legami con la terra dei suoi avi, la sua eredità e quella della sua gente. La maggior parte delle donne non lavorano fuori casa, la quale costituisce la loro principale sfera d’influenza ed è lo spazio che appartiene a loro. Esse sono quindi molto più traumatizzate dall’obbligo di trovare un’altra sistemazione, in un territorio altrui in cui non hanno più la responsabilità di gestire spazi e attività familiari. Vedono distrutta la propria immagine e il loro ruolo di mogli e di madri, il ruolo di chi dà praticamente espressione alla vita domestica. Una casa distrutta è come una persona cara che muore, un vuoto che non può essere colmato da soluzioni alternative che, in genere, si rivelano disastrose. Una donna costretta a sistemarsi in un&#8217;altra famiglia va ad occupare l’ambito vitale di un&#8217;altra donna (la madre o la cognata) e perde inevitabilmente il controllo su marito e figli[<a href="#biblio">8</a>]. La perdita della privacy causa spesso un aumento dei conflitti tra i membri della famiglia con un’esplosione della violenza domestica.</p>
<p><strong>Salwa, 28 anni, così esprime la sua tragedia personale: “La gente potrà anche provare dispiacere quando sente il frastuono della demolizione, ma pensi che qualcuno sia capace di sentire la demolizione dei nostri cuori? dei nostri sogni? dei nostri programmi futuri? Credo che queste voci non siano mai udite. Pensi che si siano accorti della mia paura, della mia agonia, del mio orrore? Niente affatto. Paura, agonia, orrore non hanno voce, non fanno rumore, e l’occupazione militare non ha occhi, non ha moralità, non ha coscienza, non ha Dio&#8221;</strong>[<a href="#biblio">9</a>].</p>
<p>Nei bambini il trauma della demolizione della casa lascia un marchio indelebile che dura tutta la vita. Già nei mesi che precedono l&#8217;intervento demolitivo essi sono testimoni della paura e del senso di inadeguatezza dei propri genitori che vivono costantemente in un&#8217;atmosfera di insicurezza. All&#8217;arrivo delle squadre di demolizione, vedono i propri cari sottoposti a violenze e umiliati, circondati dal fragore delle ruspe che sradicano e distruggono la loro dimora, il loro mondo, i loro giocattoli. La presenza di decine di poliziotti, assistiti da soldati in tenuta da combattimento, disegna nella mente del bambino un quadro dei propri genitori come pericolosi criminali. Questo processo ha un enorme impatto sulle condizioni psichiche e fisiche di tutti membri della famiglia, non soltanto dei bambini.</p>
<p>La demolizione della casa è seguita da lunghi periodi di instabilità della famiglia. Secondo uno studio della ONG Save the Children[<a href="#biblio">10</a>], la maggior parte delle famiglie impiegano almeno due anni prima di trovare un luogo di residenza permanente.  Un&#8217;altra ricerca rivela il profondo impatto psicologico sulle donne che tendono a sviluppare sintomi depressivi di vario tipo[<a href="#biblio">11</a>]. Altri studi hanno descritto gli effetti deleteri sui bambini che si manifestano con disturbi emotivi e comportamentali[<a href="#biblio">12</a>]. Le maggiori fonti di tensione nella famiglia sono, per i bambini, la sensazione di essere abbandonati e, per i genitori, la comparsa della depressione.</p>
<p><strong>Commenta Meir Margalit, storico israeliano della comunità ebraica in Palestina ed ex-sionista radicale, “Non c’è nessun dubbio: il bulldozer prende posto accanto al carro armato come simbolo del modo in cui Israele si relaziona con i palestinesi. Entrambi i simboli dovrebbero comparire sulla bandiera nazionale. Entrambi sono espressione dell’aggressione che ha preso il sopravvento dell’esperienza nazionale israeliana. L’uno completa l’altro. Entrambi simbolizzano il lato oscuro del progetto che Israele sta portando avanti di sradicare ed espellere i palestinesi dalle terre in cui si trovano”</strong>[<a href="#biblio">13</a>].</p>
<p>Sia sul territorio israeliano sia nel TPO, Israele è vincolato dalla legislazione internazionale inclusi quei trattati internazionali sui diritti umani di cui Israele è uno Stato firmatario (State Party), come il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione Razziale. Nel Territorio Occupato, inoltre, la condotta di Israele come potenza occupante deve conformarsi ai dettati della legislazione umanitaria internazionale che si applica in tutti i casi di occupazione militare, compresa la 4° Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione delle Persone Civili in Tempo di Guerra. Israele è l’unico Stato appartenente all’ONU che rifiuta di riconoscere i propri obblighi nei confronti della Convenzione di Ginevra nonostante le sconfessioni e le condanne ricevute in varie sedi dalla comunità internazionale, in particolare la Corte Internazionale di Giustizia[<a href="#biblio">14</a>].</p>
<p><strong>Angelo Stefanini</strong>. Centro Studi e Ricerche sulla Salute Internazionale e Interculturale, Universita’ di Bologna. Coordinatore Sanitario Cooperazione Italiana – Gerusalemme.</p>
<p><a id="biblio" name="biblio"></a><strong>Bibliografia</strong></p>
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<li>Saed Bannoura. <a href="http://www.imemc.org/article/59746" target="_blank">Israel Hands 231 Orders Targeting Arab Homes In Jerusalem</a>. International Middle East Media Center (IMEMC &amp; Agencies), 26.10.2010</li>
<li><a href="http://www.icahd.org/?page_id=5374">East Jerusalem Demolition</a>. ICAHD</li>
<li>Ir Amim&#8217;s Publication.<a href="http://www.ir-amim.org.il/Eng/?CategoryID=254"> </a><a href="http://www.ir-amim.org.il/Eng/?CategoryID=254">For an Equitable and Stable Jerusalem with an Agreed Political Future.<br />
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<li>Ir Amin. Jerusalem Master Plan 2000 &#8212; General Analysis and Comments. June 2010 <a href="http://www.ir-amim.org.il/eng/_Uploads/dbsAttachedFiles/master.pdf">[PDF: 125 Kb] </a></li>
<li>Amnesty International. As safe as houses? Israel’s demolition of palestinian homes. June 2010.</li>
<li><strong>As Safe as houses? Israel&#8217;s Demotion of Palestinian Homes</strong>. Amnesty International, 2010 [<a href="http://www.amnesty.org/en/library/asset/MDE15/006/2010/en/4c288ea4-d524-45e4-a583-b5d295880dde/mde150062010eng.pdf" target="_blank">PDF: 572 Kb</a>]</li>
<li>Margalit M. <a href="http://humanrights.ps/node/208" target="_blank">No Place Like Home. House demolitions in East Jerusalem.</a> Israeli Committee Against House Demolitions. March 2007. P.44.<a href="http://humanrights.ps/node/208"> </a></li>
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<li><strong>BROKEN HOMES. Addressing the Impact of House Demolitions on Palestinian Children &amp; Families</strong>. Save the Children, 2009<a href="http://www.savethechildren.org.uk/en/docs/Broken_Homes_English_low_res.pdf"> [PDF: 724 Kb]</a></li>
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<li>International Court of Justice.<a href="http://www.icj-cij.org/docket/index.php?p1=3&amp;p2=4&amp;k=5a&amp;PHPSESSID=60e2f3e3d732bbe27c8f55888a311c8f&amp;case=131&amp;code=mwp&amp;p3=4"> Legal Consequences of the Construction of a Wall in the Occupied Palestinian Territory.</a> Advisory Opinion of 9 July 2004</li>
</ol>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=5034&type=feed" alt="" /><div class="addthis_toolbox addthis_default_style addthis_" addthis:url='http://saluteinternazionale.info/2010/12/palestina-quando-arrivano-le-ruspe/' addthis:title='Palestina. Quando arrivano le ruspe ' ><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a><a class="addthis_button_compact"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Collaborazioni scientifiche israelo-palestinesi e riconciliazione</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Oct 2010 19:02:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
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		<description><![CDATA[Angelo Stefanini
Le collaborazioni scientifiche israelo-palestinesi rappresentano un surrettizio paravento del contesto nel quale esse si svolgono: l’asimmetria perdurante, in barba al diritto internazionale, tra uno stato oppressore e un popolo oppresso.
È stato praticamente ignorato in ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Angelo Stefanini</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/10/187_gaza_girl.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4658" title="187_gaza_girl" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/10/187_gaza_girl-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Le collaborazioni scientifiche israelo-palestinesi rappresentano un surrettizio paravento del contesto nel quale esse si svolgono: l’asimmetria perdurante, in barba al diritto internazionale, tra uno stato oppressore e un popolo oppresso.<span id="more-4648"></span></p>
<hr size="1" />È stato praticamente ignorato in Italia il comunicato di studenti e professori palestinesi[<a href="#biblio">1</a>] che disapprova un progetto di collaborazione tra l’università La Sapienza di Roma, l’università palestinese Al Quds di Gerusalemme e tre università israeliane, iniziativa patrocinata dal Ministero degli Esteri italiano e Unesco. Nessuna meraviglia per tale silenzio in un momento in cui, nonostante la campagna di boicottaggio contro Israele[<a href="#biblio">2</a>] stia crescendo visibilmente a livello internazionale, i principali media italiani se ne tengono prudentemente a distanza. Per un sostenitore della teoria del complotto tutto ciò ha un chiaro significato.</p>
<p><strong>Il controllo delle immagini e delle parole necessarie per raccontare un conflitto è diventato un’arma fondamentale nei conflitti moderni, in particolare in quello israelo/palestinese. Molto spesso l’esatta comprensione dei fatti è legata non soltanto a quello che c’è nella notizia così come viene riportata e commentata, ma soprattutto a quello che non c’è. Il contesto è essenziale alla comprensione della realtà</strong>. Il contesto che troppo spesso manca nei reportage sul conflitto israelo-palestinese è che uno di questi due popoli sta combattendo sulla propria terra per liberarsi da un’occupazione da parte dell’altro che dura da 43 anni, occupazione dichiarata illegittima dalle Nazioni Unite e dalla maggioranza dei suoi membri. Quando questi fatti non sono presenti nel racconto, allora la storia non ha più molto senso e il tutto viene ridotto al “circolo vizioso” in cui alla violenza di un contendente risponde la violenza dell’altro, in un conflitto a somma zero su identità nazionale e diritto all’esistenza di due popoli. La rimozione del reale contesto da cui emergono i violenti fatti riportati dai media è frutto dell’opera di “normalizzazione” condotta, più o meno intenzionalmente, su diversi fronti e che porta a legittimare lo status quo attuale, a descriverlo come “normale”, appunto, e quindi accettabile per quello che è, o che sembra essere.</p>
<p>Uno dei maggiori successi della narrazione israeliana è infatti il quasi totale oscuramento della realtà storica e politica dell’occupazione del territorio palestinese da parte di Israele. Ci sono voluti i cosiddetti “nuovi storici israeliani”, come Benny Morris, Avi Shlaim e Ilan Pappè, per riscrivere criticamente pagine fino ad ora considerate “eroiche” dello Stato di Israele. Giornalisti ebrei israeliani coraggiosi e pluri-premiati come Amira Hass o Gideon Levy sono sconosciuti alla grande parte dei lettori. L’impressione è che una vasta parte dell’opinione pubblica e dei governi sia in preda ad una sorta di amnesia storica che ha rimosso il fatto che fino a 62 anni fa esisteva una regione chiamata Palestina abitata da un suo popolo, dal 1922 al 1948 amministrato dalla Gran Bretagna per conto della Lega delle Nazioni, ma poi sistematicamente espropriato, occupato e colonizzato da quello che oggi si chiama Israele.</p>
<p>Un sostanziale aspetto che spesso sfugge di questa realtà è che le istituzioni del potere occupante, comprese le università e i centri di ricerca, fanno parte integrante delle strutture di dominio, di controllo e di “normalizzazione”. Abbondante documentazione attesta le responsabilità gravissime delle università israeliane non soltanto nel mantenimento dello status quo ma anche nell’attiva partecipazione all’occupazione e all’industria bellica che la alimenta[<a href="#biblio">3,4,5</a>]. Delle reali intenzioni di organizzazioni come il Centro Peres per la Pace, tanto corteggiato dai promotori dei progetti di pace e riconciliazione, così scrive Meron Benvenisti, ex vice-sindaco di Gerusalemme: &#8220;<strong>Nell’attività del Centro Peres per la Pace non c’è nessuno sforzo palese compiuto per un cambiamento dello status quo politico e socioeconomico nei Territori Occupati, ma proprio l’opposto: gli sforzi sono fatti per addestrare la popolazione palestinese ad accettare la sua inferiorità e prepararla a sopravvivere sotto le costrizioni imposte da Israele per garantire la superiorità etnica degli ebrei</strong>[<a href="#biblio">6</a>]&#8220;.</p>
<p>Ambigua neutralità e normalizzazione sono gli schermi illusori dietro cui finiscono la gran parte delle iniziative che propongono la collaborazione scientifica tra israeliani e palestinesi come terreno, appunto, neutrale e utile a fare scoccare la scintilla della pace. Va notato che neutralità non è sinonimo di imparzialità[<a href="#biblio">7</a>]. La prima significa astenersi dal prendere posizione sul merito e sulle ragioni delle parti in un conflitto. Imparzialità vuol dire prendersi cura di tutti in modo uguale perché ogni vita ha pari valore[<a href="#biblio">8</a>]. Nel caso della questione palestinese un falso concetto di neutralità può facilmente far perdere di vista i termini storici del conflitto e far cadere nella trappola del “circolo vizioso” sopra accennato secondo cui le ragioni israeliane e palestinesi sono uguali, simmetriche e polarizzate attorno ad un centro equidistante.</p>
<p>Su questi presupposti sono nati progetti come “Health as a Bridge for Peace”, “Science for Peace” e lo sventurato, a mio avviso, e inevitabilmente travagliato “Saving Children &#8211; Medicine for Peace” delle regioni Toscana ed Emilia-Romagna con il Peres Centre israeliano. Dietro l’illusoria pretesa di a-politica neutralità, essi in realtà contengono un’agenda politica ben chiara soprattutto per ciò che non dicono sull’enorme disparità nel rapporto tra le due parti, l’uno occupatore e l’altro occupato, l’uno padrone e l’altro servo. In questo gioco delle parti, a prescindere dalle intenzioni, professionisti e accademici della parte più debole sono attentamente blanditi e facilmente attratti da finanziamenti, attrezzature e opportunità troppo prestigiose e allettanti da permettere eroiche rinunce. Il tutto in una prospettiva di priorità spesso non rispondenti ai reali bisogni della popolazione[<a href="#biblio">9</a>].</p>
<p><strong>Anche chi scrive è rimasto vittima di questa trappola facendosi promotore anni fa, in qualità di responsabile dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per il Territorio Occupato, di una rivista di sanità pubblica prodotta da israeliani e palestinesi. “Bridges”, così si chiamava, avrebbe dovuto appunto gettare “ponti di pace” tra le due società aiutando il dialogo reciproco, a partire da temi scientifici.</strong><br />
Ben presto apparve chiaro il divario esistente tra le due parti, la riluttanza di quella più forte ad affrontare temi (come le implicazioni sanitarie di occupazione, discriminazione e colonizzazione) che necessariamente richiedono un processo di “correzione” delle ingiustizie passate e presenti e quindi la messa indiscussione dello status quo e della realtà dell’oppressione. Esempi analoghi abbondano[<a href="#biblio">10</a>].</p>
<p><strong>Esistono tuttavia iniziative di collaborazione professionale che possono promuovere la pace tra israeliani e palestinesi: una di queste è l’organizzazione israeliana Physicians for Human Right – Israel (PHR-I)</strong>. Come afferma uno studio[<a href="#biblio">11</a>] sull’efficacia di analoghi progetti di promozione della pace, nel contesto israelo-palestinese un’organizzazione medica che si fondi sul giuramento di Ippocrate non può astenersi dal prendere atto di quello stesso contesto politico che contribuisce alla sofferenza di entrambi i popoli. Non esprimersi sulle politiche e le pratiche che violano il diritto alla salute significa legittimare le stesse azioni che opprimono la popolazione. Denunciando le responsabilità dell’occupazione nel privare i palestinesi del diritto alla salute, PHR-I evita di normalizzare e legittimare le violazioni dei diritti umani. Lo studio conclude: &#8220;I risultati della ricerca indicano che&#8230;  si possono organizzare quanti progetti si vuole su temi e con finalità superordinate [come la salute], magari riuscendo ad interrompere la diffusione dell’Influenza Aviaria, ma finché le radici del conflitto non vengono esplicitate e sempre più organizzazioni e individui non prendono posizione contro l’occupazione, tutto questo lavoro va perduto nelle realtà sistemiche che creano le condizioni dell’oppressione. [Questi progetti] non cambiano la percezione pubblica del problema. Non modificano le politiche governative. E non contribuiscono alla pace”(p.70). In tali progetti di cooperazione scientifica la parola “pace” compare soltanto nel titolo[<a href="#biblio">12</a>].</p>
<p>Credo quindi che sia legittimo denunciare come pericolose e astenersi da iniziative che, se non accettano di riconoscere esplicitamente i diritti dei palestinesi e non si oppongono in modo netto all’ingiustizia dell’occupazione, della colonizzazione e della discriminazione a cui una delle due parti è soggetta, finiscono per dare una falsa apparenza di uguaglianza tra i due contendenti, spalmando di una vernice di legittimità e magnanimità l’immagine pubblica di Israele. L’arroganza di queste iniziative “a favore della pace” sta nella tentativo di porre sullo stesso piano il colonizzatore e il colonizzato, l’oppressore e l’oppresso. Per quanto spesso frutto di buona fede, esse servono a promuovere la facciata di un Israele “democrazia illuminata” e benevola, oscurando il fatto che, nonostante la sua enorme potenza militare e nucleare, giustifica la sua costante violazione della legislazione internazionale e dei diritti umani come legittima difesa nei confronti di una nazione priva di esercito e del controllo di beni e mezzi (come territorio, tempo, risorse umane e naturali) essenziali per godere di reale autonomia.</p>
<p>Resistere a questa subdola opera di normalizzazione e legittimazione di una situazione inaccettabile vuol dire lavorare per l’educazione non solo dell’oppresso, ma anche dell’oppressore. Quest&#8217;ultimo, infatti, essendo il detentore del potere maggiore, non vede nessun interesse nell’imbarcarsi in un processo di riparazione delle ingiustizie commesse, anzi ritiene un’indebita imposizione tutto ciò che limita il suo diritto di opprimere poiché non gli permette di “stare in pace”. È necessario che l’ingiustizia perduri affinché il potente possa agire come “generoso”, mettendosi con magnanimità, ma ben conscio della sua superiorità, al tavolo della collaborazione “scientifica” con l’oppresso. Al contrario, la conquista implicita del dialogo è quella del mondo che i due soggetti realizzano insieme. Come diceva Paulo Freire, nessuno si salva da solo ma insieme all&#8217;altro[<a href="#biblio">13</a>].</p>
<p><strong>Troppo spesso la tattica usata per evitare possibili conflittualità è fatta di silenzio, inazione e omissione</strong>. Come quando, in un chiaro esempio di violenza culturale[<a href="#biblio">14</a>], contribuiamo a “epurare” il nostro linguaggio da significati scomodi, per esempio cancellando il termine “occupazione” dal nostro vocabolario. In questo modo l’espressione ufficiale di “Territori Palestinesi Occupati” (impiegato da Nazioni Unite e Unione Europea) si trasforma in “Territori Palestinesi”, in un misto di colpevole ambiguità e ignavia degne delle parole del magistrato Dante Troisi: &#8220;… quando dovrà giudicarci, Dio stesso si troverà a disagio, tanto abile è la commistione di bene e male, così perfetta la nostra tecnica dell’approssimazione all’uno e all’altro estremo. Ogni giorno ci adoperiamo ad intricare il processo che ci aspetta, mescolando ignavia e coraggio, angoscia e superbia e umiltà, sicchè l’esistenza diventi un groviglio inestricabile, e soprattutto non sia più di un crepuscolo: se verso la notte o il giorno, toccherà di interpretarlo al Signore. Il quale, certamente, non vorrà degradarsi, competere con noi, giocolieri del compromesso, ed esigere un rendiconto: ci lascerà passare, scrollandosi nelle spalle[<a href="#biblio">15</a>].</p>
<p><strong>Angelo Stefanini</strong>. Centro Studi e Ricerche sulla Salute Internazionale e<br />
Interculturale, Universita&#8217; di Bologna. Coordinatore Sanitario Cooperazione Italiana – Gerusalemme</p>
<p><a id="biblio" name="biblio"></a><strong>Bibliografia</strong></p>
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<li>Uri Yacobi Keller. <strong>The Economy of the Occupation</strong>. A Socioeconomic Bulletin, n.23-24, October 2009 [<a href="http://www.alternativenews.org/images/stories/downloads/Economy_of_the_occupation_23-24.pdf" target="_blank">PDF: 243 Kb</a>]</li>
<li><span> </span>Urgent Briefing Paper. <strong>Tel Aviv University – A Leading Israeli Military Research Centre. </strong>Prepared By SOAS Palestine Society, February 2009 [<a href="http://electronicintifada.net/downloads/pdf/090708-soas-palestine-society.pdf" target="_blank">PDF: 178 Kb</a>]<span style="color: #0000ff;"> </span> <span> </span></li>
<li><span> </span><span style="font-size: x-small;"> </span><span> </span>Bartolomei E, Perugini N, Tagliacozzo C. (a cura di). Pianificare l&#8217;oppressione. Le complicità dell&#8217;accademia israeliana. Edizioni SEB 27, 2010.</li>
<li><span> </span>Meron Benvenisti. <a href="# http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/a-monument-to-a-lost-time-and-lost-hopes-1.256342" target="_blank">A monument to a lost time and lost hopes<br />
The marking of the 10th anniversary of the Peres Center for Peace was a glittering event</a>. Haaretz.com 30.10.08</li>
<li>Definizione: <a href="# http://www.treccani.it/Portale/elements/categoriesItems.jsp?pathFile=/sites/default/BancaDati/Vocabolario_online/O/VIT_III_O_076570.xml" target="_blank">obiettività</a>. Vocabolario Treccani</li>
<li><a href="#   # http://en.wikipedia.org/wiki/Humanitarian_principles" target="_blank">Humanitarian principles</a>. Wikipedia</li>
<li><a href="# http://www.monabaker.com/pMachine/more.php?id=2903_0_1_0_C" target="_blank">AN OPEN LETTER TO THE PALESTINIAN AND INTERNATIONAL COMMUNITY REGARDING PALESTINIAN-ISRAELI COOPERATION IN HEALTH</a>.  Health Sector Signatories, Occupied Palestine, Palestinian Committee for the Academic and Cultural Boycott of Israel, May 2005</li>
<li>Straight Talk. A debate between Israeli and Palestinian doctors.<em> BMJ </em>2010;340:c3081.</li>
<li>Kitts, Judy. Peace through Health: A 	Case Study of Physicians for Human Rights. 	B.A. Thesis, Queen’s University, 2008.</li>
<li>Skinner H, Abdeen Z, Abdeen H, et al. Promoting Arab and Israeli 	cooperation: peace-building through health initiatives. The 	Lancet 2005; 365: 1274-77. <span style="color: #0000ff;"> </span></li>
<li>Freire, Paulo. Pedagogy of the 	oppressed. Penguin Books, 1972. P. 	41. Tradotto in italiano: La pedagogia degli oppressi. Gruppo Abele 	Edizioni, 2002.</li>
<li>Galtung J. Cultural Violence. Journal 	of Peace Research 1990, 27(3): 	291-305.</li>
<li>Troisi, Dante. I bianchi e i neri. Laterza, 1965.</li>
</ol>
</div>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=4648&type=feed" alt="" /><div class="addthis_toolbox addthis_default_style addthis_" addthis:url='http://saluteinternazionale.info/2010/10/collaborazioni-scientifiche-israelo-palestinesi-e-riconciliazione/' addthis:title='Collaborazioni scientifiche israelo-palestinesi e riconciliazione ' ><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a><a class="addthis_button_compact"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>A Gaza qualcosa di nuovo?</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 08:22:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Angelo Stefanini
Dopo l’assalto alla flottiglia dei pacifisti, il governo israeliano ha annunciato un “alleggerimento del blocco” alla Striscia di Gaza. Forse quel sanguinoso evento sta risvegliando l&#8217;opinione pubblica mondiale sulla situazione nella Striscia dove si ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Angelo Stefanini</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/07/Gaza.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4426" title="Gaza" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/07/Gaza-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Dopo l’assalto alla flottiglia dei pacifisti, il governo israeliano ha annunciato un “alleggerimento del blocco” alla Striscia di Gaza. Forse quel sanguinoso evento sta risvegliando l&#8217;opinione pubblica mondiale sulla situazione nella Striscia dove si perpetra “una punizione collettiva” verso tutta la popolazione.<span id="more-4425"></span></p>
<hr size="1" /><strong>Che cosa sta succedendo a Gaza?</strong></p>
<p><strong> </strong>La Striscia di Gaza è una fetta di terra lunga 45 km e larga da 12 a 5,5 km, con un milione e mezzo di abitanti ammassati in oltre 4 mila per kmq. Quasi la metà di loro ha meno di 15 anni di età. Il 71.5% della popolazione appartiene a famiglie cacciate dalle loro abitazioni nel 1947-1948 quando fu creato lo Stato di Israele[<a href="#biblio">1</a>]. Otto persone su dieci dipendono dall&#8217;aiuto umanitario. Dal 1967, a seguito della &#8220;guerra dei sei giorni&#8221;, i territori palestinesi di Cisgiordania e di Gaza sono occupati militarmente da Israele.</p>
<p>Gli accordi di Oslo del 1993 hanno stabilito che Gaza e la Cisgiordania, tra loro distanti circa 40 km, rappresentano una “singola unità territoriale” sotto l’Autorità Nazionale Palestinese. Oggi le cose stanno molto diversamente. Dopo l’ostracismo imposto da Israele e dalla comunità internazionale al governo di Hamas, vincitore di elezioni democratiche nel gennaio 2006, e dopo la sua violenta presa del potere a Gaza nel giugno 2007, ora i due territori sono governati da entità rivali (<em>Fatah </em>in Cisgiordania).</p>
<p>Dopo avere ritirato nel 2005 le proprie truppe e gli 8 mila coloni ebrei che vivevano a Gaza, Israele ha rinsaldato il proprio dominio su quel territorio di cui controlla totalmente i confini di terra e di mare, ne pattuglia lo spazio aereo, ne gestisce il sistema di tassazione e il registro di popolazione. Il fatto che Gaza debba addirittura importare pesce la dice lunga sulla assurdità della situazione. Questo controllo totale implica che Israele rimane a tutti gli effetti la potenza occupante di Gaza e come tale é soggetta ai doveri di assistenza ai suoi abitanti imposti dalla 4° Convenzione di Ginevra[<a href="#biblio">2</a>]. Doveri che Israele non sta rispettando.</p>
<p>Dal 2007 Israele ed Egitto hanno imposto un blocco pressoché ermetico al passaggio di beni e persone da e per Gaza. Da allora, la sua popolazione ha accesso a meno di un quarto dei beni rispetto al 2005. Gli oltre diecimila autocarri al mese che entravano in passato, durante il blocco si sono ridotti ad una media di 2.300[<a href="#biblio">3</a>], meno di un decimo di quanti ne entrano in un solo giorno a Manhattan (che ha la stessa popolazione di Gaza). Israele permette l’entrata soltanto di quei prodotti che sono “essenziali alla sopravvivenza”, limitandone il numero a 114 rispetto ai quattro mila consentiti prima. In media, un grosso supermercato israeliano contiene circa 10-15 mila prodotti. Tra i beni proibiti troviamo aceto, giocattoli per bambini, cacao, gomme da masticare, carta e strumenti musicali.</p>
<p><strong><br />
Come funziona il blocco di Gaza?</strong></p>
<p><strong> </strong>Israele impedisce l’entrata a Gaza di materie prime per l’industria, sostenendo di condurre una “guerra economica” per spingere la popolazione a promuovere un cambiamento politico. Per esempio, è proibita l’entrata di grossi blocchi di margarina per uso industriale, ma sono permesse le confezioni per consumo domestico. È impedito l’accesso di gomma, colla e nylon, utili per la produzione di pannolini, ma è consentita l’importazione di pannolini prodotti in Israele. Secondo stime della Federazione degli Industriali Palestinesi, il 90% delle fabbriche a Gaza sono chiuse (o distrutte dalla guerra del 2008-9). Le esportazioni sono praticamente inesistenti: dal 2007 ad oggi da Gaza sono usciti in tutto 259 autocarri, rispetto ad una media di 70 al giorno nel 2005. In pratica in tre anni Israele ha permesso l’esportazione della quantità di prodotti che in precedenza venivano esportati in quattro giorni. A confronto, la fabbrica alimentare israeliana Tnuva smista sul territorio di Israele 400 camion al giorno.</p>
<p>Una vera e propria lista di prodotti permessi e proibiti, tuttavia, non è mai stata pubblicata. Non è mai stato possibile comprendere i criteri di ammissione o proibizione dei diversi beni se non i cosiddetti materiali “<em>dual-use</em>”, che potrebbero essere impiegati anche per costruire armi o esplosivi, come tubi di acciaio o fertilizzanti. Come spiegare il permesso di importazione a carne e tonno in scatola, ma non alle conserve di frutta? ad acqua minerale, ma non ai succhi di frutta? a tè e caffè, ma non alla cioccolata? Il materiale da costruzione è sempre stato bandito finché, all’inizio del 2010, prodotti come vetro, legno e alluminio hanno avuto vita più facile. Soltanto a maggio il governo israeliano, in risposta alla causa intentata dall&#8217;organizzazione Gisha (&#8220;<em>Legal Centre for Freedom of Movement</em>&#8220;), ha pubblicato tre diverse liste di prodotti consentiti e ha ammesso l&#8217;esistenza di una quarta, chiamata &#8220;<em>Red Lines</em>&#8220;, intesa a calcolare i bisogni nutrizionali minimi della popolazione di Gaza in base ai grammi di cibo necessari per soddisfare il bisogno calorico individuale per età e sesso. Dall&#8217;annuncio dell&#8217;allentamento del blocco, il numero e la quantità di beni importabili a Gaza è decisamente aumentato ma ha riguardato quasi soltanto beni di consumo voluttuario e generi alimentari. Materiale per costruzione è ora permesso soltanto per progetti di organizzazioni internazionali. Nessun cambiamento alle esportazioni, quasi inesistenti, e al movimento di persone e ammalati.</p>
<p>Il passaggio di persone per e da Gaza è consentito soltanto per “casi umanitari ed eccezionali”. Al valico di Rafah con l’Egitto nella prima parte del 2010 sono transitate mensilmente in media 3.192 persone, rispetto alle 40.000 prima del blocco. Non rientrano nella definizione di umanitario casi come la visita da Gaza alla Cisgiordania, o viceversa, di una moglie al marito o dei figli al padre; di un figlio di Gaza alla madre morente in Giordania; di giovani per ragioni di studio in Cisgiordania o all’estero. La giornalista israeliana Amira Hass scrive come, il giorno dopo in cui Barak Obama si era congratulato con Netanyahu per avere allentato il blocco, l&#8217;Alta Corte di Giustizia israeliana confermava il divieto ad una giovane avvocatessa di Gaza di frequentare un master in diritti umani all&#8217;università di Birzeit in Cisgiordania[<a href="#biblio">4</a>]. E ciò nonostante la giovane lavori per un Centro per i diritti umani, Al Mezan, fortemente critico nei confronti della politica repressiva di Hamas.</p>
<p>Lo stesso trasferimento di ammalati per ottenere cure non disponibili a Gaza è severamente regolamentato. Mediamente, su cento pazienti che ne chiedono l’autorizzazione a dieci viene negata la possibilità di cura. L’organizzazione israeliana <em>Physicians for Human Rights</em> (Phr) denuncia come contrario all&#8217;etica medica il criterio usato da Israele di definire chi può uscire da Gaza in base alla gravità della malattia[<a href="#biblio">5</a>]. Secondo Phr, oltre alle difficoltà di accedere a cure adeguate all’estero, gli ostacoli imposti ai pazienti di Gaza sono anche dovuti al deterioramento del sistema sanitario, sia per attrezzature assenti o obsolete per scarsa manutenzione sia per mancato aggiornamento professionale e peggioramento della qualità delle cure. Un ulteriore problema riguarda i metodi inaccettabili con cui vengono trattati i pazienti, spesso sottoposti a pressioni e violenze per rivelare informazioni sensibili in cambio dell&#8217;autorizzazione ad uscire da Gaza[<a href="#biblio">6</a>].</p>
<p><strong><br />
Perché chiudere i confini di Gaza?</strong></p>
<p>Sembra che soltanto ora il mondo cominci a chiedersi perché Gaza sia sottoposta a un tale trattamento. Il motivo ufficiale del governo israeliano, accettato dal mondo intero, è di &#8220;isolare i terroristi&#8221; di Hamas. La pensa diversamente Dov Weissglass, consigliere dell’allora primo ministro Ariel Sharon, che nel 2006 ha affermato: “L’idea è di mettere i palestinesi a dieta, ma senza farli morire di fame”[<a href="#biblio">7</a>]. Una chiara ammissione di punizione collettiva.</p>
<p>La decisione di Israele di allentare il blocco è stata salutata come un importante passo in avanti. Tuttavia, il fatto che ora possa entrare un maggior numero di beni di consumo non cambia molto la percezione degli abitanti di Gaza. C’era davvero bisogno di quei morti per concedere l’entrata di patatine, cannella e Coca Cola? Anche in passato entravano più o meno gli stessi prodotti attraverso i tunnel con l&#8217;Egitto. Il vero blocco non è fatto di questi dettagli. La gente sente di vivere in una prigione a cielo aperto che non ti consente produrre alcunché col tuo lavoro, di esportare quello che produci, di mandare i figli all&#8217;università, di ricoverare gli ammalati in ospedali specializzati, di partecipare a seminari e congressi scientifici internazionali, di ricevere visite di parenti, colleghi e amici come si fa ovunque.</p>
<p>Gisha afferma che, secondo il diritto internazionale, questa restrizione alla libertà di movimento di beni e persone per a da Gaza non costituisce un vero e proprio &#8220;Assedio&#8221;, in quanto non persegue l&#8217;obiettivo militare di indurre la resa del nemico[<a href="#biblio">8</a>]. Non è neppure un &#8220;Blocco militare&#8221;, perché non intende privare l&#8217;avversario degli approvvigionamenti bellici necessari a condurre un conflitto. Nel caso di Gaza, infatti, la lista dei beni non consentiti supera di molto quelli di possibile uso militare. Le restrizioni non equivalgono nemmeno a &#8220;Sanzioni economiche&#8221; perché, per definizione, esse sono attuate da organizzazioni internazionali o gruppo di nazioni e non da singoli stati. In questo caso Israele non sta nemmeno imponendo una &#8220;sanzione unilaterale&#8221; in quanto addirittura favorisce l&#8217;entrata dei suoi stessi prodotti, mentre, dall&#8217;altra parte, impedisce agli altri stati di scambiare beni e persone con Gaza. La chiusura che Israele sta imponendo a Gaza, nel contesto di quella che è a tutti gli effetti un&#8217;occupazione, rappresenta una &#8220;punizione collettiva&#8221; nei confronti di tutta la popolazione e quindi, secondo l&#8217;art. 33 della 4° Convenzione di Ginevra, un crimine di guerra.</p>
<p>È importante ricordare che il problema non è nato con l&#8217;assalto alla flottiglia, ma ben prima, con l&#8217;imposizione del blocco a Gaza e le ragioni più o meno esplicitamente addotte da Israele; ragioni che la comunità internazionale non ha mai contestato, rendendosi complice di una situazione la cui gravità è sotto i nostri occhi. Il problema non è se esista o no un&#8217;emergenza umanitaria. In fondo a Gaza nessuno muore di fame o di sete. L&#8217;attenzione dei media al blocco all&#8217;entrata di pasta o di cannella rivela l&#8217;aspetto più grottesco di questa situazione: l&#8217;impressione che tra una chiusura e l&#8217;altra tutto torni normale[<a href="#biblio">9</a>] quando invece tali restrizioni risalgono al 1991.</p>
<p><strong>È di un&#8217;altra la fame che soffre la gente di Gaza: la fame di un legame diretto con il mondo intero, di libertà di movimento delle persone e non soltanto dei beni. Le conseguenze più tragiche di questa situazione sono forse che essa sta rafforzando lo stesso Hamas. I sostenitori della &#8220;teoria del complotto&#8221; sono convinti che fin dall&#8217;inizio questa è stata la vera intenzione di Israele per arrivare alla totale separazione di Gaza dal resto della Palestina, relegandola così nel novero delle entità terroriste da distruggere una volta per tutte</strong>[<a href="#biblio">10</a>].</p>
<p><strong><a id="biblio" name="biblio"></a> <strong>Bibliografia</strong><br />
</strong></p>
<ol>
<li>CIA – <a href="https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/gz.html" target="_blank">The World Factbook</a>.</li>
<li>Federico Sperotto. <a href="http://www.opendemocracy.net/opensecurity/federico-sperotto/virtual-occupation-of-gaza" target="_blank">The virtual occupation of Gaza</a>. 8 April 2010.</li>
<li>La maggior parte dei dati qui riportati sono tratti dal sito <a href="http://www.gisha.org" target="_blank">GISHA.ORG</a></li>
<li>Amira Hass. <a href="http://www.haaretz.com/print-edition/features/israel-bans-gaza-woman-from-studying-human-rights-in-west-bank-1.301372" target="_blank">Israel bans Gaza woman from studying human rights in West Bank</a>. Haaretz, 12.07.10.</li>
<li>Physicians for Human Rights. <a href="http://www.phr.org.il/default.asp?PageID=190&amp;ItemID=755" target="_blank">Israel, In violation of Medical Ethics and International Law: Israel Restricts the Access of Gaza Patients to Urgent Medical Treatment if their Condition is Not Life-Threatening</a>. 29.06.10.</li>
<li>Physicians for Human Rights.<a href="http://www.phr.org.il/default.asp?PageID=190&amp;ItemID=768" target="_blank"> Israel: A Situation Report on the Access to Health of Gaza Residents</a>. 6.07.2010.</li>
<li>Conal Urquhart.<a href="http://www.guardian.co.uk/world/2006/apr/16/israel" target="_blank"> Gaza on brink of implosion as aid cut-off starts to bite</a>. The Observer, 16. 04. 2006.</li>
<li>GISHA. Gaza Closure Defined: Collective Punishment. December, 2008. [<a href="http://gisha.org/UserFiles/File/publications/GazaClosureDefinedEng.pdf" target="_blank">PDF: 269 Kb</a>]</li>
<li>Amira Hass. <a href="http://www.haaretz.com/print-edition/features/amira-hass-lexicon-of-most-misleading-terms-in-israeli-palestinian-conflict-1.293131" target="_blank">Lexicon of most misleading terms in Israeli-Palestinian conflict.</a> Haaretz, 31.05.10.</li>
<li>Amira Hass. <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CBgQFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.haaretz.com%2Fprint-edition%2Fopinion%2Fnot-by-cement-alone-1.295036&amp;ei=yVZFTI-4OsGbOJ2M3eoD&amp;usg=AFQjCNGhJDrkUMa5u-MXqqucK_wAPJlIpQ&amp;sig2=Ux0yCDDrym2HWORXSnBr1A" target="_blank">Not by cement alone</a>. Haaretz, 09.06.10.</li>
</ol>
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		<title>Gaza continua a soffrire. E la responsabilità è anche nostra</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 06:02:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

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		<description><![CDATA[Angelo Stefanini
Il blocco ha creato la mancanza di beni di prima necessità limitando pericolosamente il diritto degli abitanti di Gaza alla salute, all&#8217;istruzione, ad un riparo, alla cultura, alla crescita personale e al lavoro.
Un punto ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Angelo Stefanini</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/06/gaza.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4248" title="gaza" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/06/gaza-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il blocco ha creato la mancanza di beni di prima necessità limitando pericolosamente il diritto degli abitanti di Gaza alla salute, all&#8217;istruzione, ad un riparo, alla cultura, alla crescita personale e al lavoro.<span id="more-4243"></span></p>
<hr size="1" />Un punto a favore dei fatti della      <em>Gaza Aid Flotilla</em> è stato di riportare al centro del dibattito, almeno per qualche giorno, la Striscia di Gaza e le condizioni in cui versa della sua popolazione. Per avere un quadro sufficientemente completo della situazione è necessario ricordare che l&#8217;offensiva militare israeliana, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, è stata soltanto una, per quanto la più tragica, di una serie di misure repressive messe in atto da Israele contro Gaza fin dal 2000[<a href="#biblio">1</a>].</p>
<p><strong>Dal 14 giugno 2007 la Striscia di Gaza è sottoposta al blocco assoluto delle esportazioni e dell&#8217;importazione di qualsiasi bene, fatta eccezione di quanto definito &#8220;umanitario&#8221; dal governo israeliano</strong> . Ciò ha portato al collasso della maggior parte dell&#8217;industria manifatturiera locale, privata di materiali e di mercato per l&#8217;esportazione e con un livello di disoccupazione che si attesta attorno al 40%.      <strong>John Holmes, Rappresentante delle Nazioni Unite per le Emergenze e gli Affari Umanitari, ha definito questo assedio una &#8220;punizione collettiva&#8221; della popolazione civile, un &#8220;crimine di guerra&#8221; secondo l&#8217;art. 33 della 4° Convenzione di Ginevra</strong> . Il blocco ha creato la mancanza, in certi casi totale, di beni di prima necessità limitando pericolosamente il diritto degli abitanti di Gaza alla salute, all&#8217;istruzione, ad un riparo, alla cultura, alla crescita personale e al lavoro.      <strong>Più della metà della popolazione di Gaza è composta da bambini e circa l&#8217;80% della popolazione vive in povertà. Novanta per cento delle sorgenti naturali di acqua non è potabile e i servizi scolastici e sanitari vanno progressivamente deteriorando</strong> .</p>
<p>Il blocco è stato uno dei maggiori ostacoli alla riparazione dei danni provocati dai bombardamenti israeliani. Quasi nessuna delle 3.425 case distrutte dall&#8217;Operazione Piombo Fuso è stata ricostruita e quasi tutti i 20.000 sfollati non hanno ancora una loro abitazione. Soltanto la metà della rete elettrica è stata riparata e i trasporti pubblici sono ancora paralizzati. Nel settore privato è stato riabilitato meno di un quarto delle terre coltivabili distrutte e soltanto il 40% delle imprese hanno ripreso a funzionare. I lavori di ricostruzione dei due ospedali più danneggiati, Al-Wafa e Al-Quds, hanno potuto iniziare soltanto nel febbraio 2010 a causa della mancanza di materiale edilizio. Nonostante il blocco e l&#8217;enorme quantità di bisogni per la ricostruzione ancora non soddisfatti, l&#8217;aiuto esterno e l&#8217;inventiva locale (riciclaggio, contrabbando attraverso i tunnel con l’Egitto, ecc.) hanno permesso di rimettere in sesto almeno in parte alcune abitazioni, aziende e strutture pubbliche. A testimonianza delle priorità identificate dalla gente di Gaza, con questi espedienti è stata riabilitata la maggior parte delle strutture sanitarie (33 centri sanitari primari su 40 e 10 su 12 ospedali danneggiati) nonostante la penuria di materiale, soprattutto cemento[<a href="#biblio">2</a>].</p>
<p><strong>L&#8217;impatto dell&#8217;operazione militare  nel settore sanitario è stato molto severo.</strong> Sedici operatori sanitari furono uccisi e venticinque feriti. 40 centri sanitari periferici su 60 e 12 ospedali su 24 subirono danni di varia entità. Ventinove ambulanze vennero severamente danneggiate o totalmente distrutte, le strutture sanitarie rimasero prive o carenti di materiale medico essenziale. I servizi materno-infantili sul territorio e i servizi sanitari per circa il 40% di pazienti sofferenti di malattie croniche con bisogno di costante assistenza rimasero interrotti durante tutto il periodo dell&#8217;attacco. In termini monetari, i danni alle strutture di assistenza sanitaria primaria sono stati stimati tra 191.000 e 342.000 US$.</p>
<p>A un anno e mezzo dai bombardamenti e dall&#8217;invasione militare della Striscia di Gaza i bisogni nel settore sanitario rimangono critici a causa del continuo blocco imposto da Israele. Non soltanto l&#8217;operazione &#8220;Piombo Fuso&#8221;, ma anche il persistente conflitto, che vede frequenti incursioni militari e bombardamenti con vittime civili anche in periodi di apparente &#8220;pace&#8221;, sono la causa principale della      <strong>continua sofferenza, praticamente invisibile alla maggior parte del mondo, di persone con disabilità</strong> che patiscono non soltanto per i violenti traumi subiti, ma anche per le complicazioni sopravvenute come ferite infette, contratture, amputazioni secondarie che richiedono un&#8217;assistenza costante e specialistica.      <em>Handicap International</em>[<a href="#biblio">3</a>] stima che tra il 40 e il 70% dei feriti ha sofferto di traumi severi e l&#8217;11% di loro è rimasto permanentemente disabile. La mancanza di pezzi di ricambio per la manutenzione delle attrezzature mediche e la continua difficolta&#8217; a ricevere strumenti nuovi dall&#8217;esterno, oltre la scarsa capacita&#8217; di follow-up riabilitativo (soprattutto a causa dei danni consistenti subiti dall&#8217;unica struttura specializzata, l&#8217;ospedale Al-Wafa) privano questi pazienti di assistenza essenziale.</p>
<p>Si registrano spesso carenze di      <strong>farmaci essenziali</strong> , il 25-30% dei quali è spesso introvabile. Centinaia di      <strong>strumenti ed equipaggiamenti medicali</strong> sono in attesa, alcuni da un anno intero, di poter entrare a Gaza. E’ il caso di apparecchi radiologici e TAC, pompe per infusione, gas per sterilizzazione, materiali di laboratorio, UPS, batterie e pezzi di ricambio per sistemi di supporto come ascensori. Soltanto uno dei tre ascensori dell’European Gaza Hospital, per esempio, è funzionante, mentre i suoi laboratori di cateterismo cardiaco e impianto di “stent” hanno dovuto aspettare fino a sei mesi per potere finalmente ricevere materiale essenziale al loro funzionamento[<a href="#biblio">4</a>].</p>
<p>L&#8217;impossibilita&#8217; per medici e personale sanitario di usufruire di      <strong>formazione continua e aggiornamento scientifico</strong> , oltre alla incapacita&#8217; di controllare periodicamente lo strumentario di laboratorio e attrezzature salvavita (come defribillatori, culle termiche per neonati prematuri, pace-makers, ecc.), ha effetti devastanti sulla sicurezza dei pazienti e sulla qualità delle cure. Tutti gli ospedali hanno dovuto aspettare oltre sei mesi prima di ottenere i pezzi di ricambio necessari ai loro impianti di sterilizzazione. Profondo e diretto impatto sullo stato di salute della popolazione di Gaza hanno non soltanto le cure mediche di dubbia qualità, ma anche      <strong>le interruzioni improvvise</strong> , e comunque la mancata affidabilità      <strong>della corrente elettrica</strong> e la precarietà dei sistemi di potabilizzazione dell’acqua e di smaltimento dei rifiuti.</p>
<p><strong>Quella parte di assistenza specialistica di terzo livello che è disponibile soltanto fuori della Striscia di Gaza rimane inaccessibile ad un numero significativo di pazienti.</strong> Delle circa mille domande mensili di autorizzazione che le autorità israeliane ricevono per accedere a cure specialistiche al di fuori di Gaza, circa il 30% in media sono respinte. Cio’ significa che ogni mese 300 ammalati gravi vengono privati di cure essenziali non disponibili negli ospedali di Gaza, mettendo a rischio la loro stessa vita.</p>
<p><strong>&#8220;è impossibile assicurare un sistema sanitario sicuro ed efficace nelle condizioni di assedio che sono in atto dal giugno 2007&#8243;</strong> afferma un comunicato dell&#8217;     <strong>Organizzazione Mondiale della Sanità</strong> . &#8220;Non è sufficiente assicurare la disponibilita&#8217; di farmaci e materiali di consumo. Le attrezzature sanitarie e i loro pezzi di ricambio devono assolutamente essere disponibili e mantenuti in condizioni accettabili&#8230;  Sono le interruzioni improvvise e il rifornimento frammentario che rendono impossibile qualsiasi tentativo di programmare le procedure salva-vita nei luoghi e nei tempi necessari per assicurare che esse effettivamente siano in grado di salvare vite umane[<a href="#biblio">5</a>].”</p>
<p>Secondo una indagine dell’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica,      <strong>stress psicologico e vere e proprie malattie mentali</strong> sono tra le conseguenze sulla salute piu’ significative dell&#8217;assedio imposto a Gaza e del violento intervento militare israeliano[<a href="#biblio">6</a>].   Almeno il 77,8% delle famiglie ha un membro che soffre di sintomi psicologici dovuti all’Operation Cast Lead. Tali sintomi comprendono pianto continuo senza motivo apparente, terrore della solitudine e del buio, paura esagerata del sangue, disturbi del sonno. Prevalgono inoltre i disordini dell’alimentazione con perdita o crescita di peso, senso di frustrazione e depressione, nervosismo, ossessione della morte, enuresi notturna e incuria di se’ e dei figli. Soprattutto i bambini sono rimasti severamente colpiti dal trauma psicologico delle operazioni militari. Uno studio condotto nel marzo 2009 ha rivelato che meno del 10% dei bambini mostrava nessuno o lievi segni di      <strong>Sindrome da Stress Post-Traumatico</strong> [<a href="#biblio">7</a>].  Un&#8217;altra indagine condotta dalla Organizzazione Mondiale della Sanità nel marzo 2009 su 500 adulti in cinque centri sanitari primari nella Striscia di Gaza mostrava che il 37% delle persone studiate soffriva di stress psicologico. Nessuna differenza era riscontrata tra maschi e femmine, e la prevalenza era maggiore tra gli anziani (70%)[<a href="#biblio">8</a>].</p>
<p>La violenza della guerra e’ stata talmente estrema che anche uomini maturi, cosa assai rara tra i palestinesi, hanno parlato apertamente e con dovizia di particolari del loro bisogno di sostegno psico-sociale. Per essi tuttavia un tale aiuto e’ estremamente difficile da trovare. Le donne, nonostante godano di minore prestigio sociale e potere decisionale all’interno della societa’ di Gaza, continuano a svolgere un ruolo essenziale di “ammortizzatore” all’interno delle famiglie. Lo stress creato dal blocco si  scarica soprattutto all’interno della famiglia.      <strong>La violenza intra-familiare, soprattutto sulle donne e sui bambini, è in crescita e associata al circolo vizioso in cui sono imprigionate le famiglie in conseguenza della perdita di dignità dell’uomo capofamiglia</strong>[<a href="#biblio">9</a>].</p>
<p>Nel Territorio Palestinese Occupato i determinanti socio-economici della salute stanno pericolosamente aggravandosi. Un segno preoccupante dei primi effetti sulla salute è l&#8217;interruzione, e la probabile risalita a Gaza, della progressiva riduzione della      <strong>mortalità infantile</strong> , tendenza che era rimasta costante negli ultimi decenni. Nella Striscia di Gaza la mortalita&#8217; infantile supera ormai del 30% quella della Cisgiordania.</p>
<p><strong> E’ importante notare che parte della responsabilita&#8217; per l’inadeguatezza della risposta ai bisogni della popolazione di Gaza ricade anche sulle agenzie internazionali </strong><strong> che, negli ultimi due anni, non sono riuscite a far entrare a Gaza che una parte della lista gia&#8217; estremamente ridotta degli aiuti umanitari concessi da Israele. </strong> Nei tre anni di blocco, la comunita&#8217; internazionale non ha mai messo in discussione nè tentato di ignorare le regole imposte da Israele per la importazione di beni. Nessun passo è fatto per violare l&#8217;assedio o fare entrare a Gaza materiale “proibito”, ma assolutamente cruciale, attraverso vie alternative (per mare, per via aerea, attraverso il passo di Raffah con l&#8217;Egitto, o magari attraverso i tunnel che secondo la Banca Mondiale rappresentano la via principale delle importazioni nella Striscia)[<a href="#biblio">10</a>]. Purtoppo l’ispirazione a “metodi non convenzionali” per aiutare la popolazione di Gaza non e’ venuta dalle organizzazioni internazionali che proprio questo compito hanno come loro mandato, ma piuttosto da una piccola flotta di pacifisti che ha sfidato l’embargo di una delle piu’ grandi potenze militari.</p>
<p>In un momento in cui da alcune parti si attacca, anche in maniera aggressiva, il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) che in varie forme promuove il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele per le sue reiterate violazioni del diritto internazionale, la sofferenza di 1 milione e mezzo di palestinesi, dovuta a ben altro tipo di boicottaggio da parte dello stesso Israele, reclama con forza l&#8217;intervento coraggioso della comunita&#8217; internazionale.</p>
<p><strong><a id="biblio" name="biblio"></a> <strong>Bibliografia</strong></strong></p>
<ol>
<li> Secondo il Palestinian Centre for Human Rights furono uccisi 1417 	palestinesi, di cui 313 bambini, 116 donne. Più di 5.380 rimasero 	feriti, di cui 1872 bambini e 800 donne. <strong>Gaza war report </strong>[<a href="http://www.pchrgaza.org/files/Reports/English/pdf_spec/gaza%20war%20report.pdf" target="_blank">PDF: 1,48 Mb</a>]</li>
<li>United Nations 	Development Programme.   One 	Year After. Gaza, Early Recovery and Reconstruction Needs 	Assessment. UNDP – 	Programme of Assistance to the Palestinian People, May 2010. [<a href="http://www.undp.ps/en/newsroom/publications/pdf/other/gazaoneyear.pdf" target="_blank">PDF: 5 Mb</a>]</li>
<li>Handicap 	International, Need Assessment Framework (NAF) Disability Sector 	(including Older Persons), April 2010.</li>
<li>World Health Organization, Press Statement – Unimpeded access of 	medical supplies needed for Gaza.</li>
<li>Ibidem.</li>
<li>Palestinian Central Bureau of Statistics (PCBS). Survey 	on the Impact of War and Siege on Gaza Strip, 2009. 	October 2009.</li>
<li>Thabet, A. Et al. Trauma, grief and PTSD inPalestinian children 	victim of war on Gaza. March 2009.</li>
<li>World Health Organization. Health 	conditions in the occupied Palestinain territory, including east 	Jerusalem, and the occupied Syrian Golan. Report by the Secretariat. Sixty-third World Health Assemby, A63/28, 	13 May 2010.</li>
<li>Giacaman R, Rabaia Y, Nguyen-Gillham V. Domestic 	and political violence: the Palestinian 	predicament. Lancet 2010; 375: 259-260.</li>
<li>Allegra Pacheco. <a href="http://electronicintifada.net/v2/article11301.shtml" target="_blank">Freedom Flotilla exposes international community&#8217;s failure</a>. The Electronic Intifada, 28 May 2010.</li>
</ol>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=4243&type=feed" alt="" /><div class="addthis_toolbox addthis_default_style addthis_" addthis:url='http://saluteinternazionale.info/2010/06/gaza-continua-a-soffrire-e-la-responsabilita-e-anche-nostra/' addthis:title='Gaza continua a soffrire. E la responsabilità è anche nostra ' ><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a><a class="addthis_button_compact"></a></div>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Medici e tortura. Il caso di Israele</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 09:33:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

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		<description><![CDATA[Valentina Spada e Ilaria Camplone
Nonostante il divieto internazionale, la tortura e i trattamenti crudeli, disumani e degradanti sono largamente praticati in gran parte del mondo in nome della difesa dello Stato. 
Uno studio, contenuto in ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Valentina Spada e Ilaria Camplone</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/03/tortura.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-3850" title="tortura" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/03/tortura-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Nonostante il divieto internazionale, la tortura e i trattamenti crudeli, disumani e degradanti sono largamente praticati in gran parte del mondo in nome della difesa dello Stato. <span id="more-3848"></span></p>
<hr size="1" />Uno studio, contenuto in una tesi di laurea in medicina presso il Centro di Salute Internazionale (CSI)[<a href="#biblio">1</a>] dell&#8217;Università di Bologna, ha preso in considerazione il caso di Israele e il Territorio Palestinese Occupato.</p>
<p>Le Nazioni Unite[<a href="#biblio">2</a>] definiscono la <strong>tortura &#8220;ogni atto che provochi d</strong><strong>olore e sofferenza, fisiche o psichiche, inflitto intenzionalmente&#8221; a scopo estorsivo (ottenere informazioni), punitivo, intimidatorio o per qualsivoglia motivo basato su forme di discriminazione, da parte di un funzionario pubblico, che può esserne autore materiale, istigatore o spettatore acquiescente</strong>. Queste pratiche, che rappresentano una delle violazioni più esplicite e palesi dei diritti umani, rappresentano una costante quotidiana nella vita della popolazione palestinese e sono l&#8217;espressione non solo di violenza fisica diretta ma anche di quella indiretta o “strutturale”[<a href="#biblio">3</a>]. Nonostante le dimensioni del fenomeno siano difficilmente quantificabili, le Nazioni Unite sono consapevoli del suo verificarsi e sollecitano sistematicamente Israele a svolgere indagini sui casi denunciati e a evitare di creare “eccezioni” alle regole internazionali[<a href="#biblio">4</a>].</p>
<p>In tale contesto la ricerca del CSI non soltanto analizza le conseguenze fisiche e mentali della tortura ma tenta di individuare le “cause delle cause”, mettendo in luce soprattutto i meccanismi, i processi e gli attori attraverso cui queste pratiche si possono realizzare. In particolare essa si sofferma sul ruolo dei medici, che finiscono per rappresentare una “rete di sicurezza” per i perpetratori e un punto di controllo fondamentale dell&#8217;ingranaggio che rende possibile la tortura. Allo stesso tempo, i medici costituiscono un gruppo con autonomia professionale, con un mandato chiaro sancito da codici nazionali e internazionali, da convenzioni, da un ethos e da un&#8217;etica che promuove la centralità del paziente e proibisce loro di partecipare a questo tipo di pratiche.</p>
<p>Come rilevano le analisi delle testimonianze raccolte negli anni da diverse organizzazioni locali, le torture e i maltrattamenti dei prigionieri palestinesi avvengono soprattutto durante situazioni di detenzione e di interrogatorio. <strong>Una delle stime più attendibili proviene dalla organizzazione israeliana per i diritti umani B&#8217;Tselem che afferma che circa l&#8217;85% degli interrogati dai servizi segreti interni israeliani </strong><strong>(lo Shabak o General Security Service) </strong><strong>ha subito una qualche forma di tortura</strong>[<a href="#biblio">5</a>]. Una percentuale assolutamente preoccupante, soprattutto se si considera l&#8217;elevato numero di detenuti palestinesi (150.000 dal 1990 al 2006; 6891 effettivi a dicembre 2009[<a href="#biblio">6</a>]) e la facilità con cui si può essere arrestati e imprigionati senza processo per lunghi periodi per motivi politici, legati alla “sicurezza”, spesso senza accuse provate (le cosiddette &#8220;<em>administrative detentions</em>&#8220;).</p>
<p>Uno studio recente di B&#8217;tselem presenta i dati relativi a un campione di 73 detenuti i analizzando sia i regimi di interrogatorio routinari (<strong>Tabella 1</strong>), sia i metodi definiti “speciali”, non sistematici ma comunque non infrequenti (<strong>Tabella 2</strong>). Va sottolineato che le procedure di interrogatorio possono essere anche molto lunghe (una media di 35 giorni)[<a href="#biblio">7</a>] e che gli abusi, le deprivazioni e i maltrattamenti iniziano al momento dell&#8217;arresto e proseguono per tutto il periodo di detenzione, spesso combinati e in maniera del tutto funzionale a fiaccare lo spirito del prigioniero.</p>
<p><strong>Tabella 1</strong></p>
<table border="1" cellspacing="1" cellpadding="7" width="536" bordercolor="#000000">
<col width="433"></col>
<col width="70"></col>
<tbody>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="16"><strong>Metodi ROUTINARI</strong></td>
<td width="70"><strong>%</strong></td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Isolamento dal mondo 			esterno durante tutto/la maggior parte del periodo di 			interrogatorio</td>
<td width="70">68</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Detenzione in condizioni 			di confinamento solitario e deprivazione sensoriale durante tutto/ 			la maggior parte del periodo di interrogatorio</td>
<td width="70">88</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Sonno disturbato</td>
<td width="70">45</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Scarsa qualità del cibo</td>
<td width="70">73</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Ammanettamenti protratti 			in una posizione dolorosa definita <em>shabah</em></td>
<td width="70">96</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Ispezioni corporali in 			condizioni di nudità</td>
<td width="70">29</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Insulti e altre 			umiliazioni</td>
<td width="70">73</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Minacce</td>
<td width="70">64</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="12">Detenzione in sezioni con 			informatore</td>
<td width="70">82</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong>Tabella 2</strong></p>
<table border="1" cellspacing="1" cellpadding="7" width="425" bordercolor="#000000">
<col width="337"></col>
<col width="55"></col>
<tbody>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="3"><strong>METODI SPECIALI</strong></td>
<td width="55">%</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="13">Privazione del sonno</td>
<td width="55">21</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="13">Pestaggi violenti</td>
<td width="55">23</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="13">Ammanettamenti dolorosi</td>
<td width="55">7</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="13">Spintonamenti violenti</td>
<td width="55">8</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="13">Torsione violenta del 			collo</td>
<td width="55">11</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="13">Posizione della “rana”</td>
<td width="55">4</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="12">Flessione forzata della 			schiena</td>
<td width="55">7</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Ciò che appare chiaro è il carattere sistematico di questi metodi, reso possibile da un processo di “burocratizzazione della tortura”: pur variando nel corso dei decenni i gradi e le forme, la politica ufficiale e non ufficiale di Israele ha sempre legittimato, attraverso linee guida e autorizzazioni, l&#8217;uso di metodi di tortura fino a che queste sono divenute <strong>pratiche di routine negli interrogatori dei prigionieri palestinesi.</strong></p>
<p>In Israele, i medici entrano a contatto con i prigionieri palestinesi al momento dell&#8217;arresto da parte dello Shabak e in occasione di visite mediche, prima, durante e dopo gli interrogatori. Al regime di interrogatorio visto sopra vengono affiancati dei metodi  “speciali” caratterizzati da un significativo uso di violenza diretta e le cui conseguenze sono difficilmente ignorabili dall&#8217;occhio medico: a questo proposito, nel rapporto del <em>Public Committee Against Torture in Israel</em> (<em>Ticking Bombs</em>[<a href="#biblio">8</a>]) vengono raccolte le testimonianze agghiaccianti di nove vittime e sottolineati ruolo e responsabilità del personale sanitario.</p>
<p>Dall&#8217;analisi delle testimonianze, dei report e delle interviste emergono le responsabilità di questi medici, i quali:</p>
<ul>
<li>accertano 	lo stato di salute dei detenuti in modo da modulare le tecniche di 	interrogatorio;</li>
<li>non 	sembrano essere consapevoli dell&#8217;esistenza del problema della 	partecipazione medica nella tortura;</li>
<li>non 	riconoscono i segni fisici e psichici della tortura sui loro 	pazienti;</li>
<li>non 	attuano procedure terapeutiche adeguate;</li>
<li>non 	documentano né certificano le avvenute torture;</li>
<li>non 	proteggono attivamente le vittime;</li>
<li>non 	propongono alcuna azione volta a contrastare queste pratiche e non 	si oppongono al sistema che le permette.</li>
</ul>
<p>Lo studio del CSI non si è limitato ad indagare le attività di questa particolare categoria professionale, ma ha anche esplorato le ragioni per cui l&#8217;etica “sul campo” non coincide con quella teorica, in modo tale da poter elaborare strategie di contrasto del fenomeno a partire dai medici.</p>
<p>A livello individuale si è cercato di capire chi sono e come lavorano questi medici. Il personale sanitario appartiene all&#8217;Esercito, al Corpo Penitenziario o a quello della Polizia. Lo Shabak, che interroga i suoi prigionieri in sezioni detentive isolate, necessita tuttavia di servizi medici supplementari e continuativi per assistere, trattare e accertare lo stato di salute dei palestinesi sotto interrogatorio. Pertanto, lo Shabak retribuisce direttamente i sanitari che assistono all&#8217;interrogatorio, creando, dal punto di vista del medico, una situazione cosiddetta di <strong>&#8220;<em>dual loyalty</em>&#8220;, cioé una condizione di conflitto tra la lealtà dovuta al paziente detenuto e quella dovuta all&#8217;istituzione per cui lavorano.</strong></p>
<p>Sulla condizione di &#8220;<em>dual loyalty</em>&#8221; pesano particolarmente la dimensione sociale e istituzionale di questi medici: <strong>molti di loro, infatti, sono russi, immigrati di recente, provenienti dalle classi sociali più basse, con difficoltà linguistiche, non completamente integrati nella comunità medica e desiderosi di farsi accettare socialmente</strong>. Essi non sono iscritti all&#8217;Associazione Medica Israeliana, (IMA, l&#8217;equivalente albo dei medici italiano) e la prigione è l&#8217;unico contesto lavorativo in cui è consentito loro di lavorare senza licenza. Ciò significa che sono ricattabili e quindi non disponibili ad entrare in contrasto con l&#8217;istituzione a difesa del paziente. Una scelta di questo tipo, infatti, metterebbe a serio rischio la loro posizione lavorativa e sociale.</p>
<p>Le Associazioni mediche nazionali hanno storicamente svolto un ruolo fondamentale quando hanno saputo evitare la retorica e proporre iniziative pratiche. Non sembra questo il caso dell&#8217;IMA: essa tuttavia, pur offrendo una “<em>hot line</em>” per denunciare le violazioni, non dimostra di indagare approfonditamente le denunce, di sanzionare i colpevoli, di offrire alternative o supporto legale, economico e sociale ai medici che si rifiutano di collaborare in queste pratiche e, oltretutto, nega l&#8217;esistenza del problema, arrivando fino a tentare di screditare chi provi a combattere il fenomeno[<a href="#biblio">9</a>].</p>
<p>L&#8217;ultima cornice di riferimento presa in considerazione è stata quella sociopolitica. Stanley Cohen, sociologo ebreo, sottolinea come in Israele (analogamente ad altri contesti) la risposta alla tortura delle autorità sia strutturata su tre filoni[<a href="#biblio">10</a>]: uno <strong>negazionista </strong>(“Non c&#8217;è tortura in Israele”, i fatti sono semplicemente falsi, le accuse frutto di macchinazioni, fantasie e disinformazione); uno<strong> mistificatorio</strong> (“Non è tortura, ma pressione fisica moderata”, i fatti sono reinterpretati, diversamente ricollocati) e uno <strong>giustificatorio </strong>(“Il nostro è uno stato di eccezione”, gli atti proibiti sono giustificati legalmente e moralmente in nome della necessità a difendersi). Accanto a questi, si pone “a trincea” l&#8217;inevitabilità dell&#8217;occupazione, le cui conseguenze (tra cui la tortura) sono certamente dolorose ma purtroppo inevitabili se si vuole difendere Israele. Per proteggere l&#8217;<em>“insider”</em> dunque è necessario eliminare l&#8217;<em>“outsider”, </em>il Nemico, quell&#8217;Altro che diventa solo un oggetto pericoloso che è possibile torturare in nome di una salvezza interna. <strong>Secondo quest&#8217;ottica, Israele e la Palestina sembrano così essere un emblema del panorama globale: “lo stato di emergenza”, la “sicurezza pubblica” richiedono mezzi e strumenti diversi nella “guerra contro il terrore”, rendendo giustificabile la tortura così come le bombe su Bagdad, Falluja e Gaza. </strong></p>
<p>La partecipazione dei medici nella tortura non nasce quindi isolata rispetto al contesto sociale: la società cerca nella medicina gli strumenti e le conoscenze per realizzare i suoi fini e la medicina si mette al suo servizio. Come fa notare Gianni Tognoni, il medico, in quest&#8217;ottica, non fa nulla di “inumano, né degradante”, anzi, adempie a “un compito oneroso ma dovuto, quello di proteggere gli umani da coloro che ne rappresentano la degradazione, l&#8217;inumano”[<a href="#biblio">11</a>].</p>
<p>La complessità dei meccanismi che rendono possibile la tortura e la partecipazione dei medici in essa mostra la necessità di interventi distali, a livello della comunità internazionale, che costringano gli Stati che la compongono a rendere conto del proprio operato. <strong>Allo stesso tempo, la pratica della tortura richiama la comunità medica a un&#8217; “etica della responsabilità”: ai singoli medici chiede di estendere il proprio mandato oltre l&#8217;esame obiettivo e la prescrizione della terapia, reclamando “politicità nella tecnicità&#8221;; alle associazioni mediche di rifuggire l&#8217;ipocrisia, di imporre doveri e tutelare i diritti dei propri membri; alle istituzioni formative di insegnare agli studenti a leggere le tensioni morali insite nel lavoro medico; alla ricerca, infine, di cambiare linguaggio e smascherare i nomi tecnici dietro cui si nascondono iniquità e discriminazioni.</strong></p>
<p><strong>Nota. </strong>Valentina Spada e Ilaria Camplone, Centro di Salute Internazionale (CSI) dell&#8217;Università di Bologna</p>
<p><strong><a id="biblio" name="biblio"></a> <strong>Bibliografia</strong></strong></p>
<ol>
<li><a href="http://www.csiunibo.org/" target="_blank">The  Centre for International Health</a> of the University of Bologna</li>
<li>United Nations. <a href="http://www2.ohchr.org/english/law/cat.htm" target="_blank">Convention against Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment</a>.  Visitato il 05.02.10.</li>
<li>Stefanini A. <a href="http://saluteinternazionale.info/2010/01/in-palestina-non-uccidono-soltanto-le-bombe" target="_blank">In Palestina non uccidono soltanto le bombe. </a>Saluteinternazionale, 08.01.2010. Visitato il 12.02.10.</li>
<li>Si noti per esempio le valutazioni dell&#8217;UN Committee Against Torture (CAT), Concluding observations of the Committee against Torture: Israel, 23 June 2009, (CAT/C/ISR/CO/4). Visitato il 05.02.10; oppure il Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, John Dugard, 21 January 2008 (A/HRC/7/17), visitato il 05.02.10.</li>
<li>B&#8217;Tselem, Routine Torture: Interrogation Methods of the General Security Service. Jerusalem 1998.</li>
<li>B&#8217;Tselem and HaMoked, Absolute Prohibition – The Torture and Ill-Treatment of Palestinian Detainees. Jerusalem 2007.</li>
<li>Ibidem</li>
<li>PCATI, Ticking Bombs- Testimonies of Torture Victims in Israel. Jerusalem 2007.</li>
<li>Yudkin JS. The responsibilities of the World Medical Association president. Lancet 2009;373:1155-6.</li>
<li>Cohen S. The social response to torture in Israel in Marton R e Gordon N in Torture, Medical Ethics and The case of Israel. London: Zed Books, 1995.</li>
<li>Tognoni G. Medici, Medicina e Tortura. In: La tortura oggi nel mondo. Associazione Internazionale Basso, Edup.2006.</li>
</ol>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=3848&type=feed" alt="" /><div class="addthis_toolbox addthis_default_style addthis_" addthis:url='http://saluteinternazionale.info/2010/03/medici-e-tortura-il-caso-di-israele/' addthis:title='Medici e tortura. Il caso di Israele ' ><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a><a class="addthis_button_compact"></a></div>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>In Palestina non uccidono soltanto le bombe</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 11:56:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

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		<description><![CDATA[Angelo Stefanini
&#8220;Un modo di guardare alla storia della comunità umana è che essa è stata una continua lotta contro la venerazione delle &#8216;stronzate&#8217; ['crap' in inglese]. La nostra storia intellettuale è una cronaca dell’angoscia e ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT">Angelo Stefanini</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/01/palestina.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-3593" title="palestina" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/01/palestina-150x150.jpg" alt="bansky" width="150" height="150" /></a>&#8220;Un modo di guardare alla storia della comunità umana è che essa è stata una continua lotta contro la venerazione delle &#8216;stronzate&#8217; ['crap' in inglese]. La nostra storia intellettuale è una cronaca dell’angoscia e della sofferenza di uomini che hanno cercato di aiutare i propri contemporanei a vedere come una parte delle loro convinzioni più sentite non fossero che equivoci, supposizioni errate, superstizioni o addirittura vere e proprie menzogne. Abbiamo in mente un tipo d&#8217;educazione che cominci a formare esattamente questo tipo di persone: gli esperti nella &#8216;identificazione delle stronzate&#8217;&#8221;..<em>.</em>[<a href="#biblio">1</a>]<em><span id="more-3586"></span></em></p>
<hr size="1" />Con questa provocatoria citazione inizia il libro in cui l’israeliano Jeff Halper, professore di antropologia, fondatore del Comitato Israeliano contro la Demolizione delle Case (ICAHD), esamina il conflitto israelo/palestinese da ‘critical insider’.[<a href="#biblio">2</a>] Un fondamentale principio educativo, spiega nell&#8217;Introduzione, è che le persone, ricevuta l’informazione e gli strumenti per assimilarla, possano cambiare comportamento in funzione della nuova conoscenza acquisita anche se questa può portarle a conclusioni contrarie a quanto fino ad allora accettato come “giusto”. “E’ questa fondamentale tensione tra la capacità di imparare e cambiare, da una parte, e, dall’altra, il fatto che ci definiamo in base a schemi socio-culturali da noi internalizzati e ferocemente difesi, che ci impedisce di trascendere il nostro etnocentrismo e di trovare modi per trattare con giustizia coloro che definiamo nostri ‘nemici’.” Secondo Halper, il compito di ogni intellettuale è quello di liberare le persone dalla ‘gabbia mentale’ rappresentata dall’insieme di comportamenti e opinioni con cui esse si auto-definiscono ‘normali’ e che impedisce loro di riappropriarsi della innata capacità a guardare ‘fuori’.</p>
<p><strong>Ciò che particolarmente colpisce del conflitto israelo-palestinese è il suo carattere quasi di tabù rispetto ad altre controverse questioni internazionali, come Cuba, Tibet o, a suo tempo, il Sudafrica</strong>. E’ indubbio come, diversamente dalla risonanza che ebbe l’apartheid sudafricano, la questione palestinese non consenta lo scambio di argomentazioni equilibrate da entrambe le parti. Anch&#8217;essa, infatti, ha la propria ‘gabbia’ che va aperta con coraggio e onestà intellettuale. “Se vi si praticano dei buchi, la maggior parte delle persone farà ciò che viene loro naturale: sbirciare fuori” dice Halper. Per rendersi conto che sono stati aperti dei fori è però necessario un minimo di quel ‘pensiero critico’ che i guardiani di ogni società aborriscono e che cercano di sopprimere attraverso, ad esempio, il sistema scolastico e quello della informazione. Un atteggiamento critico può aiutarci ad aprire qualche foro e riconoscere gli elementi di irrazionalità, pregiudizio, paura, pressione psicologica e condizionamento sociale che ci circondano.</p>
<p lang="it-IT">Per il mondo medico, questo approccio critico e&#8217; l&#8217;eredità lasciata dallo scienziato ottocentesco Rudolf  Virchow. La sua affermazione &#8216;la medicina è una scienza sociale e la politica nient&#8217;altro che medicina sui vasta scala&#8217; ha portato ad evidenziare come il carico di malattia che grava sul genere umano sia in gran parte da attribuire alle condizioni socio-economiche in cui la gente vive, lavora, ama e muore, i cosiddetti determinanti sociali della salute.</p>
<p lang="it-IT">Paradossalmente, tuttavia, più i professionisti della salute si concentrano sullo studio delle cause a monte o distali (le ‘cause delle cause’) delle malattie, più finiscono in territori (politica, economia, sociologia, antropologia, ecc.) che gli studi di medicina hanno sempre disdegnato. L’esclusione da questi ambiti significa tuttavia, per i medici, la perdita progressiva della loro rilevanza sul mondo circostante.</p>
<p>Un esempio di territori inesplorati è il rapporto tra violenza e salute. La violenza è al centro della narrativa del conflitto israelo-palestinese in cui essa si manifesta in forme molteplici, si ripercuote sulla popolazione e, entrando letteralmente nel corpo delle persone, ne influenza tragicamente la vita. Nel territorio palestinese occupato (TPO) è possibile osservare all&#8217;opera quotidianamente specifici determinanti sociali (come l&#8217;esclusione sociale, economica e politica, la mancanza di libertà fondamentali, la perdita di controllo sulla propria vita, la paura e lo stress quotidiani) e il loro impatto su salute, benessere e qualità della vita dei palestinesi (e sotto molti aspetti anche degli israeliani).</p>
<p><strong>La serie “La Salute nel TPO”, pubblicata nel marzo scorso da The Lancet</strong>[<a href="#biblio">3</a>]<strong>, affronta nei dettagli questo aspetto troppo trascurato da chi ancora insegue il miraggio di una scienza completamente distaccata dalla società. </strong>Utilizzando come cornice analitica il concetto di <em>human security</em>[<a href="#biblio">4</a>], vengono descritti i continui pericoli e le minacce alla sopravvivenza, allo sviluppo e al benessere in cui vive la popolazione palestinese: “Dal 2000 sono stati uccisi più di 6000 palestinesi, e la distruzione e il controllo israeliano delle infrastrutture ha limitato severamente l&#8217;approvvigionamento di combustibile e l&#8217;accesso ad acqua e servizi di igiene e sanità pubblica. Nelle prigioni avvengono torture e ai posti di controllo israeliani quotidiane umiliazioni. Il muro di separazione e i posti di blocco limitano l&#8217;accesso al lavoro, ai propri familiari, ai luoghi di culto e alle strutture sanitarie. I tassi di povertà sono rapidamente aumentati e quasi la metà dei palestinesi e&#8217; dipendente dall&#8217;assistenza alimentare. La coesione sociale, che ha tenuto insieme la società palestinese, compreso il sistema sanitario, sta cedendo. Più di 9 miliardi di aiuti non hanno promosso lo sviluppo poichè i palestinesi mancano della sicurezza di base.&#8221;</p>
<p>Una tale situazione priva la popolazione degli strumenti essenziali per far fronte alle necessità di base per una vita decente, ossia della loro &#8216;sicurezza umana&#8217;<em>,</em> esercitando sulle persone violenze indirette[<a href="#biblio">5</a>], non colte dall&#8217;analisi superficiale che considera soltanto la violenza che ‘fa notizia’, ossia quella diretta, collettiva o individuale.</p>
<p><strong>E&#8217; stato il norvegese Johan Galtung</strong>[<a href="#biblio">6</a>]<strong> ad elaborare la distinzione tra violenza diretta o personale</strong> (&#8220;quella in cui è individuabile un attore che la commette&#8221;) <strong>e</strong><em><strong> </strong></em><strong>violenza indiretta o strutturale</strong> in cui &#8220;tale attore sfugge alla identificazione&#8230; In entrambi i casi, singoli individui sono uccisi o mutilati. Ma mentre nel primo queste conseguenze possono essere attribuite a persone concrete&#8230;, nel secondo ciò non è possibile&#8230; la violenza è insita nella struttura&#8230;&#8221;. <strong>La violenza diretta, quella delle bombe, è terribile, la sua brutalità suscita la nostra reazione e viene naturalmente riportata dai media con dovizia di particolari.  La violenza strutturale invece è subdola e invisibile, insita com&#8217;è ovunque nelle strutture sociali e ridotta ad un fatto normale in quanto parte integrante di istituzioni consolidate e dell&#8217;ordinaria esperienza quotidiana.</strong> <em>&#8220;</em>Sembra naturale come l&#8217;aria che respiriamo&#8221;, dice Galtung. Poiché di lunga data, le iniquità strutturali sembrano normali, espressione di come le cose sono e sempre sono andate; ma non sono meno omicide: <strong>la violenza esercitata da un sistema economico globale profondamente ingiusto uccide 10 milioni di bambini all&#8217;anno</strong>[<a href="#biblio">7</a>]<strong>, ben più delle morti dovute alla violenza diretta. </strong><br />
A causa delle loro strette interconnessioni, i due tipi di violenza vanno esaminati con la stessa attenzione, in modo da evidenziarne i rapporti di reciproca causalità. Uno degli aspetti problematici della violenza strutturale, infatti, e&#8217; che spesso porta alla violenza diretta. Per ovvie ragioni chi è cronicamente oppresso finisce prima o poi per decidere di reagire con mezzi violenti. Esiste una correlazione diretta, per esempio, tra il grado di disuguaglianze socio-economiche all&#8217;interno di un paese e la frequenza degli omicidi. E&#8217; anche vero il contrario: le società più egalitarie stanno meglio in tutti i sensi[<a href="#biblio">8</a>].<br />
<strong>Il caso del TPO si presta bene ad usare la ‘lente della violenza strutturale’ per identificare i reali rapporti di forza esistenti e la direzione dei vari tipi di violenza</strong>. E’ questa lente che ci permette di guardare fuori dalla gabbia mentale che deforma la realtà e che ci fa identificare meccanismi di violenza finora sconosciuti. Un profondo equivoco  presente nella comune narrazione del conflitto israelo-palestinese sta nell’assunto di una sua simmetria che considera le parti in causa come uguali in termini di potere e basate sullo stesso livello di rivendicazioni. Il problema, si sostiene, è dovuto all&#8217;incompatibilità tra le due parti, allo scontro di due civiltà che vedono il mondo in modo diverso. <strong>Questa visione distorta della realtà (&#8216;stronzata&#8217;) dipende dalla scarsa considerazione data al ruolo svolto dalla violenza strutturale. </strong></p>
<p><strong>La comprensione di come operi la violenza strutturale nel TPO può avere profonde implicazioni nella ricerca di possibili soluzioni al conflitto. <strong>Considerare, ad esempio, la &#8216;pace&#8217; soltanto come &#8216;cessazione della violenza diretta&#8217; significa non intervenire sulla situazione di profonda violenza strutturale che viene quindi lasciata operare indisturbata (naturalmente a vantaggio della parte in causa più forte). Una riduzione della violenza strutturale, al contrario, potrebbe portare ad un allentamento rilevante delle tensioni tra le due parti e alla diminuzione della violenza delle bombe.</strong></strong></p>
<p><strong><strong> </strong><br />
<strong>Tabella 1.Violenza</strong><strong> diretta e strutturale nei TPO</strong></strong></p>
<table style="height: 1355px;" border="1" cellspacing="0" cellpadding="7" width="549" bordercolor="#000000">
<col width="99"></col>
<col width="439"></col>
<tbody>
<tr valign="TOP">
<td width="99">
<p lang="it-IT"><strong>VIOLENZA 			DIRETTA</strong></p>
<p lang="it-IT">
</td>
<td width="439">
<ul>
<li>
<p lang="it-IT">Assassini 				(mirati a civili e politici, “esecuzioni extragiudiziarie”, 				ecc.)</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Torture</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Violenza 				domestica</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Closures, 				assedi</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Uso 				di civili come scudi umani</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Carcerazioni 				senza processo o imputazione</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Espulsioni</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Demolizioni di case private</p>
</li>
</ul>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="99">
<p lang="it-IT"><strong>VIOLENZA INDIRETTA O STRUTTURALE</strong></p>
</td>
<td width="439">
<p lang="it-IT"><strong>Violenza 			Economica</strong></p>
<ul>
<li>
<p lang="it-IT">Restrizioni 				e blocchi al movimento</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Sistema 				di permessi molto difficili da ottenere</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Disoccupazione 				e impoverimento</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Marginalizzazione 				ed esclusione economica</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Appropriazione 				e sfruttamento di acqua, terra, lavoro dei palestinesi</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Mancanza di protezione sociale</p>
</li>
</ul>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="99">
<p lang="it-IT">
</td>
<td width="439">
<p lang="it-IT"><strong>Violenza 			Politica</strong></p>
<ul>
<li>
<p lang="it-IT">Occupazione 				militare</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Insediamenti 				colonici</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Negazione 				di auto-determinazione, sovranità e diritto al ritorno dei 				rifugiati</p>
</li>
<li><em>Closures</em> e checkpoint</li>
<li>
<p lang="it-IT">Frammentazione del territorio 				amministrativo</p>
</li>
</ul>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="99">
<p lang="it-IT">
</td>
<td width="439">
<p lang="it-IT"><strong>Violenza 			Culturale</strong></p>
<ul>
<li>
<p lang="it-IT">Stereotipizzazione 				del palestinese = terrorista nei media, scuola e linguaggio</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Discriminazione 				delle donne</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Imposizione 				di altre culture e dei loro sistemi di valori</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Distruzione di siti culturali e 				archeologici</p>
</li>
</ul>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="99">
<p lang="it-IT">
</td>
<td width="439">
<p lang="it-IT"><strong>Violenza 			Religiosa</strong></p>
<ul>
<li>
<p lang="it-IT">Linguaggio 				(popolo eletto)</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Sionismo 				cristiano</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Fondamentalismo</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Demonizzazione 				dell’Islam</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Negazione dell&#8217;esistenza dei 				cristiani arabi e nel medio-oriente</p>
</li>
</ul>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="99">
<p lang="it-IT">
</td>
<td width="439">
<p lang="it-IT"><strong>Violenza 			Ambientale</strong></p>
<ul>
<li>
<p lang="it-IT">Confisca 				e distruzione di terre agricole</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Sradicamento 				di ulivi</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Appropriazione 				e ridirottamento di corsi d’acqua</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Scaricamento 				di rifiuti solidi e tossici nel TPO</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Convogliamento 				dei rifiuti fognari delle colonie nelle terre palestinesi</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Restrizioni 				ai movimenti e violenza da parte dei coloni per impedire ai 				contadini palestinesi di accedere alle proprie terre</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Danneggiamento di infrastrutture 				con conseguente mancanza di acqua potabile</p>
</li>
</ul>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong><a id="biblio" name="biblio"></a> <strong>Bibliografia</strong></strong></p>
<ol>
<li>Postman N. and Weingarten C. Teaching as a Subversive Activity. London: Penguin, 1969.</li>
<li>Halper J. An Israeli in Palestine. Resisting Dispossession, Redeeming Israel. London: Pluto Press, 2008.  Traduzione italiana: Halper J.  Ostacoli alla pace. Una ricontestualizzazione del conflitto israelo-palestinese. Forlì: Una Città,  2009.</li>
<li>Series. <a href="http://www.thelancet.com/series/health-in-the-occupied-palestinian-territory" target="_blank"> Health in the Occupied Palestinian Territory.</a> Launched in London, UK, March 4, 2009. The Lancet</li>
<li>Batniji R, Rabaia Y, Nguyen–Gillham V, et al.  Health as human security in the occupied Palestinian territory. The Lancet, Published Online March 5, 2009 DOI:10.1016/S0140-6736(09)60110-0</li>
<li>Si veda la tabella 1 adattata da<strong>: Interfaith Council for Peace and Justice</strong>, pag. 4 [<a href="http://www.icpj.net/newsletters/03JulyAugNewsletter.pdf" target="_blank">PDF: 3,16 Kb</a>]</li>
<li>Galtung, J.  Violence, Peace and Peace Research. Journal of Peace Research 1969; 6(3): 167-91.</li>
<li>Black RE,  Morris SS,  Bryce J. Where and why are 10 million children dying every year? The Lancet 2003; 361(9376): 2226–34.</li>
<li>Wilkinson R, Pickett K. The Spirit Level: Why More Equal Societies Almost Always Do Better. Penguin Books, 2009.</li>
</ol>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 3265px; width: 1px; height: 1px;">
<h1>Health in the Occupied Palestinian Territory</h1>
<h2>Launched in London, UK, March 4, 2009</h2>
</div>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=3586&type=feed" alt="" /><div class="addthis_toolbox addthis_default_style addthis_" addthis:url='http://saluteinternazionale.info/2010/01/in-palestina-non-uccidono-soltanto-le-bombe/' addthis:title='In Palestina non uccidono soltanto le bombe ' ><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a><a class="addthis_button_compact"></a></div>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Una finestra sulla Palestina. Il Rapporto Goldstone</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2009/11/una-finestra-sulla-palestina-il-rapporto-goldstone/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 20:41:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://saluteinternazionale.info/?p=3269</guid>
		<description><![CDATA[di Angelo Stefanini
Il Rapporto Goldstone contiene la descrizione approfondita e circostanziata delle violazioni del diritto internazionale avvenute, soprattutto, ma non soltanto, nella Striscia di Gaza, nel periodo  luglio 2008 &#8211; agosto 2009.
Giovedi 5 novembre ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Angelo Stefanini<br />
<a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2009/11/Rapporto_Goldstone.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-3272" title="Rapporto_Goldstone" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2009/11/Rapporto_Goldstone-150x150.jpg" alt="Rapporto_Goldstone" width="150" height="150" /></a>Il Rapporto Goldstone contiene la descrizione approfondita e circostanziata delle violazioni del diritto internazionale avvenute, soprattutto, ma non soltanto, nella Striscia di Gaza, nel periodo  luglio 2008 &#8211; agosto 2009.<span id="more-3269"></span></p>
<hr size="1" /><strong>Giovedi 5 novembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato a favore della mozione dei paesi arabi che sollecita lo Stato di Israele e il movimento di Hamas a condurre indagini credibili e indipendenti</strong> per fare luce sulle accuse di crimini di guerra commessi durante il conflitto nella Striscia di Gaza del dicembre 2008 – gennaio 2009 contenute nel cosiddetto Rapporto Goldstone. Anche se legalmente non vincolante e verosimilmente di scarso effetto sull’immediato futuro del conflitto israelo-palestinese, l’esito del voto rappresenta un indubbio successo d’immagine per il mondo arabo e pro-palestinese e un imbarazzo internazionale per Israele. Reso noto al pubblico il 15 settembre[<a href="#biblio">1</a>], il Rapporto Goldstone contiene il resoconto dell&#8217;inchiesta conoscitiva commissionata dal Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UNHRC).</p>
<p>Soltanto pochi giorni fa ci si chiedeva: è possibile che la realpolitik possa suggerire di spazzare sotto il tappeto fatti di una gravità inconcepibile? Questo è quanto infatti sembrava stesse succedendo al controverso documento che accusa sia Israele che Hamas di crimini di guerra.</p>
<p>La reazione israeliana all’uscita del Rapporto, pur nella sua violenza, era stata talmente ben concertata da fare inizialmente rinviare la discussione ed eventuale ratifica del documento alla seduta dell&#8217;UNHRC del marzo 2010. Questo era potuto accadere anche grazie alle pressioni esercitate dagli USA sul Presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) il quale aveva addirittura acconsentito all&#8217;affossamento del Rapporto. Un tale comportamento aveva tuttavia suscitato tra gli stessi palestinesi e il mondo arabo un tale scandalo da indurre varie organizzazioni a chiedere le dimissioni del Presidente.</p>
<p><strong>Venerdì 16 ottobre</strong>, nella sua XII Sessione Speciale, <strong>l&#8217;UNHCR poteva finalmente discutere il testo della Commissione Goldstone ratificandone i contenuti</strong> con 25 voti favorevoli, sei contrari (tra cui gli USA, al cui Presidente Obama era stato da pochi giorni assegnato il Premio Nobel per la pace, e l’Italia), 11 astenuti e 5 non votanti, tra cui Gran Bretagna e Francia. <strong>La risoluzione (A/HRC/RES/S-12/1)</strong> [<a href="#biblio">2</a>] adottata in quella sede non si limita a convalidare il Rapporto Goldstone ma si spinge fino a condannare la violazione dei diritti umani che avvengono tuttora a Gerusalemme Est (come confisca e demolizione di abitazioni, continua costruzione del muro di separazione e di colonie). Il documento contiene inoltre la condanna di Israele, quale potenza occupante, per il suo rifiuto di collaborare con la commissione d’inchiesta, mentre Hamas, oltre ad avere cooperato, si e’ addirittura impegnato a soddisfare la richiesta di condurre un’indagine interna sui crimini attribuitigli. Per quanto sia difficile credere che tale impegno verrà mantenuto, Israele non si è spinto a tanto. L’ulteriore condanna di Israele, contenuta nella risoluzione, per le restrizioni imposte ai Palestinesi “sulla base dell’origine nazionale, religione, sesso, età o qualsiasi altro motivo di discriminazione”, come “grave violazione dei diritti civili, politici, economici e culturali”, costituisce un’ammissione internazionale della natura razzista delle politiche israeliane. Il fatto tuttavia che la risoluzione non contenga la condanna di Hamas per i suoi presunti crimini ha generato non poche critiche.</p>
<p>Il <strong>Rapporto Goldstone</strong> è un documento di notevoli dimensioni (575 pagine), la cui lettura (non sono ancora arrivato a metà) richiede uno stomaco di ferro e il cui <em>executive summary</em> (38 pagine)[<a href="#biblio">3</a>] offre soltanto un&#8217;idea di cosa aspettarsi. Vi è contenuta  la descrizione estremamente approfondita e circostanziata delle violazioni del diritto internazionale avvenute soprattutto, ma non soltanto, nella Striscia di Gaza tra l&#8217;inizio della tregua tra Israele e Hamas il 18 luglio 2008 e agosto 2009.  Particolare attenzione viene posta al periodo della cosiddetta Operazione Piombo Fuso, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009. Le sue conclusioni sono che &#8220;Israele ha commesso azioni che possono essere definite crimini di guerra, e in qualche caso probabilmente crimini contro l’umanità’ e che &#8220;esistono prove che anche gruppi armati palestinesi hanno commesso crimini di guerra e probabilmente crimini contro l’umanità’&#8221; lanciando razzi su città nel sud di Israele.</p>
<p>Vi si raccomanda che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite richieda ad Israele di condurre entro tre mesi una sua inchiesta “credibile” sul conflitto. Se ciò non avvenisse il Consiglio di Sicurezza dovrà incaricare il pubblico ministero del Tribunale sui Crimini Internazionali ad assumere esso stesso l’iniziativa entro sei mesi.</p>
<p>Altre organizzazioni per i diritti umani (<em>Amnesty International</em>, <em>Human Rights Watch </em>e vari gruppi israeliani e palestinesi) avevano anche in precedenza condannato l’esercito israeliano per i fatti di Gaza. Trenta militari israeliani coinvolti nell’operazione Piombo Fuso avevano ammesso, in un documento dal titolo “Rompere il silenzio”, come la ragione delle quasi inesistenti precauzioni adottate per evitare vittime civili fossero state le deboli regole d’ingaggio stabilite dai loro comandanti.</p>
<p>Il documento non dice molto che già non si sapesse, ma lo dice in termini assolutamente dettagliati e completi. Il mio post del 30 aprile[<a href="#biblio">4</a>] offriva già un primo campionario dei contenuti descritti nel Rapporto: il bombardamento di abitazioni civili, di ospedali, di moschee e di scuole, l’uso di armi proibite in quelle circostanze come le <em>flechette </em>e il fosforo bianco, gli ostacoli opposti ai soccorsi ai feriti, l’uccisione di civili in fuga con la bandiera bianca, l’uso di scudi umani, e altro ancora. Quello che si trova in più nel Rapporto sono i dettagli agghiaccianti, compresa la conferma del numero delle vittime in 1387 (1417 secondo altre stime) soprattutto civili, tra cui oltre 300 bambini.</p>
<p>Le testimonianze raccolte (188 interviste, 30 rapporti esaminati per un totale di 10.000 pagine, 30 video e 1.200 fotografie) sono talmente ampie e coerenti da non potere dare adito, a mio avvisio, neppure a ragionevoli dubbi. Il documento prende in considerazione tutti gli aspetti della guerra, il suo immediate seguito, la documentazione completa delle violazioni compiute da Hamas, dei crimini dell’esercito israeliano, le raccomandazioni e gli obblighi connessi alla riparazione e al risarcimento dei danni subiti dalla popolazione, oltre a quanto è successo all’interno di Israele durante il violento conflitto.</p>
<p>E’ stato fatto notare come il Rapporto non metta in discussione il diritto di Israele a difendersi e quindi in pratica la legittimità dell’assalto compiuto nei confronti di Gaza, ma contesti sostanzialmente la mancanza di proporzionalita’ della risposta e l’uso eccessivo e indiscriminato della forza. Va ricordato infatti come la giustificazione ufficiale all&#8217;inizio dei bombardamenti su Gaza fu la rottura della tregua da parte di Hamas e il lancio di missili Khassam sulle città limitrofe in territorio israeliano, in particolare Sderot. In realtà lo stesso rapporto riconosce come fu Israele il primo a riprendere le ostilità il 4 novembre bombardando la popolazione palestinese.</p>
<p>Fatta eccezione per i ‘soliti pacifisti’ ed &#8216;ebrei auto-lesionisti&#8217;, <strong>la reazione di Israele e dei gruppi pro-isreliani </strong>in tutto il mondo è stata furiosa e pressoché unanime nel condannare il Rapporto Goldstone come sbilanciato, sfacciatamente prevenuto e frutto inevitabile di quel bastione anti-israeliano che sarebbe l&#8217;UNHCR. La strategia di difesa utilizzata dalle autorità israeliane e dai suoi sostenitori non è nuova né molto diversa da quella in genere impiegata in situazioni simili: anziché entrare nel merito e controbattere con solide argomentazioni la tesi accusatoria si preferisce mirare dritto alla persona che rivolge l&#8217;accusa, in questo modo deviando l&#8217;attenzione del pubblico ‘dal messaggio al messaggero’, una vera e propria strategia di depistaggio. Secondo una tattica ben consolidata (anche in Italia), ci si concentra nel minare la credibilità del pubblico accusatore accusando lui stesso delle peggiori nefandezze, ottenendo così il risultato che i contenuti dell’accusa vengono a scomparire dalla attenzione pubblica.</p>
<p>Siccome tuttavia tutti i membri della Commissione possiedono eccellenti credenziali per occupare quel ruolo, l’attacco è stato rivolto su di un altro fronte. Quale peggiore accusa per screditare chiunque si occupi di Israele che quella di antisemitismo? Ironia della sorte il presidente della Commissione, il giudice Goldstone, oltre ad essere un eminente giurista, pubblico ministero nei Tribunali Criminali Internazionali della ex-Yugoslavia e del Rwanda, unanimemente riconosciuto come persona di grande integrità ed equilibrio politico, inizialmente restio ad accettare la carica che gli era stata assegnata in questo caso, è anche un ebreo convinto, ex-Rettore dell’Universita’ ebraica di Gerusalemme, descritto dalla propria figlia come “un sionista che ama Israele.”[<a href="#biblio">5</a>] Accusare il giudice Goldstone di anti-semitismo, hanno obiettato alcuni, e’ come usare la stessa accusa contro l’ebreo René Cassin, uno dei primi estensori della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948.</p>
<p>Anche i nostri media italiani hanno fatto del  loro meglio per dare il colpo di grazia alla percezione dei problemi descritti dal Rapporto Goldstone. Prendiamo ad esempio il sondaggio lanciato dal TG1 in cui alla domanda “Secondo voi chi ha violato il diritto internazionale nella guerra a Gaza?” Vengono offerte le seguenti possibilità di risposta:</p>
<ol>
<li>Israele, con le bombe al fosforo in centri urbani</li>
<li>Hamas usando civili, donne e bambini, come scudi umani</li>
<li>Tutti e due i contendenti</li>
<li>Nessuno dei due</li>
</ol>
<p>Mi verrebbe da chiedere al giornalista che ha formulato queste domande (e al cui stipendio anch’io contribuisco) cosa in effetti sappia di quanto è accaduto a Gaza, non solo nel periodo di bombardamenti e invasione armata, ma anche a causa delle sanzioni in atto fin dal giugno 2007. Di fronte al numero e alla enormità morale delle violazioni commesse dall’esercito israeliano viene indicato soltanto l’uso delle bombe al fosforo da contrapporre all’uso di scudi umani da parte di Hamas (peraltro, secondo il Rapporto, non dimostrabile con certezza). Anche a prescindere dalla esposizione agli avvenimenti di Gaza che i telespettatori del TG1 possano avere avuto, è comprensibile come la stragrande maggioranza di loro abbia risposto con 2).</p>
<p><strong>Cosa succederà ora al Rapporto Golstone, alla sua potente denuncia dei fatti accaduti a Gaza e alla sua ratifica da parte dell’UNHRC?</strong> Basterà l’ennesimo veto americano in sede di Consiglio di Sicurezza (se mai arriverà in tale sede) a riazzerare le responsabilità dello Stato di Israele, membro a tutti gli effetti (in diritti e doveri) delle Nazioni Unite? Riuscirà il Rapporto a rafforzare il movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele visibilmente già in fase di crescita? Riuscirà la risposta internazionale al Rapporto a compiere il miracolo di convincere i governanti israeliani che ‘”l’era dell’impunita’” è finita? Ci sarà bisogno di un’altra guerra, di un altro massacro, per sapere se Israele ha imparato la lezione? <strong>Molto dipenderà da quanto il Rapporto verrà letto, discusso, disseminato a tutti i livelli e conservato a futura documentazione della terribile violenza di questo conflitto </strong>sia da parte israeliana che palestinese, e a modello di quanto vada fatto per prevenire tragedie simili in futuro. Nel frattempo “migliaia di palestinesi affamati, disperati ma determinati, continueranno a Gaza a vivere nelle loro tende improvvisate, sopra le macerie che un tempo chiamavano casa, in attesa di cibo, cemento e giustizia internazionale.”[<a href="#biblio">6</a>]</p>
<p><a id="biblio" name="biblio"></a> <strong>Bibliografia</strong></p>
<ol>
<li>United Nations. <a href="http://www.unhchr.ch/huricane/huricane.nsf/0/9B63490FFCBE44E5C1257632004EA67B?opendocument" target="_blank">UN Fact Finding Mission finds strong evidence of war crimes and crimes against humanity committed during the Gaza conflict; calls for end to impunity</a>. Press Release, 15 September 2009</li>
<li>United Nations. <strong>Resolution adopted by the Human Rights Council S-12/1. The human rights situation in the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, A</strong>. Human  Rights Council, Twelfth special session, 15 – 16 October 2009 (A/HRC/RES/S-12/1) 21 October 2009. Visitato il 18.10.09. [<a href="# http://www2.ohchr.org/english/bodies/hrcouncil/specialsession/12/docs/A-HRC-RES-S-12-1.pdf" target="_blank">PDF: 31 Kb</a>]</li>
<li>AIC. The Alternative Information center Palestine/Israel. Il rapporto Goldstone delle Nazioni Unite. La missione di fact finding sul conflitto a Gaza. <a href="http://www.alternativenews.org/italian/2195-eb-sb-em-vf.html " target="_blank">La versione italiano dell’Executive Summary</a>. <span style="color: #0000ff;"> </span>Visitato il 18.10.09.</li>
<li>Angelo Stefanini. <a href="http://saluteinternazionale.info/2009/04/una-finestra-sulla-palestina-ancora-sulloperazione-piombo-fuso" target="_blank">Una finestra sulla Palestina. Ancora sull&#8217;operazione &#8220;Piombo fuso&#8221;</a>. Saluteinternazionale, 30.04.2009<span style="color: #0000ff;">. </span>Visitato il 18.10.09.</li>
<li><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Richard_Goldstone " target="_blank">Richard Goldstone</a>. Wikipedia, Visitato il 18.10.09.</li>
<li> Ramzy Baroud.<a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=15357 " target="_blank"> Justice This Time Around: Will Goldstone&#8217;s Report Deliver?</a>. Global Research, 24.09.2009 Visitato il 23.10.09.</li>
</ol>
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