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	<title>SaluteInternazionale &#187; Diseguaglianze</title>
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	<description>Uscire da se stessi, guardare agli altri, al mondo</description>
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		<title>La violenza contro le donne come priorità sociale e sanitaria</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Oct 2010 05:32:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Diseguaglianze]]></category>

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		<description><![CDATA[Antonella Graziadei, Enrico Materia
“Siate il cambiamento che vorreste vedere nel mondo” diceva Ghandi.
La violenza contro le donne è un problema molto diffuso con gravi conseguenze sociali e sulla salute fisica e psichica delle donne. Si ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Antonella Graziadei, Enrico Materia</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/10/violenza_donne.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4680" title="violenza_donne" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/10/violenza_donne-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>“Siate il cambiamento che vorreste vedere nel mondo” diceva Ghandi.<br />
La violenza contro le donne è un problema molto diffuso con gravi conseguenze sociali e sulla salute fisica e psichica delle donne. Si ripercuote per generazioni. E impone un cambiamento.<span id="more-4676"></span></p>
<hr size="1" />Miriam, Sonia, Maria, Grazia, Rossana, Rosalia, Anna, Teresa, Roberta, Shanaz Begum, Eleonora, sono alcuni nomi di donne uccise negli ultimi mesi da mariti, fidanzati, compagni.<br />
Eleonora aveva solo 16 anni ed è stata ammazzata con tre colpi di pistola, stava andando in bicicletta a trovare la nonna.<br />
A sedici anni il futuro ti sorride, vivi la vita con spensieratezza, sogni l’amore, ti fidi degli altri, credi a chi dice di amarti.<br />
La vita di Eleonora e i suoi sogni sono stati bruciati da tre proiettili.<br />
E mentre i quotidiani, la tv e la radio dedicano tempo, parole, dibattiti, servizi al campionato di calcio, interrogandosi sulla qualità dell’arbitraggio o sul giocatore più in forma, il tema della violenza contro le donne è trattato dai media, tranne poche eccezioni, con superficialità e approssimazione come se non ci riguardasse, come se la vita di Eleonora, la vita di tutte le altre donne umiliate, picchiate, maltrattate, uccise da uomini violenti fosse un problema lontano da noi, dalla nostra società.</p>
<p><strong>La violenza contro le donne è un problema globale e come tale deve essere affrontato; è un problema degli uomini che agiscono violenza e degli uomini che non sono violenti; delle donne vittime di violenza che con coraggio la denunciano e delle donne che non la conoscono o in tanti casi non la riconoscono</strong>.</p>
<p>Per affrontare alla radice il problema è necessario che il tema della violenza di genere sia inserito nelle agende dei Governi, che ci sia un’assunzione di responsabilità da parte di tutte le Istituzioni. Quando una donna viene picchiata, strangolata, accoltellata, acidificata, bruciata lo Stato, l’intera collettività è colpevole.</p>
<p>A conferma di ciò va ricordato quanto emerso nel corso della prima Conferenza Internazionale sulla violenza contro le donne nell’ambito della Presidenza Italiana del G8 nel 2009[<a href="#biblio">1</a>]. In quella sede è stata affermata la necessità di educare tutte le società ai valori dell’uguaglianza senza distinzione di “sesso, religione, razza, lingua, opinioni politiche, condizioni personali e sociali e di creare una grande alleanza tra tutti i Governi e la società civile per porre fine a ogni forma di violenza contro le donne”.</p>
<p><strong>L’OMS considera la violenza di genere come una priorità per la sanità pubblica e una violazione dei diritti umani: un problema troppo spesso ignorato o sottostimato, anche perché una delle forme più comuni di violenza è quella domestica</strong>[<a href="#biblio">2</a>].</p>
<p>L’OMS definisce la violenza come “l’uso intenzionale di forza fisica o di potere, minacciato o messo in atto … che causa o che ha un’alta probabilità di causare lesioni, morte, danno psicologico, difficoltà nello sviluppo o deprivazione”[<a href="post.php?action=edit&amp;post=4676&amp;message=10#biblio">2</a>]. Molte le forme di violenza subite dalle donne: l’abuso sessuale, fisico ed emozionale da parte del partner intimo o di altri membri della famiglia, la persecuzione (stalking), le molestie sessuali o l’abuso da parte di figure d’autorità, la tratta per lavoro forzato o sessuale, nonché le pratiche tradizionali come matrimoni imposti o di bambine, mutilazioni genitali femminili, delitti d’onore, e gli abusi sessuali sistematici in situazioni di guerra[<a href="#biblio">3</a>].</p>
<p><strong>Come dimostra lo studio dell’OMS sulla salute delle donne e la violenza domestica condotto in 10 paesi</strong>[<a href="#biblio">4</a>], <strong>tra il 15% (in Giappone) e il 71% (Etiopia rurale) delle donne hanno subito violenza fisica o sessuale da parte del marito o di un partner.</strong><br />
<strong>L’ISTAT riporta che in Italia, nel 2006, quasi sette milioni di donne &#8211; tra i 16 e i 70 anni &#8211; sono state vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita</strong>[<a href="#biblio">5</a>]. Il sommerso è elevatissimo ed è consistente anche la quota di donne che non parla con nessuno delle violenze subite. Ciò accade perché la donna anche se vittima si sente in colpa e ha difficoltà a riconoscere la violenza subita come reato.</p>
<p>Le conseguenze sulla salute della violenza di genere sono gravi e poco conosciute, nonostante esista un’estesa letteratura sul tema.<br />
Tra le morti da violenza contro le donne vanno annoverati i delitti d’onore (5.000 l’anno in tutto il mondo), i suicidi, gli infanticidi di femmine e le morti materne da aborto insicuro. In Italia, un omicidio su quattro avviene in famiglia e il 70% delle vittime sono donne[<a href="#biblio">6</a>]. Gli “omicidi passionali”, sempre più frequenti, esprimono il “declino dell’impero patriarcale”[<a href="#biblio">7,8</a>] e, antropologicamente, non si discostano dalla lapidazione dell’adultera prevista da alcune legislazioni arretrate. Il modo spesso giustificatorio in cui i media riportano le notizie degli omicidi: “accecato dalla gelosia…”, “con il diavolo in corpo…”, “dopo la lite lei lo lascia e lui la uccide…” tradisce la radicata solidarietà maschile a difesa del potere di genere.<br />
La violenza contro la donna è associata alle malattie sessualmente trasmesse come HIV/AIDS, alle gravidanze indesiderate e a esiti negativi della gravidanza quali l’aborto e un basso peso alla nascita[<a href="post.php?action=edit&amp;post=4676&amp;message=10#biblio">3</a>]. In diversi paesi dell’Africa sub-sahariana una donna su quattro subisce forzatamente la prima esperienza sessuale aumentando così il rischio di contrarre l’infezione da HIV[<a href="#biblio">9</a>].<br />
La violenza causa inoltre problemi fisici (tra cui: cefalea, mal di schiena, fibromialgia, una vasta gamma di disturbi gastrointestinali), psichici e psico-sociali (ansia, depressione, disturbi del comportamento alimentare[<a href="#biblio">10</a>]). Al riguardo, l’indagine ISTAT riferisce che le donne che hanno subito violenze dai partner nel corso della vita accusano i seguenti disturbi[<a href="post.php?action=edit&amp;post=4676&amp;message=10#biblio">5</a>]:</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="7" width="332">
<col width="229"></col>
<col width="73"></col>
<tbody>
<tr valign="TOP">
<td width="229"><span><span style="font-size: small;"><strong>Effetto 			sulla salute</strong></span></span></td>
<td width="73"><span><span style="font-size: small;"><strong>% </strong></span></span></td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="229"><span><span style="font-size: small;">Perdita 			di fiducia e di autostima</span></span></td>
<td width="73"><span><span style="font-size: small;">48,8</span></span></td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="229"><span><span style="font-size: small;">Disturbi 			del sonno</span></span></td>
<td width="73"><span><span style="font-size: small;">41,5</span></span></td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="229"><span><span style="font-size: small;">Ansia</span></span></td>
<td width="73"><span><span style="font-size: small;">37,4</span></span></td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="229"><span><span style="font-size: small;">Depressione</span></span></td>
<td width="73"><span><span style="font-size: small;">35,0</span></span></td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="229"><span><span style="font-size: small;">Idee 			di suicidio</span></span></td>
<td width="73"><span><span style="font-size: small;">12,3</span></span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>I costi economici e sociali sono enormi: le donne soffrono di isolamento, hanno difficoltà a lavorare, a partecipare alla vita sociale, a prendersi cura di sè e dei propri figli.</p>
<p>L’OMS enumera i fattori individuali, familiari, della comunità e della società che accrescono il rischio di violenza contro le donne: bassa posizione socioeconomica e istruzione; dipendenza da sostanze; cattivo funzionamento della famiglia; marcata diseguaglianza di genere nella comunità e scarsa coesione sociale; società con norme che conferiscono insufficiente autonomia alle donne e restrizioni sul divorzio.<br />
La prevenzione della violenza dovrebbe prevedere interventi che aumentino l’istruzione e le opportunità per le donne e le ragazze, e che riducano le diseguaglianze di genere. Nonché programmi per i ragazzi che crescono in famiglie con violenza domestica, in quanto vi è un rischio maggiore che diventino adulti violenti[<a href="#biblio">11</a>].</p>
<p>Il sistema sanitario dovrebbe impegnarsi meglio e di più per ridurre le conseguenze della violenza di genere, sia sul piano assistenziale che organizzativo: maggiore consapevolezza del problema; <em>advocacy</em> per le vittime; più informazioni sulle risorse disponibili per le donne vittime di violenza: assistenza legale, centri di assistenza per donne e bambini e sportelli anti-violenza. Svolgere, inoltre, la funzione di <em>stewardship </em>per ridurre le diseguaglianze di genere, di cui la violenza è a un tempo causa e conseguenza[<a href="#biblio">12</a>]. Tali diseguaglianze non sono peraltro da considerare in isolamento in quanto il loro impatto sulla salute si interseziona con altri assi delle relazioni di potere, quali le classi sociali e le razze[<a href="#biblio">13</a>]: è attraverso il <em>gender mainstreaming</em> – la strategia politico-sociale volta alla promozione dell’equità tra i generi e allo sviluppo di adeguate procedure amministrative – che tali diseguaglianze dovrebbero trovare risposta.</p>
<p><strong>È in questo quadro che le Nazioni Unite lanceranno, nel gennaio 2011, la <em>UN Entity for Gender Equality and Empowerment</em></strong>[<a href="#biblio">14,15</a>]: <strong>una nuova agenzia ONU che si occuperà dei problemi che affliggono le donne, dalla mortalità materna alla violenza, per ovviare alla scarsità di risorse e all’insufficiente coordinamento che contribuiscono a rendere difficile il contrasto alle questioni di genere.</strong></p>
<p><strong>Antonella Graziadei</strong>, Esperta di Pari Opportunità, e <strong>Enrico Materia</strong>, Lazio Sanità &#8211; Agenzia di Sanità Pubblica.</p>
<p><a id="biblio" name="biblio"></a><strong>Bibliografia</strong></p>
<ol>
<li><a href="http://www.g8italia2009.it/G8/home/News/G8-G8_Layout_locale-1199882089535_ ConferenzaViolenzaDonne.htm" target="_blank">G8 International Conference on violence against women</a>. August 2009.</li>
<li>World Report on violence and health. Geneva: World Health Organisation, 2002.</li>
<li>WHO | <a href="# http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs239/en/" target="_blank">Violence against women.</a></li>
<li>WHO Multi-country study on women health and domestic violence against women. Geneva: World Health Organisation, 2005.</li>
<li>ISTAT. La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2006. ISTAT: 2007.</li>
<li>Non da sola- donne insieme contro la violenza: <a href="http://www.nondasola.it/dati/dati.htm" target="_blank">dati</a>.</li>
<li>Marzano M. Ma Carmen adorée. La Repubblica 14 Luglio 2010.</li>
<li>Spinelli B. Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale. Franco Angeli Editore, 2008.</li>
<li>United Nations. The Millennium Development Goals Report 2010. New York: United Nations, 2010.</li>
<li>Rayworth BB, Wise LA, Harlow BL. Childhood Abuse and Risk of Eating Disorders in Women. Epidemiology 2004; 15: 271-8.</li>
<li>Djikanovic B, Jansen HA, Otasevic S. Factors associated with intimate partner violence against women in Serbia: a cross-sectional study. J Epidemiol Comm Health 2010; 64: 728-35.</li>
<li>Payne S. How can gender equity be addressed through health systems? Copenhagen: World Health Organisation and European Observatory on Health Systems and Policy, 2009.</li>
<li>Bates LM, Hankivsky O, Springer KW. Gender and health inequalities: a comment on the Final Report of the WHO Commission on the social determinants of health. Soc Sci Med 2009; 69: 1002-4.</li>
<li>A new UN agency for women. The Lancet 2009; 374: 1038.</li>
<li>Devi Shridar. A UN Agency for Women? Lessons from History. Globalhealthpolicy.net Aug 11 2010.</li>
</ol>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=4676&type=feed" alt="" /><div class="addthis_toolbox addthis_default_style addthis_" addthis:url='http://saluteinternazionale.info/2010/10/la-violenza-contro-le-donne-come-priorita-sociale-e-sanitaria/' addthis:title='La violenza contro le donne come priorità sociale e sanitaria ' ><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a><a class="addthis_button_compact"></a></div>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Diseguaglianze nell&#8217;assistenza sanitaria nei paesi a basso reddito</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2010/09/diseguaglianze-nellassistenza-sanitaria-nei-paesi-a-bassi-reddito/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 07:50:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Diseguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[Politica ed economia sanitaria]]></category>

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		<description><![CDATA[Giovanni Putoto
Un recente rapporto della Banca Mondiale mette a fuoco l’importanza di misurare l’utilizzazione dei servizi sanitari sulla base degli indici di povertà. Il sistema sanitario ha il compito di mitigare gli effetti delle diseguaglianze ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giovanni Putoto</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/09/082137740X.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4523" title="082137740X" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/09/082137740X-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Un recente rapporto della Banca Mondiale mette a fuoco l’importanza di misurare l’utilizzazione dei servizi sanitari sulla base degli indici di povertà. Il sistema sanitario ha il compito di mitigare gli effetti delle diseguaglianze socioeconomiche piuttosto che di generare nuove iniquità.<span id="more-4514"></span></p>
<hr size="1" /><strong>Introduzione</strong></p>
<p>“<em>Attacking the inequality in the health sector</em>” è il titolo dell’ultimo documento edito dalla Banca Mondiale sul tema delle diseguaglianze in salute[<a href="#biblio">1</a>]. Questo testo fa parte di una serie iniziata con “<em>Reaching the poor</em>” (2005) un volume dove sono presentati 11 casi di buone o cattive prassi del sistema sanitario nel raggiungere i gruppi sociali più svantaggiati. Segue nel 2007 la pubblicazione di “<em>Socio-Economic Differences in Health, Nutrition, and Population within Developing Countries</em>”, probabilmente la fonte più importante di evidenze sulle diseguaglianze socio-economiche esistenti in 56 paesi in via di sviluppo (PVS). “<em>Health Equity using Household Survey</em>” è invece un testo metodologico del 2008 che presenta i concetti, i problemi e gli strumenti quantitativi e qualitativi necessari per studiare le variabili principali legate all’equità.</p>
<p>“<em>Attacking the inequality in the health sector</em>” non è solo un ottimo compendio dei lavori precedenti &#8211; come il sottotitolo indica “<em>synthesis of evidence and tools</em>”- ma è di grande interesse per coloro che si occupano di salute pubblica nei Paesi in Via di Sviluppo perché si concentra sul problema dell’utilizzazione dei servizi sanitari da parte dei poveri e quindi sul ruolo che riveste il sistema sanitario nell’attenuare o nell’incrementare le diseguaglianze sociali. L’approccio suggerito è quello empirico. Misurare il problema è il primo passo da fare. Il secondo è essere consapevoli che il sistema sanitario in molti casi è un produttore di iniquità. Il terzo è fare un uso sistematico di dati e informazioni per influenzare coerentemente le politiche e le prassi sanitarie. Le implicazioni pratiche di <em>Attacking Health Inequality in the Health Sector</em> per le agenzie pubbliche e private impegnate nel settore della cooperazione sanitaria internazionale sono molte e importanti.</p>
<p><strong>Nuovi strumenti per misurare l’utilizzo dei servizi sanitari da parte dei poveri</strong></p>
<p><strong>Tema centrale della ricerca in sanità pubblica sono gli effetti della posizione socioeconomica nell’accesso ai servizi sanitari e nello stato di salute.</strong> Le informazioni sui determinanti sociali della salute rappresentano un indispensabile strumento per disegnare politiche di contrasto alla povertà che siano mirate ed efficaci. Purtroppo, nelle aree povere del mondo, diversamente da quanto avviene nei paesi ricchi, la misurazione su larga scala della ricchezza familiare espressa in termini monetari (reddito, spese o consumi) si è rivelata per lungo tempo un’impresa impraticabile. È solo dalla fine degli anni ’90 che i ricercatori trovano un sostanziale accordo nell’adottare un sistema di misurazione innovativo noto come<em> asset-score approach</em>[<a href="#biblio">2</a>] . Questo metodo prevede innanzitutto la raccolta di dati sulla<strong> disponibilità di beni durevoli</strong> (es. radio, biciclette), sulle <strong>caratteristiche dell’abitazione</strong> (es. tipo di toilette e materiale del tetto), e sull’<strong>accesso ai beni essenziali </strong>come l’acqua. Molti di questi dati sono raccolti nelle indagini nazionali multiscopo come le <em>Demographich and Health Surveys</em>[<a href="#biblio">3</a>]. Su questa base, applicando tecniche statistiche quali l’Analisi delle Componenti Principali, è possibile elaborare un<strong> indice composito di ricchezza patrimoniale</strong>[<a href="#biblio">4</a>]. Mettendo in rapporto l’indice di ricchezza patrimoniale con le variabili di esito (es. mortalità, morbilità, stato nutrizionale, accesso e utilizzazione dei servizi) si possono ottenere comparazioni dello stato di salute tra gruppi di popolazione stratificati in base alla posizione socioeconomica. Nonostante alcuni limiti tecnici, l’indice di ricchezza patrimoniale riflette fedelmente i consumi e rappresenta quindi un indicatore indiretto (<em>proxy</em>) dello standard di vita. La rappresentazione grafica delle disuguaglianze sociali si avvale a sua volta di una serie di strumenti innovativi che contribuiscono a veicolare in modo molto efficace il messaggio delle iniquità in termini di esiti di salute e di assistenza sanitaria[<a href="#biblio">5</a>]. E’ la svolta cercata.</p>
<p><strong>Il sistema sanitario può esacerbare le diseguaglianze sociali</strong></p>
<p>Le evidenze disponibili per i paesi a basso e medio reddito indicano che esistono grandi diseguaglianze dello stato di salute tra i più ricchi e i più poveri che dovrebbero essere mitigate dal ruolo di ammortizzatore sociale del sistema sanitario; che tali diseguaglianze sono persistenti nel tempo (fatto che attesta un sostanziale fallimento delle politiche di contrasto alla povertà); che i gap tendono a essere consistenti tra regioni per alcuni esiti ma non per altri (circostanza che dovrebbe spingere a indagare a fondo l’influenza dei determinanti sociali non sanitari); infine, che la variabilità delle diseguaglianze di salute all’interno e tra i paesi è molto elevata e tale da imporre politiche e programmi multi settoriali di lotta alla povertà disegnati sulle specificità contestuali e ambientali.</p>
<p><strong>Ma il dato relativamente sorprendente e carico di conseguenze pratiche per gli operatori sanitari è che il sistema sanitario stesso può contribuire ad allargare la forbice sociale nella salute e che i servizi sanitari possono risultare socialmente distorcenti</strong>.</p>
<p>In pratica, nei paesi a basso e medio reddito i servizi sanitari tendono a servire i più ricchi rispetto ai più poveri. Nell’ambito dell’assistenza sanitaria di base, un caso emblematico è rappresentato dai servizi della salute riproduttiva che risultano essere “<em>the worse of the worse</em>” (i peggiori dei peggiori), quelli cioè con il livello più alto di diseguaglianza sociale (vedi <strong>Tabella 1.1</strong>).</p>
<p style="text-align: center;">
<div id="attachment_4517" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/09/putoto.jpg" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-4517" title="putoto" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/09/putoto-300x117.jpg" alt="" width="300" height="117" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<p>Fonte: Gwatkin, et al 2007.</p>
<p>Anche allargando lo spettro delle prestazioni sanitarie e includendo tutte quelle di base dell’area materno-infantile, la probabilità di utilizzazione è sempre appannaggio delle categorie più ricche. In particolare, per ciò che riguarda l’assistenza professionale al parto, <strong>il quintile più ricco ha in media più di 3 volte la probabilità di usufruire di questo servizio rispetto al quintile più povero</strong> (vedi <strong>Figura 1.3</strong>). Ancora una volta un’evidenza del fallimento del settore sanitario verso i poveri, in questo caso verso le donne povere.</p>
<div id="attachment_4518" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/09/putoto_1.jpg" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-4518" title="putoto_1" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/09/putoto_1-300x204.jpg" alt="Cliccare sull'immagine per ingrandirla" width="300" height="204" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<p style="text-align: left;">Fonte: Gwatkin, Wagstaff, and Yazbeck 2005.</p>
<p>Il quadro non cambia neppure per i servizi ospedalieri governativi di secondo e terzo livello. Un’analisi di 22 paesi indica in modo inequivocabile che nella stragrande maggioranza dei casi (vedi l’eccezione del Costarica) l’allocazione delle risorse sanitarie pubbliche favorisce le classi sociali più abbienti (Vedi <strong>Figura 1.7</strong>)</p>
<p style="text-align: center;">
<div id="attachment_4519" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/09/putoto_2.jpg" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-4519" title="putoto_2" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/09/putoto_2-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<p>Fonte: Filmer 2004.</p>
<p><strong>Fornire informazioni per innescare politiche di contrasto alle diseguaglianze in salute agendo sul sistema sanitario</strong></p>
<p><em>Attacking Health Inequality </em>richiama la necessità di monitorare l’utilizzazione dei servizi sanitari da parte dei poveri anche in relazione agli effetti delle riforme sanitarie adottate nei paesi in via di sviluppo. Propone al riguardo un originale schema di riferimento su che cosa monitorare. Scelta una prestazione o un gruppo di servizi sanitari per i quali ci siano gap di utilizzazione da parte dei poveri, ci si deve porre le seguenti domande:<strong> le disuguaglianze esistenti nell’utilizzo dei servizi stanno cambiando? le barriere al’accesso si stanno attenuando? la configurazione dell’allocazione delle risorse sta cambiando?</strong></p>
<p>Inoltre, il monitoraggio, per essere efficace, dovrebbe includere:</p>
<ul>
<li><strong>un sistema di tracing, di tracciamento delle tre classi dei servizi sanitari</strong>: per le famiglie, per gli individui e per la popolazione, visto che i problemi di equità e le possibili azioni di contrasto possono essere diversi tra loro (Vedi <strong>Figura 19.1</strong>).</li>
</ul>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: left;">
<dl id="attachment_4520" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt">
<div id="attachment_4528" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/09/putoto4.jpg"><img class="size-medium wp-image-4528" title="putoto4" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/09/putoto4-300x229.jpg" alt="" width="300" height="229" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
</dt>
</dl>
<p> Fonte: World Bank 200</p>
<ul>
<li><strong>Un secondo elemento è di natura finanziaria e contabile e riguarda il rilevamento delle spese sanitarie </strong>(<em>health expenditure tracking</em>). Dalle fonti di finanziamento fino agli utilizzatori finali.</li>
<li style="text-align: left;">Infine, richiamandosi al principio della trasparenza, è suggerito anche <strong>un elemento di partecipazione sociale</strong>. Nel processo di monitoraggio bisognerebbe includere i poveri stessi: dalla scelta delle prestazioni da analizzare, all’uso degli indicatori fino alla discussione e alla disseminazione dei risultati finali.</li>
</ul>
<p style="text-align: left;"><strong>Commenti</strong></p>
<p style="text-align: left;">Il documento tocca un argomento nevralgico: il sistema sanitario può contribuire a deteriorare le diseguaglianze sociali. L’esatto contrario del suo mandato che è di proteggere i poveri e di ammortizzare gli squilibri esistenti nelle comunità[<a href="#biblio">6</a>].</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Quali sono le lezioni pratiche che si possono trarre in proposito?</strong><br />
Alle agenzie pubbliche o private &#8211; come le ONG &#8211; che si occupano direttamente di cooperazione sanitaria internazionale, la prospettiva di monitorare l’utilizzazione dei servizi sanitari da parte dei poveri nei progetti e nei programmi che conducono sul campo offre molte opportunità ma pone anche delle sfide.</p>
<p style="text-align: left;">Innanzitutto, una <strong>sfida culturale</strong>. L’equità è una faccenda seria. Anche senza volerlo si possono fare danni. Non bastano più né la buona fede né il lavorare secondo tradizione (<em>business as usual</em>). È il momento di conoscere quello che si fa e agire di conseguenza.</p>
<p style="text-align: left;">Una <strong>sfida tecnica</strong>. Gli approcci e gli strumenti statistici disponibili sono usati nelle indagini nazionali. La complessità di calcolo li rende di difficile applicazione a livello locale anche se ci sono dei tentativi in corso di adattarli a livello di distretto, di ospedale e di prestazione[<a href="#biblio">7,8</a>]. Questo passaggio è importante perché permetterebbe di definire una sorta di “<em>equity profile</em>” degli utenti nei sistemi sanitari decentrati.</p>
<p style="text-align: left;">Una <strong>sfida manageriale e politica. </strong>I dati a disposizione dovrebbero costituire la base di partenza per dialogare e confrontarsi con le comunità, le autorità sanitarie locali e i donatori per affrontare il nodo dell’accessibilità e le relative barriere per i poveri. Tali strumenti di analisi permettono inoltre di stabilire se l’allocazione delle risorse sanitarie locali, pubbliche e del settore non for-profit, sono realmente a favore dei poveri; se possono essere applicate strategie di raggiungimento dei poveri attraverso finanziamenti comunitari; se le politiche nazionali orientate alla copertura universale sono applicate o ignorate nei distretti; se gli aiuti internazionali erogati hanno effetti distorsivi in periferia.</p>
<p style="text-align: left;">Infine, una <strong>sfida sociale</strong>. Fare partecipare i poveri al monitoraggio dei servizi sanitari, significa essere capaci di ascoltarli e di renderli partecipi delle decisioni e degli esiti dei cambiamenti prodotti. Una lezione non nuova ma tutt’ora valida[<a href="#biblio">9</a>].</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Giovanni Putoto. Medici con l’Africa CUAMM</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong><a id="biblio" name="biblio"></a> <strong>Bibliografia</strong></strong></p>
<ol style="text-align: left;">
<li>Abdo S. Yazbeck Attacking Inequality in the Health Sector. Washington, DC: World Bank, 2009 [<a href="http://siteresources.worldbank.org/INTPAH/Resources/Publications/YazbeckAttackingInequality.pdf" target="_blank">PDF: 3,14 Mb</a> ]</li>
<li>Filmer D, Pritchett L. 1998. Estimating wealth effects without expenditure data or tears: an application to educational enrolments in states of India. Washington, DC: World Bank.</li>
<li><a href="#  http://www.measuredhs.com/start.cfm" target="_blank">Demographic and Health Survey</a></li>
<li>Seema Vyas And Lilani Kumaranayake Constructing Socio-Economic Status Indices: How To Use Principal Components Analysis Health Policy and Planning. November 2006; 21: 459 &#8211; 468.</li>
<li>Presenting Inequality Data: The Wealth Gap, The Odds Ratio, The Full Gradient, The Concentration Curves, The Concentration Index in Abdo S. Yazbeck Attacking Inequality in the Health Sector. Washington, DC: World Bank.</li>
<li>CSFH (2008).<a href="http://saluteinternazionale.info/2009/01/csdh-2008-closing-the-gap-in-a-generation-health-equity-through-action-on-the-social-determinants-of-health/" target="_blank"> Closing the gap in a generation: health equity through action on the social determinants of health</a>. Commission on Social Determinants of Change, final report. Geneva: World Health Organization, 2008.</li>
<li>Abbas Bhuiya et al. Three methods to monitor utilization of healthcare services by the poor. International Journal for Equity in Health 2009, 8:29.</li>
<li>Emma Pitchforth et al. Development of a proxy wealth index for women utilizing emergency obstetric care in Bangladesh Health Policy and Planning 2007;22:311–319.</li>
<li>Susan B. Rifkin Lessons from community participation in health programmes: a review of the post Alma-Ata. Experience International Health 2009; 1, 31—36.</li>
</ol>
</div>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=4514&type=feed" alt="" /><div class="addthis_toolbox addthis_default_style addthis_" addthis:url='http://saluteinternazionale.info/2010/09/diseguaglianze-nellassistenza-sanitaria-nei-paesi-a-bassi-reddito/' addthis:title='Diseguaglianze nell&#8217;assistenza sanitaria nei paesi a basso reddito ' ><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a><a class="addthis_button_compact"></a></div>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Equità di accesso, addio?  Sistema sanitario italiano (SSN) vs quello britannico (NHS)</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2010/02/equita-di-accesso-addio-sistema-sanitario-italiano-ssn-vs-quello-britannico-nhs-2/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 08:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Sistemi sanitari internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Diseguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[Politica ed economia sanitaria]]></category>

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		<description><![CDATA[Gianfranco Domenighetti
In Italia lunghe liste d’attesa sono funzionali al mantenimento e alla promozione della via privilegiata d&#8217;accesso a pagamento  al sistema pubblico.
L&#8217;equità di accesso ad un sistema sanitario è un&#8217;importante determinante della salute e ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gianfranco Domenighetti</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/02/pay4performance1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3775" title="pay4performance" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/02/pay4performance1.jpg" alt="" width="140" height="210" /></a>In Italia lunghe liste d’attesa sono funzionali al mantenimento e alla promozione della via privilegiata d&#8217;accesso a pagamento  al sistema pubblico.<span id="more-3771"></span></p>
<hr size="1" />L&#8217;equità di accesso ad un sistema sanitario è un&#8217;importante determinante della salute e una pietra miliare  sul difficile percorso che conduce alla giustizia sociale. Uno  studio recentissimo[<a href="#biblio">1</a>] ha confrontato <strong>la prevalenza di cittadini italiani e britannici che hanno dichiarato di aver interamente pagato di tasca propria prestazioni sanitarie </strong>(ad esclusione dei farmaci e delle cure odontoiatriche) <strong>che avrebbero potuto ottenere gratuitamente o a minor costo dai rispettivi servizi sanitari nazionali.</strong></p>
<p>Hanno risposto di aver totalmente pagato almeno una volta nel corso della vita l&#8217;accesso a prestazioni medico-sanitarie circa l&#8217;<strong>80%</strong> dei cittadini italiani ( il  <strong>45%</strong> per oltre cinque accessi) e, il <strong>60%</strong> lo ha fatto negli ultimi due anni. Le corrispondenti percentuali di prevalenza per i cittadini britannici erano del <strong>20%</strong>, <strong>4%</strong> e di circa <strong>10%</strong> per gli ultimi due anni (<strong>Slide 1).</strong></p>
<p><strong>Slide 1. Prevalenza di cittadini che dice di aver pagato totalmente di tasca propria prestazioni sanitarie che avrebbe potuto ottenere gratuitamente o a minor costo dal SSN/NHS (esclusi farmaci e cure dentarie).</strong> ITALIA – UK / N=1000<strong>.</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<div id="attachment_3772" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/02/Domenighetti_slide11.jpg" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-3772 " title="Domenighetti_slide1" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/02/Domenighetti_slide11-300x223.jpg" alt="" width="300" height="223" /></a><p class="wp-caption-text">Cliccare sull&#39;immagine per ingrandirla</p></div>
<p>Fonte: European J. Public Health, 8 febbraio 2010</p>
<p>Come si spiega una differenza tanto vistosa tra due paesi che hanno entrambi un sistema che si dichiara universalista, equo, di accesso gratuito e finanziato tramite la fiscalità generale ?</p>
<p>L’importante differenza nella prevalenza tra i due paesi di cittadini che hanno pagato integralmente “<em>out of pocket</em>” prestazioni che avrebbero potuto ottenere gratuitamente o a minor costo dai rispettivi servizi sanitari nazionali (SSN/NHS) sembra essere dovuta all’adozione di due diverse politiche intese a risolvere il problema delle liste di attesa per l’accesso alle prestazioni elettive che caratterizzano i due sistemi sanitari.</p>
<p>Il NHS ha scelto un modello fondato su incentivi e concorrenza  (ampliamento delle possibilità di scelta per il paziente, “<em>pay by results</em>”, ecc.)  che, senza creare un “mercato”, promuovevano l’efficienza dei servizi e dei professionisti (che in UK <strong>non</strong> hanno diritto , contrariamente all&#8217;Italia, ad avere una pratica privata all’interno del servizio pubblico). Un’offerta complementare è stata negoziata con il settore privato per l’acquisto di prestazioni chirurgiche elettive, ma lasciando <strong>intatta la gratuità d’accesso</strong> per tutti i pazienti NHS e diminuendo così  significativamente le liste di attesa (dal 1999 al 2005 i pazienti in lista d’attesa da 6 e più mesi sono stati ridotti dell’85% ).</p>
<p>L’Italia ha invece dato nel 1999 un impulso significativo alla creazione all’interno del servizio pubblico di un accesso parallelo tramite il diritto dato <strong>a tutti i medici</strong> del servizio pubblico di esercitare la libera professione all’interno del SSN <strong>(intramoenia),</strong> creando così un “binario” privilegiato d’accesso (senza o con più brevi liste d’attesa e con una più estesa possibilità di scelta) per i cittadini disposti a pagare l’intera prestazione di tasca propria.</p>
<p>Quest’ultima soluzione (che probabilmente spiega l’alta prevalenza di cittadini che, rispetto alla Gran Bretagna, hanno dichiarato di aver pagato integralmente “<em>out of pocket</em>” prestazioni che avrebbero potuto ottenere gratuitamente o a minor costo con il “binario” d’accesso “standard” al SSN ) evidenzia un problema importante rispetto all’equità d’accesso ed alla solidarietà all’interno del servizio sanitario pubblico in Italia tra cittadini disposti (o indotti) a pagare e quelli che non lo sono.</p>
<p>L’inequità nell’accesso è ulteriormente dimostrata dal fatto che, come mostra lo studio, <strong>in Italia la prevalenza dei cittadini che hanno pagato prestazioni “out of pocket” non mostra nessuna differenza significativa in funzione del reddito dei cittadini paganti. </strong></p>
<p><strong>Ne consegue che lunghe liste d’attesa sono funzionali e  congeniali al mantenimento e alla promozione della vi</strong><strong>a privilegiata d`accesso a pagamento al sistema pubblico</strong>. La logica conseguenza sarà un allungamento delle liste dovuto al fatto che i cittadini che pagano godono sempre di una precedenza, creando una disparità d&#8217;accesso difficile da giustificare sul piano dell&#8217;equità.</p>
<p><strong>L</strong><strong>e cose sono probabilmente destinate a peggiorare se, come è stato annunciato, la pratica dell&#8217;intramoenia (già poco e mal regolata) verrà completamente deregolata, consentendo ai medici del servizio pubblico di fare attività privata anche fuori dal proprio ospedale senza più alcun vincolo. </strong></p>
<p><strong>Nota.</strong> Gianfranco Domenighetti, Università della Svizzera Italiana<br />
<strong><a id="biblio" name="biblio"></a> <strong>Bibliografia</strong></strong></p>
<ol>
<li>Domenighetti 	G, Vineis P, De Pietro C, Tomada A.  <a href="http://eurpub.oxfordjournals.org/cgi/content/abstract/ckq001?ijkey=O5zYbmo6umIYwBN&amp;keytype=ref" target="_blank">Ability 	to pay and equity in access 	to Italian and British National Health Systems</a>. European Journal of Public Health (Advance Access Published February 	8, 2010 ).</li>
</ol>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=3771&type=feed" alt="" /><div class="addthis_toolbox addthis_default_style addthis_" addthis:url='http://saluteinternazionale.info/2010/02/equita-di-accesso-addio-sistema-sanitario-italiano-ssn-vs-quello-britannico-nhs-2/' addthis:title='Equità di accesso, addio?  Sistema sanitario italiano (SSN) vs quello britannico (NHS) ' ><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a><a class="addthis_button_compact"></a></div>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Quale futuro per chi nasce e cresce oggi nel Mezzogiorno?</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2010/02/quale-futuro-per-chi-nasce-e-cresce-oggi-nel-mezzogiorno/</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 10:40:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Diseguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[Salute materno-infantile]]></category>

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		<description><![CDATA[Maurizio Bonati e Rita Campi
La mancanza di un progetto e di un modello italiano di welfare per l’infanzia e l’adolescenza è una grave lacuna che accentua le diseguaglianze (locali, regionali, nazionali) nella salute.
Come ha auspicato ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Maurizio Bonati e Rita Campi</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/02/lego-hospital.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3763" title="lego-hospital" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/02/lego-hospital.jpg" alt="" width="254" height="192" /></a>La mancanza di un progetto e di un modello italiano di welfare per l’infanzia e l’adolescenza è una grave lacuna che accentua le diseguaglianze (locali, regionali, nazionali) nella salute.<span id="more-3754"></span></p>
<hr size="1" />Come ha auspicato anche il Presidente della Repubblica nel <a href="http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Video&amp;key=1309&amp;vKey=1119&amp;fVideo=1">messaggio di questo fine anno</a>, c’è necessità di “più crescita, più sviluppo nel Mezzogiorno, più futuro per i giovani, più equità sociale… perché cresca in modo più sostenuto l&#8217;Italia, deve crescere il Mezzogiorno, molto più fortemente il Mezzogiorno. Solo così, crescendo tutta insieme l&#8217;Italia, si può dare una risposta ai giovani che s&#8217;interrogano sul loro futuro&#8221;.<br />
<strong>Purtroppo, oggi, nel Mezzogiorno molti bambini non arrivano ad interrogarsi. Infatti, fin dal momento della nascita e per tutto il periodo dello sviluppo il divario tra Nord e Sud d’Italia nell’accesso e qualità dei servizi sociosanitari è enorme</strong>.</p>
<p><strong>I rischi</strong> di morire nella prima settimana di vita, di non poter frequentare l’asilo, di abbandonare la scuola dell’obbligo, di essere un adolescente in difficoltà, di dover cambiare regione per ricevere un’assistenza specialistica pediatrica sono <strong>3-6 volte superiori al Sud rispetto al Nord</strong>. Per il diritto alla salute materno infantile il nostro Meridione rappresenta nell’ambito europeo un paese a sé stante.</p>
<p>L’acuirsi delle diseguaglianze nella salute dell’infanzia tra le regioni italiane è la denuncia lanciata con il 2° Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, da 86 associazioni e istituzioni indipendenti (<a href="http://www.gruppocrc.net/">Gruppo CRC – Convention on the Rights of the Child</a>). Il 16,6% dei bambini (1.700.000) vive al di sotto della soglia di povertà (pari al 23% della popolazione povera) e risiede in gran parte al Sud o nei quartieri periferici delle grandi città. Come già documentato nel 2005*, le modalità, la qualità e le aspettative del nascere e crescere oggi in Italia sono ancora, e sempre più, condizionate dal luogo di residenza e dalle condizioni sociali. Nel corso dell’ultimo decennio poco è stato fatto e le “distanze” si sono accentuate.</p>
<p>La natalità nazionale è leggermente aumentata, grazie anche ai recenti flussi migratori, in condizioni di aumentata medicalizzazione, con un tasso di parti cesarei oltre il doppio del 15% indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e con la Regione Campania oltre il 60% dei parti: livelli unici nell’intera Unione Europea. La mortalità perinatale (nel corso della prima settimana di vita) è ovunque diminuita, ma permane drasticamente elevata al Sud con un rapporto 2-3 volte superiore rispetto alle regioni settentrionali a parità di nascite patologiche. Tutti elementi che stanno ad indicare che <strong>la qualità delle cure e il “percorso nascita” non hanno ancora raggiunto una garanzia e un diritto omogenei su tutto il territorio nazionale.</strong></p>
<p>Disomogeneità e diseguaglianze che si mantengono anche nel crescere con tassi di allattamento esclusivo al seno che si mantengono lontani da quelli indicati dall’OMS proprio nelle regioni meridionali dove si nasce maggiormente, dove le vaccinazioni raccomandate sono spesso disattese (in alcuni distretti sanitari un terzo dei bambini non risulta essere vaccinato), dove l’offerta di posti nido è solo per l’1% della popolazione avente diritto.</p>
<p><strong>Diseguaglianze regionali che costringono ancora molti bambini del Sud bisognosi di cure alla migrazione ospedaliera</strong>, a un abbandono precoce dell’istruzione e ad una precarietà occupazionale (quando cresciuti) sino a dieci volte superiore dei loro coetanei residenti al Nord. Una cronicizzazione della mancanza di un benessere omogeneo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza che rispecchia la condizione della popolazione generale come indica anche l’<a href="http://hdr.undp.org/en/reports/global/hdr2009/">Indice di Sviluppo Umano</a>, che seppur mediamente aumentato nel corso degli ultimi dieci anni (da 0,906 a 0,932 e che colloca l’Italia al 18° posto della graduatoria mondiale) mantiene all’ultimo posto la Campania (0,897 livello del Portogallo) e al primo l’Emilia Romagna (0,949 livello dell’Islanda). Bambini e adolescenti, quindi, ancora dimenticati.</p>
<p>A testimonianza della disattenzione istituzionale per la condizione dell’infanzia basti ricordare che l’ultimo <a href="http://www.minori.it/piano-azione-2002-2004">Piano Nazionale Infanzia</a> approvato risale al periodo 2002-2004 e <strong>da allora non è stato più rinnovato</strong>. Si confidava nella presentazione del nuovo Piano nel corso della <a href="http://www.conferenzainfanzia.it/site/">Conferenza Nazionale per l’infanzia e l’adolescenza</a>, organizzata nello scorso novembre a Napoli dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali insieme alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e in collaborazione con la Commissione Parlamentare per l’Infanzia e l’Adolescenza, <strong>ma ancora una volta è stata un’attesa vana</strong>.</p>
<p>I determinanti distali e prossimali della salute incidono sullo “star bene” dei bambini e di tutta la comunità e ne condizionano lo sviluppo presente e futuro. Ridurre queste croniche inique differenze è quindi interesse di tutti e gli interventi non dovrebbero essere frazionati o mirati ad una sola fascia della popolazione, ma a tutta la comunità. <strong>La mancanza di un progetto e di un modello italiano di welfare per l’infanzia e l’adolescenza è una grave lacuna che accentua le diseguaglianze (locali, regionali, nazionali) nella salute.</strong><br />
Le politiche per l’infanzia e l’adolescenza sono di competenza multiministeriale e necessitano di una programmazione condivisa e di un monitoraggio continuo e accurato della loro attuazione. Non dovrebbe essere più accettato che il rischio di nascere e non poter crescere sia triplo per i neonati di Cosenza rispetto a quelli di Udine e che questo perduri da lustri anche per l’indolenza istituzionale.</p>
<p><strong>Tabella 1. Andamento indicatori regionali nell’ultimo decennio</strong></p>
<table style="height: 884px;" border="1" cellspacing="0" cellpadding="7" width="537" rules="GROUPS" align="LEFT" bordercolor="#000000">
<col width="11"></col>
<col width="194"></col>
<col width="213"></col>
<col width="203"></col>
<tbody>
<tr valign="TOP">
<td width="11">
<p lang="it-IT">
</td>
<td width="194">
<p lang="it-IT">
</td>
<td width="213"><strong>1997-98</strong></td>
<td width="203"><strong>2006-07</strong></td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td rowspan="4" width="11" height="25"><strong>NASCERE</strong></td>
<td width="194">Natalità (‰)</td>
<td width="213">9,2</p>
<p>(7,0 – 				11,9;  Liguria – Campania)</td>
<td width="203">9,6</p>
<p>(7,8 – 10,7;  Liguria – Trentino 				A. A.)</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="194">Cesarei (%)</td>
<td width="213">32,9</p>
<p>(20,4 – 				51,0;  Friuli V.G. – Campania)</td>
<td width="203">39,3<br />
(26,2 – 				61,8;  Trentino A.A. – Campania)</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="194">Mortalità 				perinatale (‰)</td>
<td width="213">8,4<br />
(5,0 – 				13,9;  Friuli V.G. – Basilicata)</td>
<td width="203">4,6<br />
(2,1 – 				7,0;  Molise – Basilicata)*</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="194">Nati 				&lt;1500 g (%)</td>
<td width="213">0,8</p>
<p>(0,5 – 				1,0;  Basilicata – 				Frilui V. G.)*</td>
<td width="203">1,0</p>
<p>(0,7 – 				3,4;  Campania –  Molise)*</td>
</tr>
</tbody>
<tbody>
<tr>
<td rowspan="6" width="11" height="24"><strong>CRESCERE</strong></td>
<td width="194" valign="TOP">
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT">Allattamento al seno</p>
<p lang="it-IT">(esclusivo 				a 3 mesi) (%)</p>
</td>
<td width="213" valign="TOP">
<p lang="it-IT">
<p>58,1</p>
<p>(37,8 – 				74,8;  Sicilia – Trentino A.A.)</td>
<td width="203" valign="TOP">65,4</p>
<p>(53,5 				– 73,8;  Isole – Nord est)</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="194">Copertura vaccinale 				morbillo (%)</td>
<td width="213">74,1</p>
<p>53,0 – 				91,8;  Campania – Friuli V.G.)</td>
<td width="203">89,6</p>
<p>(86,4 – 				97,3;  Calabria – Molise)</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="194">Nidi (%)</td>
<td width="213">6,3</p>
<p>(0,6 – 				47,9;  Basilicata – Emilia R.)</td>
<td width="203">9,7</p>
<p>(1,4 – 				24,0;  Campania – Emilia R.)</td>
</tr>
<tr>
<td width="194" valign="TOP">Migrazione 				ospedaliera (%)</td>
<td width="213" valign="TOP">7,4</p>
<p>(4,5 – 				25,3;  Lombardia – Basilicata)</td>
<td width="203" valign="TOP">8,1</p>
<p>(4,4 – 				26,9;  Lombardia – Basilicata)</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="194">Abbandono precoce 				dell’istruzione (%)</td>
<td width="213">42,3</p>
<p>(34,5 – 				55,2;  Umbria – Sardegna)</td>
<td width="203">19,2</p>
<p>(9,2 – 				28,8;  Friuli – Campania)</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="194">
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT">Minori 				in cerca di occupazione (%)</p>
</td>
<td width="213">
<p lang="it-IT">
<p>37,2</p>
<p>(6,7 – 				65,4;  Trentino A.A. – Calabria)*</td>
<td width="203">35,6</p>
<p>(5,8 – 				66,2;  Trentino A.A. – Calabria)</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Note</strong>.* <span style="font-size: small;">La Valle d’Aosta è stata esclusa dal calcolo</span></p>
<p><strong>Natalità (tasso di): </strong><span style="font-size: small;">rapporto tra il numero dei nati vivi dell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente, per 1.000.</span></p>
<p><strong>Mortalità perinatale (tasso di): </strong><span style="font-size: small;">la somma dei nati morti e dei decessi avvenuti nella prima settimana di vita rapportata al numero complessivo di nati, per 1.000.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong>Nidi: </strong></span><span style="font-size: small;">posti nido disponibili per 100 bambini in età 0-2 anni</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong>Migrazione ospedaliera: </strong></span><span style="font-size: small;">il numero di pazienti che si curano fuori regione sul totale dei ricoveri, per 100.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong>Abbandono precoce dell’istruzione</strong></span><span style="font-size: small;"><strong>:</strong></span><span style="font-size: small;"> percentuale di giovani (18-24 anni) che hanno perseguito un titolo di studio al massimo ISCED2 e che non partecipano ad attività di educazione/formazione rispetto ai giovani di età 18-24 anni.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong>Minori in cerca di occupazione:</strong></span><span style="font-size: small;"> </span><span style="font-size: small;">il rapporto tra le persone (15-19 anni) in cerca di occupazione e le forze di lavoro, moltiplicato per 100.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong>Bibliografia</strong></span></p>
<p>Maurizio Bonati, Rita Campi. <a href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/viewPrd.asp?idcategory=0&amp;idproduct=188">Nascere e crescere oggi in Italia.</a> Roma: Il Pensiero Scientifico Editore,  2005.</p>
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