<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Salute Internazionale &#187; Dossier Palestina</title>
	<atom:link href="http://saluteinternazionale.info/tag/dossier-palestina/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://saluteinternazionale.info</link>
	<description>Uscire da se stessi, guardare agli altri, al mondo</description>
	<lastBuildDate>Tue, 27 Jul 2010 21:23:34 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.9.2</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>A Gaza qualcosa di nuovo?</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2010/07/a-gaza-qualcosa-di-nuovo/</link>
		<comments>http://saluteinternazionale.info/2010/07/a-gaza-qualcosa-di-nuovo/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 08:22:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://saluteinternazionale.info/?p=4425</guid>
		<description><![CDATA[Angelo Stefanini
Dopo l’assalto alla flottiglia dei pacifisti, il governo israeliano ha annunciato un “alleggerimento del blocco” alla Striscia di Gaza. Forse quel sanguinoso evento sta risvegliando l&#8217;opinione pubblica mondiale sulla situazione nella Striscia dove si ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Angelo Stefanini</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/07/Gaza.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4426" title="Gaza" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/07/Gaza-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Dopo l’assalto alla flottiglia dei pacifisti, il governo israeliano ha annunciato un “alleggerimento del blocco” alla Striscia di Gaza. Forse quel sanguinoso evento sta risvegliando l&#8217;opinione pubblica mondiale sulla situazione nella Striscia dove si perpetra “una punizione collettiva” verso tutta la popolazione.<span id="more-4425"></span></p>
<hr size="1" /><strong>Che cosa sta succedendo a Gaza?</strong></p>
<p><strong> </strong>La Striscia di Gaza è una fetta di terra lunga 45 km e larga da 12 a 5,5 km, con un milione e mezzo di abitanti ammassati in oltre 4 mila per kmq. Quasi la metà di loro ha meno di 15 anni di età. Il 71.5% della popolazione appartiene a famiglie cacciate dalle loro abitazioni nel 1947-1948 quando fu creato lo Stato di Israele[<a href="#biblio">1</a>]. Otto persone su dieci dipendono dall&#8217;aiuto umanitario. Dal 1967, a seguito della &#8220;guerra dei sei giorni&#8221;, i territori palestinesi di Cisgiordania e di Gaza sono occupati militarmente da Israele.</p>
<p>Gli accordi di Oslo del 1993 hanno stabilito che Gaza e la Cisgiordania, tra loro distanti circa 40 km, rappresentano una “singola unità territoriale” sotto l’Autorità Nazionale Palestinese. Oggi le cose stanno molto diversamente. Dopo l’ostracismo imposto da Israele e dalla comunità internazionale al governo di Hamas, vincitore di elezioni democratiche nel gennaio 2006, e dopo la sua violenta presa del potere a Gaza nel giugno 2007, ora i due territori sono governati da entità rivali (<em>Fatah </em>in Cisgiordania).</p>
<p>Dopo avere ritirato nel 2005 le proprie truppe e gli 8 mila coloni ebrei che vivevano a Gaza, Israele ha rinsaldato il proprio dominio su quel territorio di cui controlla totalmente i confini di terra e di mare, ne pattuglia lo spazio aereo, ne gestisce il sistema di tassazione e il registro di popolazione. Il fatto che Gaza debba addirittura importare pesce la dice lunga sulla assurdità della situazione. Questo controllo totale implica che Israele rimane a tutti gli effetti la potenza occupante di Gaza e come tale é soggetta ai doveri di assistenza ai suoi abitanti imposti dalla 4° Convenzione di Ginevra[<a href="#biblio">2</a>]. Doveri che Israele non sta rispettando.</p>
<p>Dal 2007 Israele ed Egitto hanno imposto un blocco pressoché ermetico al passaggio di beni e persone da e per Gaza. Da allora, la sua popolazione ha accesso a meno di un quarto dei beni rispetto al 2005. Gli oltre diecimila autocarri al mese che entravano in passato, durante il blocco si sono ridotti ad una media di 2.300[<a href="#biblio">3</a>], meno di un decimo di quanti ne entrano in un solo giorno a Manhattan (che ha la stessa popolazione di Gaza). Israele permette l’entrata soltanto di quei prodotti che sono “essenziali alla sopravvivenza”, limitandone il numero a 114 rispetto ai quattro mila consentiti prima. In media, un grosso supermercato israeliano contiene circa 10-15 mila prodotti. Tra i beni proibiti troviamo aceto, giocattoli per bambini, cacao, gomme da masticare, carta e strumenti musicali.</p>
<p><strong><br />
Come funziona il blocco di Gaza?</strong></p>
<p><strong> </strong>Israele impedisce l’entrata a Gaza di materie prime per l’industria, sostenendo di condurre una “guerra economica” per spingere la popolazione a promuovere un cambiamento politico. Per esempio, è proibita l’entrata di grossi blocchi di margarina per uso industriale, ma sono permesse le confezioni per consumo domestico. È impedito l’accesso di gomma, colla e nylon, utili per la produzione di pannolini, ma è consentita l’importazione di pannolini prodotti in Israele. Secondo stime della Federazione degli Industriali Palestinesi, il 90% delle fabbriche a Gaza sono chiuse (o distrutte dalla guerra del 2008-9). Le esportazioni sono praticamente inesistenti: dal 2007 ad oggi da Gaza sono usciti in tutto 259 autocarri, rispetto ad una media di 70 al giorno nel 2005. In pratica in tre anni Israele ha permesso l’esportazione della quantità di prodotti che in precedenza venivano esportati in quattro giorni. A confronto, la fabbrica alimentare israeliana Tnuva smista sul territorio di Israele 400 camion al giorno.</p>
<p>Una vera e propria lista di prodotti permessi e proibiti, tuttavia, non è mai stata pubblicata. Non è mai stato possibile comprendere i criteri di ammissione o proibizione dei diversi beni se non i cosiddetti materiali “<em>dual-use</em>”, che potrebbero essere impiegati anche per costruire armi o esplosivi, come tubi di acciaio o fertilizzanti. Come spiegare il permesso di importazione a carne e tonno in scatola, ma non alle conserve di frutta? ad acqua minerale, ma non ai succhi di frutta? a tè e caffè, ma non alla cioccolata? Il materiale da costruzione è sempre stato bandito finché, all’inizio del 2010, prodotti come vetro, legno e alluminio hanno avuto vita più facile. Soltanto a maggio il governo israeliano, in risposta alla causa intentata dall&#8217;organizzazione Gisha (&#8220;<em>Legal Centre for Freedom of Movement</em>&#8220;), ha pubblicato tre diverse liste di prodotti consentiti e ha ammesso l&#8217;esistenza di una quarta, chiamata &#8220;<em>Red Lines</em>&#8220;, intesa a calcolare i bisogni nutrizionali minimi della popolazione di Gaza in base ai grammi di cibo necessari per soddisfare il bisogno calorico individuale per età e sesso. Dall&#8217;annuncio dell&#8217;allentamento del blocco, il numero e la quantità di beni importabili a Gaza è decisamente aumentato ma ha riguardato quasi soltanto beni di consumo voluttuario e generi alimentari. Materiale per costruzione è ora permesso soltanto per progetti di organizzazioni internazionali. Nessun cambiamento alle esportazioni, quasi inesistenti, e al movimento di persone e ammalati.</p>
<p>Il passaggio di persone per e da Gaza è consentito soltanto per “casi umanitari ed eccezionali”. Al valico di Rafah con l’Egitto nella prima parte del 2010 sono transitate mensilmente in media 3.192 persone, rispetto alle 40.000 prima del blocco. Non rientrano nella definizione di umanitario casi come la visita da Gaza alla Cisgiordania, o viceversa, di una moglie al marito o dei figli al padre; di un figlio di Gaza alla madre morente in Giordania; di giovani per ragioni di studio in Cisgiordania o all’estero. La giornalista israeliana Amira Hass scrive come, il giorno dopo in cui Barak Obama si era congratulato con Netanyahu per avere allentato il blocco, l&#8217;Alta Corte di Giustizia israeliana confermava il divieto ad una giovane avvocatessa di Gaza di frequentare un master in diritti umani all&#8217;università di Birzeit in Cisgiordania[<a href="#biblio">4</a>]. E ciò nonostante la giovane lavori per un Centro per i diritti umani, Al Mezan, fortemente critico nei confronti della politica repressiva di Hamas.</p>
<p>Lo stesso trasferimento di ammalati per ottenere cure non disponibili a Gaza è severamente regolamentato. Mediamente, su cento pazienti che ne chiedono l’autorizzazione a dieci viene negata la possibilità di cura. L’organizzazione israeliana <em>Physicians for Human Rights</em> (Phr) denuncia come contrario all&#8217;etica medica il criterio usato da Israele di definire chi può uscire da Gaza in base alla gravità della malattia[<a href="#biblio">5</a>]. Secondo Phr, oltre alle difficoltà di accedere a cure adeguate all’estero, gli ostacoli imposti ai pazienti di Gaza sono anche dovuti al deterioramento del sistema sanitario, sia per attrezzature assenti o obsolete per scarsa manutenzione sia per mancato aggiornamento professionale e peggioramento della qualità delle cure. Un ulteriore problema riguarda i metodi inaccettabili con cui vengono trattati i pazienti, spesso sottoposti a pressioni e violenze per rivelare informazioni sensibili in cambio dell&#8217;autorizzazione ad uscire da Gaza[<a href="#biblio">6</a>].</p>
<p><strong><br />
Perché chiudere i confini di Gaza?</strong></p>
<p>Sembra che soltanto ora il mondo cominci a chiedersi perché Gaza sia sottoposta a un tale trattamento. Il motivo ufficiale del governo israeliano, accettato dal mondo intero, è di &#8220;isolare i terroristi&#8221; di Hamas. La pensa diversamente Dov Weissglass, consigliere dell’allora primo ministro Ariel Sharon, che nel 2006 ha affermato: “L’idea è di mettere i palestinesi a dieta, ma senza farli morire di fame”[<a href="#biblio">7</a>]. Una chiara ammissione di punizione collettiva.</p>
<p>La decisione di Israele di allentare il blocco è stata salutata come un importante passo in avanti. Tuttavia, il fatto che ora possa entrare un maggior numero di beni di consumo non cambia molto la percezione degli abitanti di Gaza. C’era davvero bisogno di quei morti per concedere l’entrata di patatine, cannella e Coca Cola? Anche in passato entravano più o meno gli stessi prodotti attraverso i tunnel con l&#8217;Egitto. Il vero blocco non è fatto di questi dettagli. La gente sente di vivere in una prigione a cielo aperto che non ti consente produrre alcunché col tuo lavoro, di esportare quello che produci, di mandare i figli all&#8217;università, di ricoverare gli ammalati in ospedali specializzati, di partecipare a seminari e congressi scientifici internazionali, di ricevere visite di parenti, colleghi e amici come si fa ovunque.</p>
<p>Gisha afferma che, secondo il diritto internazionale, questa restrizione alla libertà di movimento di beni e persone per a da Gaza non costituisce un vero e proprio &#8220;Assedio&#8221;, in quanto non persegue l&#8217;obiettivo militare di indurre la resa del nemico[<a href="#biblio">8</a>]. Non è neppure un &#8220;Blocco militare&#8221;, perché non intende privare l&#8217;avversario degli approvvigionamenti bellici necessari a condurre un conflitto. Nel caso di Gaza, infatti, la lista dei beni non consentiti supera di molto quelli di possibile uso militare. Le restrizioni non equivalgono nemmeno a &#8220;Sanzioni economiche&#8221; perché, per definizione, esse sono attuate da organizzazioni internazionali o gruppo di nazioni e non da singoli stati. In questo caso Israele non sta nemmeno imponendo una &#8220;sanzione unilaterale&#8221; in quanto addirittura favorisce l&#8217;entrata dei suoi stessi prodotti, mentre, dall&#8217;altra parte, impedisce agli altri stati di scambiare beni e persone con Gaza. La chiusura che Israele sta imponendo a Gaza, nel contesto di quella che è a tutti gli effetti un&#8217;occupazione, rappresenta una &#8220;punizione collettiva&#8221; nei confronti di tutta la popolazione e quindi, secondo l&#8217;art. 33 della 4° Convenzione di Ginevra, un crimine di guerra.</p>
<p>È importante ricordare che il problema non è nato con l&#8217;assalto alla flottiglia, ma ben prima, con l&#8217;imposizione del blocco a Gaza e le ragioni più o meno esplicitamente addotte da Israele; ragioni che la comunità internazionale non ha mai contestato, rendendosi complice di una situazione la cui gravità è sotto i nostri occhi. Il problema non è se esista o no un&#8217;emergenza umanitaria. In fondo a Gaza nessuno muore di fame o di sete. L&#8217;attenzione dei media al blocco all&#8217;entrata di pasta o di cannella rivela l&#8217;aspetto più grottesco di questa situazione: l&#8217;impressione che tra una chiusura e l&#8217;altra tutto torni normale[<a href="#biblio">9</a>] quando invece tali restrizioni risalgono al 1991.</p>
<p><strong>È di un&#8217;altra la fame che soffre la gente di Gaza: la fame di un legame diretto con il mondo intero, di libertà di movimento delle persone e non soltanto dei beni. Le conseguenze più tragiche di questa situazione sono forse che essa sta rafforzando lo stesso Hamas. I sostenitori della &#8220;teoria del complotto&#8221; sono convinti che fin dall&#8217;inizio questa è stata la vera intenzione di Israele per arrivare alla totale separazione di Gaza dal resto della Palestina, relegandola così nel novero delle entità terroriste da distruggere una volta per tutte</strong>[<a href="#biblio">10</a>].</p>
<p><strong><a id="biblio" name="biblio"></a> <strong>Bibliografia</strong><br />
</strong></p>
<ol>
<li>CIA – <a href="https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/gz.html" target="_blank">The World Factbook</a>.</li>
<li>Federico Sperotto. <a href="http://www.opendemocracy.net/opensecurity/federico-sperotto/virtual-occupation-of-gaza" target="_blank">The virtual occupation of Gaza</a>. 8 April 2010.</li>
<li>La maggior parte dei dati qui riportati sono tratti dal sito <a href="http://www.gisha.org" target="_blank">GISHA.ORG</a></li>
<li>Amira Hass. <a href="http://www.haaretz.com/print-edition/features/israel-bans-gaza-woman-from-studying-human-rights-in-west-bank-1.301372" target="_blank">Israel bans Gaza woman from studying human rights in West Bank</a>. Haaretz, 12.07.10.</li>
<li>Physicians for Human Rights. <a href="http://www.phr.org.il/default.asp?PageID=190&amp;ItemID=755" target="_blank">Israel, In violation of Medical Ethics and International Law: Israel Restricts the Access of Gaza Patients to Urgent Medical Treatment if their Condition is Not Life-Threatening</a>. 29.06.10.</li>
<li>Physicians for Human Rights.<a href="http://www.phr.org.il/default.asp?PageID=190&amp;ItemID=768" target="_blank"> Israel: A Situation Report on the Access to Health of Gaza Residents</a>. 6.07.2010.</li>
<li>Conal Urquhart.<a href="http://www.guardian.co.uk/world/2006/apr/16/israel" target="_blank"> Gaza on brink of implosion as aid cut-off starts to bite</a>. The Observer, 16. 04. 2006.</li>
<li>GISHA. Gaza Closure Defined: Collective Punishment. December, 2008. [<a href="http://gisha.org/UserFiles/File/publications/GazaClosureDefinedEng.pdf" target="_blank">PDF: 269 Kb</a>]</li>
<li>Amira Hass. <a href="http://www.haaretz.com/print-edition/features/amira-hass-lexicon-of-most-misleading-terms-in-israeli-palestinian-conflict-1.293131" target="_blank">Lexicon of most misleading terms in Israeli-Palestinian conflict.</a> Haaretz, 31.05.10.</li>
<li>Amira Hass. <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CBgQFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.haaretz.com%2Fprint-edition%2Fopinion%2Fnot-by-cement-alone-1.295036&amp;ei=yVZFTI-4OsGbOJ2M3eoD&amp;usg=AFQjCNGhJDrkUMa5u-MXqqucK_wAPJlIpQ&amp;sig2=Ux0yCDDrym2HWORXSnBr1A" target="_blank">Not by cement alone</a>. Haaretz, 09.06.10.</li>
</ol>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P.sdendnote { margin-left: 0.5cm; text-indent: -0.5cm; margin-bottom: 0cm; font-size: 10pt } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff } 		A.sdendnoteanc { font-size: 57% } --></p>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=4425&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://saluteinternazionale.info/2010/07/a-gaza-qualcosa-di-nuovo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Gaza continua a soffrire. E la responsabilità è anche nostra</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2010/06/gaza-continua-a-soffrire-e-la-responsabilita-e-anche-nostra/</link>
		<comments>http://saluteinternazionale.info/2010/06/gaza-continua-a-soffrire-e-la-responsabilita-e-anche-nostra/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 06:02:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://saluteinternazionale.info/?p=4243</guid>
		<description><![CDATA[Angelo Stefanini
Il blocco ha creato la mancanza di beni di prima necessità limitando pericolosamente il diritto degli abitanti di Gaza alla salute, all&#8217;istruzione, ad un riparo, alla cultura, alla crescita personale e al lavoro.
Un punto ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Angelo Stefanini</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/06/gaza.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4248" title="gaza" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/06/gaza-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il blocco ha creato la mancanza di beni di prima necessità limitando pericolosamente il diritto degli abitanti di Gaza alla salute, all&#8217;istruzione, ad un riparo, alla cultura, alla crescita personale e al lavoro.<span id="more-4243"></span></p>
<hr size="1" />Un punto a favore dei fatti della      <em>Gaza Aid Flotilla</em> è stato di riportare al centro del dibattito, almeno per qualche giorno, la Striscia di Gaza e le condizioni in cui versa della sua popolazione. Per avere un quadro sufficientemente completo della situazione è necessario ricordare che l&#8217;offensiva militare israeliana, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, è stata soltanto una, per quanto la più tragica, di una serie di misure repressive messe in atto da Israele contro Gaza fin dal 2000[<a href="#biblio">1</a>].</p>
<p><strong>Dal 14 giugno 2007 la Striscia di Gaza è sottoposta al blocco assoluto delle esportazioni e dell&#8217;importazione di qualsiasi bene, fatta eccezione di quanto definito &#8220;umanitario&#8221; dal governo israeliano</strong> . Ciò ha portato al collasso della maggior parte dell&#8217;industria manifatturiera locale, privata di materiali e di mercato per l&#8217;esportazione e con un livello di disoccupazione che si attesta attorno al 40%.      <strong>John Holmes, Rappresentante delle Nazioni Unite per le Emergenze e gli Affari Umanitari, ha definito questo assedio una &#8220;punizione collettiva&#8221; della popolazione civile, un &#8220;crimine di guerra&#8221; secondo l&#8217;art. 33 della 4° Convenzione di Ginevra</strong> . Il blocco ha creato la mancanza, in certi casi totale, di beni di prima necessità limitando pericolosamente il diritto degli abitanti di Gaza alla salute, all&#8217;istruzione, ad un riparo, alla cultura, alla crescita personale e al lavoro.      <strong>Più della metà della popolazione di Gaza è composta da bambini e circa l&#8217;80% della popolazione vive in povertà. Novanta per cento delle sorgenti naturali di acqua non è potabile e i servizi scolastici e sanitari vanno progressivamente deteriorando</strong> .</p>
<p>Il blocco è stato uno dei maggiori ostacoli alla riparazione dei danni provocati dai bombardamenti israeliani. Quasi nessuna delle 3.425 case distrutte dall&#8217;Operazione Piombo Fuso è stata ricostruita e quasi tutti i 20.000 sfollati non hanno ancora una loro abitazione. Soltanto la metà della rete elettrica è stata riparata e i trasporti pubblici sono ancora paralizzati. Nel settore privato è stato riabilitato meno di un quarto delle terre coltivabili distrutte e soltanto il 40% delle imprese hanno ripreso a funzionare. I lavori di ricostruzione dei due ospedali più danneggiati, Al-Wafa e Al-Quds, hanno potuto iniziare soltanto nel febbraio 2010 a causa della mancanza di materiale edilizio. Nonostante il blocco e l&#8217;enorme quantità di bisogni per la ricostruzione ancora non soddisfatti, l&#8217;aiuto esterno e l&#8217;inventiva locale (riciclaggio, contrabbando attraverso i tunnel con l’Egitto, ecc.) hanno permesso di rimettere in sesto almeno in parte alcune abitazioni, aziende e strutture pubbliche. A testimonianza delle priorità identificate dalla gente di Gaza, con questi espedienti è stata riabilitata la maggior parte delle strutture sanitarie (33 centri sanitari primari su 40 e 10 su 12 ospedali danneggiati) nonostante la penuria di materiale, soprattutto cemento[<a href="#biblio">2</a>].</p>
<p><strong>L&#8217;impatto dell&#8217;operazione militare  nel settore sanitario è stato molto severo.</strong> Sedici operatori sanitari furono uccisi e venticinque feriti. 40 centri sanitari periferici su 60 e 12 ospedali su 24 subirono danni di varia entità. Ventinove ambulanze vennero severamente danneggiate o totalmente distrutte, le strutture sanitarie rimasero prive o carenti di materiale medico essenziale. I servizi materno-infantili sul territorio e i servizi sanitari per circa il 40% di pazienti sofferenti di malattie croniche con bisogno di costante assistenza rimasero interrotti durante tutto il periodo dell&#8217;attacco. In termini monetari, i danni alle strutture di assistenza sanitaria primaria sono stati stimati tra 191.000 e 342.000 US$.</p>
<p>A un anno e mezzo dai bombardamenti e dall&#8217;invasione militare della Striscia di Gaza i bisogni nel settore sanitario rimangono critici a causa del continuo blocco imposto da Israele. Non soltanto l&#8217;operazione &#8220;Piombo Fuso&#8221;, ma anche il persistente conflitto, che vede frequenti incursioni militari e bombardamenti con vittime civili anche in periodi di apparente &#8220;pace&#8221;, sono la causa principale della      <strong>continua sofferenza, praticamente invisibile alla maggior parte del mondo, di persone con disabilità</strong> che patiscono non soltanto per i violenti traumi subiti, ma anche per le complicazioni sopravvenute come ferite infette, contratture, amputazioni secondarie che richiedono un&#8217;assistenza costante e specialistica.      <em>Handicap International</em>[<a href="#biblio">3</a>] stima che tra il 40 e il 70% dei feriti ha sofferto di traumi severi e l&#8217;11% di loro è rimasto permanentemente disabile. La mancanza di pezzi di ricambio per la manutenzione delle attrezzature mediche e la continua difficolta&#8217; a ricevere strumenti nuovi dall&#8217;esterno, oltre la scarsa capacita&#8217; di follow-up riabilitativo (soprattutto a causa dei danni consistenti subiti dall&#8217;unica struttura specializzata, l&#8217;ospedale Al-Wafa) privano questi pazienti di assistenza essenziale.</p>
<p>Si registrano spesso carenze di      <strong>farmaci essenziali</strong> , il 25-30% dei quali è spesso introvabile. Centinaia di      <strong>strumenti ed equipaggiamenti medicali</strong> sono in attesa, alcuni da un anno intero, di poter entrare a Gaza. E’ il caso di apparecchi radiologici e TAC, pompe per infusione, gas per sterilizzazione, materiali di laboratorio, UPS, batterie e pezzi di ricambio per sistemi di supporto come ascensori. Soltanto uno dei tre ascensori dell’European Gaza Hospital, per esempio, è funzionante, mentre i suoi laboratori di cateterismo cardiaco e impianto di “stent” hanno dovuto aspettare fino a sei mesi per potere finalmente ricevere materiale essenziale al loro funzionamento[<a href="#biblio">4</a>].</p>
<p>L&#8217;impossibilita&#8217; per medici e personale sanitario di usufruire di      <strong>formazione continua e aggiornamento scientifico</strong> , oltre alla incapacita&#8217; di controllare periodicamente lo strumentario di laboratorio e attrezzature salvavita (come defribillatori, culle termiche per neonati prematuri, pace-makers, ecc.), ha effetti devastanti sulla sicurezza dei pazienti e sulla qualità delle cure. Tutti gli ospedali hanno dovuto aspettare oltre sei mesi prima di ottenere i pezzi di ricambio necessari ai loro impianti di sterilizzazione. Profondo e diretto impatto sullo stato di salute della popolazione di Gaza hanno non soltanto le cure mediche di dubbia qualità, ma anche      <strong>le interruzioni improvvise</strong> , e comunque la mancata affidabilità      <strong>della corrente elettrica</strong> e la precarietà dei sistemi di potabilizzazione dell’acqua e di smaltimento dei rifiuti.</p>
<p><strong>Quella parte di assistenza specialistica di terzo livello che è disponibile soltanto fuori della Striscia di Gaza rimane inaccessibile ad un numero significativo di pazienti.</strong> Delle circa mille domande mensili di autorizzazione che le autorità israeliane ricevono per accedere a cure specialistiche al di fuori di Gaza, circa il 30% in media sono respinte. Cio’ significa che ogni mese 300 ammalati gravi vengono privati di cure essenziali non disponibili negli ospedali di Gaza, mettendo a rischio la loro stessa vita.</p>
<p><strong>&#8220;è impossibile assicurare un sistema sanitario sicuro ed efficace nelle condizioni di assedio che sono in atto dal giugno 2007&#8243;</strong> afferma un comunicato dell&#8217;     <strong>Organizzazione Mondiale della Sanità</strong> . &#8220;Non è sufficiente assicurare la disponibilita&#8217; di farmaci e materiali di consumo. Le attrezzature sanitarie e i loro pezzi di ricambio devono assolutamente essere disponibili e mantenuti in condizioni accettabili&#8230;  Sono le interruzioni improvvise e il rifornimento frammentario che rendono impossibile qualsiasi tentativo di programmare le procedure salva-vita nei luoghi e nei tempi necessari per assicurare che esse effettivamente siano in grado di salvare vite umane[<a href="#biblio">5</a>].”</p>
<p>Secondo una indagine dell’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica,      <strong>stress psicologico e vere e proprie malattie mentali</strong> sono tra le conseguenze sulla salute piu’ significative dell&#8217;assedio imposto a Gaza e del violento intervento militare israeliano[<a href="#biblio">6</a>].   Almeno il 77,8% delle famiglie ha un membro che soffre di sintomi psicologici dovuti all’Operation Cast Lead. Tali sintomi comprendono pianto continuo senza motivo apparente, terrore della solitudine e del buio, paura esagerata del sangue, disturbi del sonno. Prevalgono inoltre i disordini dell’alimentazione con perdita o crescita di peso, senso di frustrazione e depressione, nervosismo, ossessione della morte, enuresi notturna e incuria di se’ e dei figli. Soprattutto i bambini sono rimasti severamente colpiti dal trauma psicologico delle operazioni militari. Uno studio condotto nel marzo 2009 ha rivelato che meno del 10% dei bambini mostrava nessuno o lievi segni di      <strong>Sindrome da Stress Post-Traumatico</strong> [<a href="#biblio">7</a>].  Un&#8217;altra indagine condotta dalla Organizzazione Mondiale della Sanità nel marzo 2009 su 500 adulti in cinque centri sanitari primari nella Striscia di Gaza mostrava che il 37% delle persone studiate soffriva di stress psicologico. Nessuna differenza era riscontrata tra maschi e femmine, e la prevalenza era maggiore tra gli anziani (70%)[<a href="#biblio">8</a>].</p>
<p>La violenza della guerra e’ stata talmente estrema che anche uomini maturi, cosa assai rara tra i palestinesi, hanno parlato apertamente e con dovizia di particolari del loro bisogno di sostegno psico-sociale. Per essi tuttavia un tale aiuto e’ estremamente difficile da trovare. Le donne, nonostante godano di minore prestigio sociale e potere decisionale all’interno della societa’ di Gaza, continuano a svolgere un ruolo essenziale di “ammortizzatore” all’interno delle famiglie. Lo stress creato dal blocco si  scarica soprattutto all’interno della famiglia.      <strong>La violenza intra-familiare, soprattutto sulle donne e sui bambini, è in crescita e associata al circolo vizioso in cui sono imprigionate le famiglie in conseguenza della perdita di dignità dell’uomo capofamiglia</strong>[<a href="#biblio">9</a>].</p>
<p>Nel Territorio Palestinese Occupato i determinanti socio-economici della salute stanno pericolosamente aggravandosi. Un segno preoccupante dei primi effetti sulla salute è l&#8217;interruzione, e la probabile risalita a Gaza, della progressiva riduzione della      <strong>mortalità infantile</strong> , tendenza che era rimasta costante negli ultimi decenni. Nella Striscia di Gaza la mortalita&#8217; infantile supera ormai del 30% quella della Cisgiordania.</p>
<p><strong> E’ importante notare che parte della responsabilita&#8217; per l’inadeguatezza della risposta ai bisogni della popolazione di Gaza ricade anche sulle agenzie internazionali </strong><strong> che, negli ultimi due anni, non sono riuscite a far entrare a Gaza che una parte della lista gia&#8217; estremamente ridotta degli aiuti umanitari concessi da Israele. </strong> Nei tre anni di blocco, la comunita&#8217; internazionale non ha mai messo in discussione nè tentato di ignorare le regole imposte da Israele per la importazione di beni. Nessun passo è fatto per violare l&#8217;assedio o fare entrare a Gaza materiale “proibito”, ma assolutamente cruciale, attraverso vie alternative (per mare, per via aerea, attraverso il passo di Raffah con l&#8217;Egitto, o magari attraverso i tunnel che secondo la Banca Mondiale rappresentano la via principale delle importazioni nella Striscia)[<a href="#biblio">10</a>]. Purtoppo l’ispirazione a “metodi non convenzionali” per aiutare la popolazione di Gaza non e’ venuta dalle organizzazioni internazionali che proprio questo compito hanno come loro mandato, ma piuttosto da una piccola flotta di pacifisti che ha sfidato l’embargo di una delle piu’ grandi potenze militari.</p>
<p>In un momento in cui da alcune parti si attacca, anche in maniera aggressiva, il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) che in varie forme promuove il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele per le sue reiterate violazioni del diritto internazionale, la sofferenza di 1 milione e mezzo di palestinesi, dovuta a ben altro tipo di boicottaggio da parte dello stesso Israele, reclama con forza l&#8217;intervento coraggioso della comunita&#8217; internazionale.</p>
<p><strong><a id="biblio" name="biblio"></a> <strong>Bibliografia</strong></strong></p>
<ol>
<li> Secondo il Palestinian Centre for Human Rights furono uccisi 1417 	palestinesi, di cui 313 bambini, 116 donne. Più di 5.380 rimasero 	feriti, di cui 1872 bambini e 800 donne. <strong>Gaza war report </strong>[<a href="http://www.pchrgaza.org/files/Reports/English/pdf_spec/gaza%20war%20report.pdf" target="_blank">PDF: 1,48 Mb</a>]</li>
<li>United Nations 	Development Programme.   One 	Year After. Gaza, Early Recovery and Reconstruction Needs 	Assessment. UNDP – 	Programme of Assistance to the Palestinian People, May 2010. [<a href="http://www.undp.ps/en/newsroom/publications/pdf/other/gazaoneyear.pdf" target="_blank">PDF: 5 Mb</a>]</li>
<li>Handicap 	International, Need Assessment Framework (NAF) Disability Sector 	(including Older Persons), April 2010.</li>
<li>World Health Organization, Press Statement – Unimpeded access of 	medical supplies needed for Gaza.</li>
<li>Ibidem.</li>
<li>Palestinian Central Bureau of Statistics (PCBS). Survey 	on the Impact of War and Siege on Gaza Strip, 2009. 	October 2009.</li>
<li>Thabet, A. Et al. Trauma, grief and PTSD inPalestinian children 	victim of war on Gaza. March 2009.</li>
<li>World Health Organization. Health 	conditions in the occupied Palestinain territory, including east 	Jerusalem, and the occupied Syrian Golan. Report by the Secretariat. Sixty-third World Health Assemby, A63/28, 	13 May 2010.</li>
<li>Giacaman R, Rabaia Y, Nguyen-Gillham V. Domestic 	and political violence: the Palestinian 	predicament. Lancet 2010; 375: 259-260.</li>
<li>Allegra Pacheco. <a href="http://electronicintifada.net/v2/article11301.shtml" target="_blank">Freedom Flotilla exposes international community&#8217;s failure</a>. The Electronic Intifada, 28 May 2010.</li>
</ol>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=4243&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://saluteinternazionale.info/2010/06/gaza-continua-a-soffrire-e-la-responsabilita-e-anche-nostra/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>8</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Medici e tortura. Il caso di Israele</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2010/03/medici-e-tortura-il-caso-di-israele/</link>
		<comments>http://saluteinternazionale.info/2010/03/medici-e-tortura-il-caso-di-israele/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 09:33:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://saluteinternazionale.info/?p=3848</guid>
		<description><![CDATA[Valentina Spada e Ilaria Camplone
Nonostante il divieto internazionale, la tortura e i trattamenti crudeli, disumani e degradanti sono largamente praticati in gran parte del mondo in nome della difesa dello Stato. 
Uno studio, contenuto in ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Valentina Spada e Ilaria Camplone</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/03/tortura.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-3850" title="tortura" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/03/tortura-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Nonostante il divieto internazionale, la tortura e i trattamenti crudeli, disumani e degradanti sono largamente praticati in gran parte del mondo in nome della difesa dello Stato. <span id="more-3848"></span></p>
<hr size="1" />Uno studio, contenuto in una tesi di laurea in medicina presso il Centro di Salute Internazionale (CSI)[<a href="#biblio">1</a>] dell&#8217;Università di Bologna, ha preso in considerazione il caso di Israele e il Territorio Palestinese Occupato.</p>
<p>Le Nazioni Unite[<a href="#biblio">2</a>] definiscono la <strong>tortura &#8220;ogni atto che provochi d</strong><strong>olore e sofferenza, fisiche o psichiche, inflitto intenzionalmente&#8221; a scopo estorsivo (ottenere informazioni), punitivo, intimidatorio o per qualsivoglia motivo basato su forme di discriminazione, da parte di un funzionario pubblico, che può esserne autore materiale, istigatore o spettatore acquiescente</strong>. Queste pratiche, che rappresentano una delle violazioni più esplicite e palesi dei diritti umani, rappresentano una costante quotidiana nella vita della popolazione palestinese e sono l&#8217;espressione non solo di violenza fisica diretta ma anche di quella indiretta o “strutturale”[<a href="#biblio">3</a>]. Nonostante le dimensioni del fenomeno siano difficilmente quantificabili, le Nazioni Unite sono consapevoli del suo verificarsi e sollecitano sistematicamente Israele a svolgere indagini sui casi denunciati e a evitare di creare “eccezioni” alle regole internazionali[<a href="#biblio">4</a>].</p>
<p>In tale contesto la ricerca del CSI non soltanto analizza le conseguenze fisiche e mentali della tortura ma tenta di individuare le “cause delle cause”, mettendo in luce soprattutto i meccanismi, i processi e gli attori attraverso cui queste pratiche si possono realizzare. In particolare essa si sofferma sul ruolo dei medici, che finiscono per rappresentare una “rete di sicurezza” per i perpetratori e un punto di controllo fondamentale dell&#8217;ingranaggio che rende possibile la tortura. Allo stesso tempo, i medici costituiscono un gruppo con autonomia professionale, con un mandato chiaro sancito da codici nazionali e internazionali, da convenzioni, da un ethos e da un&#8217;etica che promuove la centralità del paziente e proibisce loro di partecipare a questo tipo di pratiche.</p>
<p>Come rilevano le analisi delle testimonianze raccolte negli anni da diverse organizzazioni locali, le torture e i maltrattamenti dei prigionieri palestinesi avvengono soprattutto durante situazioni di detenzione e di interrogatorio. <strong>Una delle stime più attendibili proviene dalla organizzazione israeliana per i diritti umani B&#8217;Tselem che afferma che circa l&#8217;85% degli interrogati dai servizi segreti interni israeliani </strong><strong>(lo Shabak o General Security Service) </strong><strong>ha subito una qualche forma di tortura</strong>[<a href="#biblio">5</a>]. Una percentuale assolutamente preoccupante, soprattutto se si considera l&#8217;elevato numero di detenuti palestinesi (150.000 dal 1990 al 2006; 6891 effettivi a dicembre 2009[<a href="#biblio">6</a>]) e la facilità con cui si può essere arrestati e imprigionati senza processo per lunghi periodi per motivi politici, legati alla “sicurezza”, spesso senza accuse provate (le cosiddette &#8220;<em>administrative detentions</em>&#8220;).</p>
<p>Uno studio recente di B&#8217;tselem presenta i dati relativi a un campione di 73 detenuti i analizzando sia i regimi di interrogatorio routinari (<strong>Tabella 1</strong>), sia i metodi definiti “speciali”, non sistematici ma comunque non infrequenti (<strong>Tabella 2</strong>). Va sottolineato che le procedure di interrogatorio possono essere anche molto lunghe (una media di 35 giorni)[<a href="#biblio">7</a>] e che gli abusi, le deprivazioni e i maltrattamenti iniziano al momento dell&#8217;arresto e proseguono per tutto il periodo di detenzione, spesso combinati e in maniera del tutto funzionale a fiaccare lo spirito del prigioniero.</p>
<p><strong>Tabella 1</strong></p>
<table border="1" cellspacing="1" cellpadding="7" width="536" bordercolor="#000000">
<col width="433"></col>
<col width="70"></col>
<tbody>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="16"><strong>Metodi ROUTINARI</strong></td>
<td width="70"><strong>%</strong></td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Isolamento dal mondo 			esterno durante tutto/la maggior parte del periodo di 			interrogatorio</td>
<td width="70">68</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Detenzione in condizioni 			di confinamento solitario e deprivazione sensoriale durante tutto/ 			la maggior parte del periodo di interrogatorio</td>
<td width="70">88</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Sonno disturbato</td>
<td width="70">45</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Scarsa qualità del cibo</td>
<td width="70">73</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Ammanettamenti protratti 			in una posizione dolorosa definita <em>shabah</em></td>
<td width="70">96</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Ispezioni corporali in 			condizioni di nudità</td>
<td width="70">29</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Insulti e altre 			umiliazioni</td>
<td width="70">73</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="13">Minacce</td>
<td width="70">64</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="433" height="12">Detenzione in sezioni con 			informatore</td>
<td width="70">82</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong>Tabella 2</strong></p>
<table border="1" cellspacing="1" cellpadding="7" width="425" bordercolor="#000000">
<col width="337"></col>
<col width="55"></col>
<tbody>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="3"><strong>METODI SPECIALI</strong></td>
<td width="55">%</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="13">Privazione del sonno</td>
<td width="55">21</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="13">Pestaggi violenti</td>
<td width="55">23</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="13">Ammanettamenti dolorosi</td>
<td width="55">7</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="13">Spintonamenti violenti</td>
<td width="55">8</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="13">Torsione violenta del 			collo</td>
<td width="55">11</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="13">Posizione della “rana”</td>
<td width="55">4</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="337" height="12">Flessione forzata della 			schiena</td>
<td width="55">7</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Ciò che appare chiaro è il carattere sistematico di questi metodi, reso possibile da un processo di “burocratizzazione della tortura”: pur variando nel corso dei decenni i gradi e le forme, la politica ufficiale e non ufficiale di Israele ha sempre legittimato, attraverso linee guida e autorizzazioni, l&#8217;uso di metodi di tortura fino a che queste sono divenute <strong>pratiche di routine negli interrogatori dei prigionieri palestinesi.</strong></p>
<p>In Israele, i medici entrano a contatto con i prigionieri palestinesi al momento dell&#8217;arresto da parte dello Shabak e in occasione di visite mediche, prima, durante e dopo gli interrogatori. Al regime di interrogatorio visto sopra vengono affiancati dei metodi  “speciali” caratterizzati da un significativo uso di violenza diretta e le cui conseguenze sono difficilmente ignorabili dall&#8217;occhio medico: a questo proposito, nel rapporto del <em>Public Committee Against Torture in Israel</em> (<em>Ticking Bombs</em>[<a href="#biblio">8</a>]) vengono raccolte le testimonianze agghiaccianti di nove vittime e sottolineati ruolo e responsabilità del personale sanitario.</p>
<p>Dall&#8217;analisi delle testimonianze, dei report e delle interviste emergono le responsabilità di questi medici, i quali:</p>
<ul>
<li>accertano 	lo stato di salute dei detenuti in modo da modulare le tecniche di 	interrogatorio;</li>
<li>non 	sembrano essere consapevoli dell&#8217;esistenza del problema della 	partecipazione medica nella tortura;</li>
<li>non 	riconoscono i segni fisici e psichici della tortura sui loro 	pazienti;</li>
<li>non 	attuano procedure terapeutiche adeguate;</li>
<li>non 	documentano né certificano le avvenute torture;</li>
<li>non 	proteggono attivamente le vittime;</li>
<li>non 	propongono alcuna azione volta a contrastare queste pratiche e non 	si oppongono al sistema che le permette.</li>
</ul>
<p>Lo studio del CSI non si è limitato ad indagare le attività di questa particolare categoria professionale, ma ha anche esplorato le ragioni per cui l&#8217;etica “sul campo” non coincide con quella teorica, in modo tale da poter elaborare strategie di contrasto del fenomeno a partire dai medici.</p>
<p>A livello individuale si è cercato di capire chi sono e come lavorano questi medici. Il personale sanitario appartiene all&#8217;Esercito, al Corpo Penitenziario o a quello della Polizia. Lo Shabak, che interroga i suoi prigionieri in sezioni detentive isolate, necessita tuttavia di servizi medici supplementari e continuativi per assistere, trattare e accertare lo stato di salute dei palestinesi sotto interrogatorio. Pertanto, lo Shabak retribuisce direttamente i sanitari che assistono all&#8217;interrogatorio, creando, dal punto di vista del medico, una situazione cosiddetta di <strong>&#8220;<em>dual loyalty</em>&#8220;, cioé una condizione di conflitto tra la lealtà dovuta al paziente detenuto e quella dovuta all&#8217;istituzione per cui lavorano.</strong></p>
<p>Sulla condizione di &#8220;<em>dual loyalty</em>&#8221; pesano particolarmente la dimensione sociale e istituzionale di questi medici: <strong>molti di loro, infatti, sono russi, immigrati di recente, provenienti dalle classi sociali più basse, con difficoltà linguistiche, non completamente integrati nella comunità medica e desiderosi di farsi accettare socialmente</strong>. Essi non sono iscritti all&#8217;Associazione Medica Israeliana, (IMA, l&#8217;equivalente albo dei medici italiano) e la prigione è l&#8217;unico contesto lavorativo in cui è consentito loro di lavorare senza licenza. Ciò significa che sono ricattabili e quindi non disponibili ad entrare in contrasto con l&#8217;istituzione a difesa del paziente. Una scelta di questo tipo, infatti, metterebbe a serio rischio la loro posizione lavorativa e sociale.</p>
<p>Le Associazioni mediche nazionali hanno storicamente svolto un ruolo fondamentale quando hanno saputo evitare la retorica e proporre iniziative pratiche. Non sembra questo il caso dell&#8217;IMA: essa tuttavia, pur offrendo una “<em>hot line</em>” per denunciare le violazioni, non dimostra di indagare approfonditamente le denunce, di sanzionare i colpevoli, di offrire alternative o supporto legale, economico e sociale ai medici che si rifiutano di collaborare in queste pratiche e, oltretutto, nega l&#8217;esistenza del problema, arrivando fino a tentare di screditare chi provi a combattere il fenomeno[<a href="#biblio">9</a>].</p>
<p>L&#8217;ultima cornice di riferimento presa in considerazione è stata quella sociopolitica. Stanley Cohen, sociologo ebreo, sottolinea come in Israele (analogamente ad altri contesti) la risposta alla tortura delle autorità sia strutturata su tre filoni[<a href="#biblio">10</a>]: uno <strong>negazionista </strong>(“Non c&#8217;è tortura in Israele”, i fatti sono semplicemente falsi, le accuse frutto di macchinazioni, fantasie e disinformazione); uno<strong> mistificatorio</strong> (“Non è tortura, ma pressione fisica moderata”, i fatti sono reinterpretati, diversamente ricollocati) e uno <strong>giustificatorio </strong>(“Il nostro è uno stato di eccezione”, gli atti proibiti sono giustificati legalmente e moralmente in nome della necessità a difendersi). Accanto a questi, si pone “a trincea” l&#8217;inevitabilità dell&#8217;occupazione, le cui conseguenze (tra cui la tortura) sono certamente dolorose ma purtroppo inevitabili se si vuole difendere Israele. Per proteggere l&#8217;<em>“insider”</em> dunque è necessario eliminare l&#8217;<em>“outsider”, </em>il Nemico, quell&#8217;Altro che diventa solo un oggetto pericoloso che è possibile torturare in nome di una salvezza interna. <strong>Secondo quest&#8217;ottica, Israele e la Palestina sembrano così essere un emblema del panorama globale: “lo stato di emergenza”, la “sicurezza pubblica” richiedono mezzi e strumenti diversi nella “guerra contro il terrore”, rendendo giustificabile la tortura così come le bombe su Bagdad, Falluja e Gaza. </strong></p>
<p>La partecipazione dei medici nella tortura non nasce quindi isolata rispetto al contesto sociale: la società cerca nella medicina gli strumenti e le conoscenze per realizzare i suoi fini e la medicina si mette al suo servizio. Come fa notare Gianni Tognoni, il medico, in quest&#8217;ottica, non fa nulla di “inumano, né degradante”, anzi, adempie a “un compito oneroso ma dovuto, quello di proteggere gli umani da coloro che ne rappresentano la degradazione, l&#8217;inumano”[<a href="#biblio">11</a>].</p>
<p>La complessità dei meccanismi che rendono possibile la tortura e la partecipazione dei medici in essa mostra la necessità di interventi distali, a livello della comunità internazionale, che costringano gli Stati che la compongono a rendere conto del proprio operato. <strong>Allo stesso tempo, la pratica della tortura richiama la comunità medica a un&#8217; “etica della responsabilità”: ai singoli medici chiede di estendere il proprio mandato oltre l&#8217;esame obiettivo e la prescrizione della terapia, reclamando “politicità nella tecnicità&#8221;; alle associazioni mediche di rifuggire l&#8217;ipocrisia, di imporre doveri e tutelare i diritti dei propri membri; alle istituzioni formative di insegnare agli studenti a leggere le tensioni morali insite nel lavoro medico; alla ricerca, infine, di cambiare linguaggio e smascherare i nomi tecnici dietro cui si nascondono iniquità e discriminazioni.</strong></p>
<p><strong>Nota. </strong>Valentina Spada e Ilaria Camplone, Centro di Salute Internazionale (CSI) dell&#8217;Università di Bologna</p>
<p><strong><a id="biblio" name="biblio"></a> <strong>Bibliografia</strong></strong></p>
<ol>
<li><a href="http://www.csiunibo.org/" target="_blank">The  Centre for International Health</a> of the University of Bologna</li>
<li>United Nations. <a href="http://www2.ohchr.org/english/law/cat.htm" target="_blank">Convention against Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment</a>.  Visitato il 05.02.10.</li>
<li>Stefanini A. <a href="http://saluteinternazionale.info/2010/01/in-palestina-non-uccidono-soltanto-le-bombe" target="_blank">In Palestina non uccidono soltanto le bombe. </a>Saluteinternazionale, 08.01.2010. Visitato il 12.02.10.</li>
<li>Si noti per esempio le valutazioni dell&#8217;UN Committee Against Torture (CAT), Concluding observations of the Committee against Torture: Israel, 23 June 2009, (CAT/C/ISR/CO/4). Visitato il 05.02.10; oppure il Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, John Dugard, 21 January 2008 (A/HRC/7/17), visitato il 05.02.10.</li>
<li>B&#8217;Tselem, Routine Torture: Interrogation Methods of the General Security Service. Jerusalem 1998.</li>
<li>B&#8217;Tselem and HaMoked, Absolute Prohibition – The Torture and Ill-Treatment of Palestinian Detainees. Jerusalem 2007.</li>
<li>Ibidem</li>
<li>PCATI, Ticking Bombs- Testimonies of Torture Victims in Israel. Jerusalem 2007.</li>
<li>Yudkin JS. The responsibilities of the World Medical Association president. Lancet 2009;373:1155-6.</li>
<li>Cohen S. The social response to torture in Israel in Marton R e Gordon N in Torture, Medical Ethics and The case of Israel. London: Zed Books, 1995.</li>
<li>Tognoni G. Medici, Medicina e Tortura. In: La tortura oggi nel mondo. Associazione Internazionale Basso, Edup.2006.</li>
</ol>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=3848&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://saluteinternazionale.info/2010/03/medici-e-tortura-il-caso-di-israele/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>In Palestina non uccidono soltanto le bombe</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2010/01/in-palestina-non-uccidono-soltanto-le-bombe/</link>
		<comments>http://saluteinternazionale.info/2010/01/in-palestina-non-uccidono-soltanto-le-bombe/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 11:56:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://saluteinternazionale.info/?p=3586</guid>
		<description><![CDATA[Angelo Stefanini
&#8220;Un modo di guardare alla storia della comunità umana è che essa è stata una continua lotta contro la venerazione delle &#8217;stronzate&#8217; ['crap' in inglese]. La nostra storia intellettuale è una cronaca dell’angoscia e ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT">Angelo Stefanini</p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/01/palestina.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-3593" title="palestina" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2010/01/palestina-150x150.jpg" alt="bansky" width="150" height="150" /></a>&#8220;Un modo di guardare alla storia della comunità umana è che essa è stata una continua lotta contro la venerazione delle &#8217;stronzate&#8217; ['crap' in inglese]. La nostra storia intellettuale è una cronaca dell’angoscia e della sofferenza di uomini che hanno cercato di aiutare i propri contemporanei a vedere come una parte delle loro convinzioni più sentite non fossero che equivoci, supposizioni errate, superstizioni o addirittura vere e proprie menzogne. Abbiamo in mente un tipo d&#8217;educazione che cominci a formare esattamente questo tipo di persone: gli esperti nella &#8216;identificazione delle stronzate&#8217;&#8221;..<em>.</em>[<a href="#biblio">1</a>]<em><span id="more-3586"></span></em></p>
<hr size="1" />Con questa provocatoria citazione inizia il libro in cui l’israeliano Jeff Halper, professore di antropologia, fondatore del Comitato Israeliano contro la Demolizione delle Case (ICAHD), esamina il conflitto israelo/palestinese da ‘critical insider’.[<a href="#biblio">2</a>] Un fondamentale principio educativo, spiega nell&#8217;Introduzione, è che le persone, ricevuta l’informazione e gli strumenti per assimilarla, possano cambiare comportamento in funzione della nuova conoscenza acquisita anche se questa può portarle a conclusioni contrarie a quanto fino ad allora accettato come “giusto”. “E’ questa fondamentale tensione tra la capacità di imparare e cambiare, da una parte, e, dall’altra, il fatto che ci definiamo in base a schemi socio-culturali da noi internalizzati e ferocemente difesi, che ci impedisce di trascendere il nostro etnocentrismo e di trovare modi per trattare con giustizia coloro che definiamo nostri ‘nemici’.” Secondo Halper, il compito di ogni intellettuale è quello di liberare le persone dalla ‘gabbia mentale’ rappresentata dall’insieme di comportamenti e opinioni con cui esse si auto-definiscono ‘normali’ e che impedisce loro di riappropriarsi della innata capacità a guardare ‘fuori’.</p>
<p><strong>Ciò che particolarmente colpisce del conflitto israelo-palestinese è il suo carattere quasi di tabù rispetto ad altre controverse questioni internazionali, come Cuba, Tibet o, a suo tempo, il Sudafrica</strong>. E’ indubbio come, diversamente dalla risonanza che ebbe l’apartheid sudafricano, la questione palestinese non consenta lo scambio di argomentazioni equilibrate da entrambe le parti. Anch&#8217;essa, infatti, ha la propria ‘gabbia’ che va aperta con coraggio e onestà intellettuale. “Se vi si praticano dei buchi, la maggior parte delle persone farà ciò che viene loro naturale: sbirciare fuori” dice Halper. Per rendersi conto che sono stati aperti dei fori è però necessario un minimo di quel ‘pensiero critico’ che i guardiani di ogni società aborriscono e che cercano di sopprimere attraverso, ad esempio, il sistema scolastico e quello della informazione. Un atteggiamento critico può aiutarci ad aprire qualche foro e riconoscere gli elementi di irrazionalità, pregiudizio, paura, pressione psicologica e condizionamento sociale che ci circondano.</p>
<p lang="it-IT">Per il mondo medico, questo approccio critico e&#8217; l&#8217;eredità lasciata dallo scienziato ottocentesco Rudolf  Virchow. La sua affermazione &#8216;la medicina è una scienza sociale e la politica nient&#8217;altro che medicina sui vasta scala&#8217; ha portato ad evidenziare come il carico di malattia che grava sul genere umano sia in gran parte da attribuire alle condizioni socio-economiche in cui la gente vive, lavora, ama e muore, i cosiddetti determinanti sociali della salute.</p>
<p lang="it-IT">Paradossalmente, tuttavia, più i professionisti della salute si concentrano sullo studio delle cause a monte o distali (le ‘cause delle cause’) delle malattie, più finiscono in territori (politica, economia, sociologia, antropologia, ecc.) che gli studi di medicina hanno sempre disdegnato. L’esclusione da questi ambiti significa tuttavia, per i medici, la perdita progressiva della loro rilevanza sul mondo circostante.</p>
<p>Un esempio di territori inesplorati è il rapporto tra violenza e salute. La violenza è al centro della narrativa del conflitto israelo-palestinese in cui essa si manifesta in forme molteplici, si ripercuote sulla popolazione e, entrando letteralmente nel corpo delle persone, ne influenza tragicamente la vita. Nel territorio palestinese occupato (TPO) è possibile osservare all&#8217;opera quotidianamente specifici determinanti sociali (come l&#8217;esclusione sociale, economica e politica, la mancanza di libertà fondamentali, la perdita di controllo sulla propria vita, la paura e lo stress quotidiani) e il loro impatto su salute, benessere e qualità della vita dei palestinesi (e sotto molti aspetti anche degli israeliani).</p>
<p><strong>La serie “La Salute nel TPO”, pubblicata nel marzo scorso da The Lancet</strong>[<a href="#biblio">3</a>]<strong>, affronta nei dettagli questo aspetto troppo trascurato da chi ancora insegue il miraggio di una scienza completamente distaccata dalla società. </strong>Utilizzando come cornice analitica il concetto di <em>human security</em>[<a href="#biblio">4</a>], vengono descritti i continui pericoli e le minacce alla sopravvivenza, allo sviluppo e al benessere in cui vive la popolazione palestinese: “Dal 2000 sono stati uccisi più di 6000 palestinesi, e la distruzione e il controllo israeliano delle infrastrutture ha limitato severamente l&#8217;approvvigionamento di combustibile e l&#8217;accesso ad acqua e servizi di igiene e sanità pubblica. Nelle prigioni avvengono torture e ai posti di controllo israeliani quotidiane umiliazioni. Il muro di separazione e i posti di blocco limitano l&#8217;accesso al lavoro, ai propri familiari, ai luoghi di culto e alle strutture sanitarie. I tassi di povertà sono rapidamente aumentati e quasi la metà dei palestinesi e&#8217; dipendente dall&#8217;assistenza alimentare. La coesione sociale, che ha tenuto insieme la società palestinese, compreso il sistema sanitario, sta cedendo. Più di 9 miliardi di aiuti non hanno promosso lo sviluppo poichè i palestinesi mancano della sicurezza di base.&#8221;</p>
<p>Una tale situazione priva la popolazione degli strumenti essenziali per far fronte alle necessità di base per una vita decente, ossia della loro &#8217;sicurezza umana&#8217;<em>,</em> esercitando sulle persone violenze indirette[<a href="#biblio">5</a>], non colte dall&#8217;analisi superficiale che considera soltanto la violenza che ‘fa notizia’, ossia quella diretta, collettiva o individuale.</p>
<p><strong>E&#8217; stato il norvegese Johan Galtung</strong>[<a href="#biblio">6</a>]<strong> ad elaborare la distinzione tra violenza diretta o personale</strong> (&#8220;quella in cui è individuabile un attore che la commette&#8221;) <strong>e</strong><em><strong> </strong></em><strong>violenza indiretta o strutturale</strong> in cui &#8220;tale attore sfugge alla identificazione&#8230; In entrambi i casi, singoli individui sono uccisi o mutilati. Ma mentre nel primo queste conseguenze possono essere attribuite a persone concrete&#8230;, nel secondo ciò non è possibile&#8230; la violenza è insita nella struttura&#8230;&#8221;. <strong>La violenza diretta, quella delle bombe, è terribile, la sua brutalità suscita la nostra reazione e viene naturalmente riportata dai media con dovizia di particolari.  La violenza strutturale invece è subdola e invisibile, insita com&#8217;è ovunque nelle strutture sociali e ridotta ad un fatto normale in quanto parte integrante di istituzioni consolidate e dell&#8217;ordinaria esperienza quotidiana.</strong> <em>&#8220;</em>Sembra naturale come l&#8217;aria che respiriamo&#8221;, dice Galtung. Poiché di lunga data, le iniquità strutturali sembrano normali, espressione di come le cose sono e sempre sono andate; ma non sono meno omicide: <strong>la violenza esercitata da un sistema economico globale profondamente ingiusto uccide 10 milioni di bambini all&#8217;anno</strong>[<a href="#biblio">7</a>]<strong>, ben più delle morti dovute alla violenza diretta. </strong><br />
A causa delle loro strette interconnessioni, i due tipi di violenza vanno esaminati con la stessa attenzione, in modo da evidenziarne i rapporti di reciproca causalità. Uno degli aspetti problematici della violenza strutturale, infatti, e&#8217; che spesso porta alla violenza diretta. Per ovvie ragioni chi è cronicamente oppresso finisce prima o poi per decidere di reagire con mezzi violenti. Esiste una correlazione diretta, per esempio, tra il grado di disuguaglianze socio-economiche all&#8217;interno di un paese e la frequenza degli omicidi. E&#8217; anche vero il contrario: le società più egalitarie stanno meglio in tutti i sensi[<a href="#biblio">8</a>].<br />
<strong>Il caso del TPO si presta bene ad usare la ‘lente della violenza strutturale’ per identificare i reali rapporti di forza esistenti e la direzione dei vari tipi di violenza</strong>. E’ questa lente che ci permette di guardare fuori dalla gabbia mentale che deforma la realtà e che ci fa identificare meccanismi di violenza finora sconosciuti. Un profondo equivoco  presente nella comune narrazione del conflitto israelo-palestinese sta nell’assunto di una sua simmetria che considera le parti in causa come uguali in termini di potere e basate sullo stesso livello di rivendicazioni. Il problema, si sostiene, è dovuto all&#8217;incompatibilità tra le due parti, allo scontro di due civiltà che vedono il mondo in modo diverso. <strong>Questa visione distorta della realtà (&#8217;stronzata&#8217;) dipende dalla scarsa considerazione data al ruolo svolto dalla violenza strutturale. </strong></p>
<p><strong>La comprensione di come operi la violenza strutturale nel TPO può avere profonde implicazioni nella ricerca di possibili soluzioni al conflitto. <strong>Considerare, ad esempio, la &#8216;pace&#8217; soltanto come &#8216;cessazione della violenza diretta&#8217; significa non intervenire sulla situazione di profonda violenza strutturale che viene quindi lasciata operare indisturbata (naturalmente a vantaggio della parte in causa più forte). Una riduzione della violenza strutturale, al contrario, potrebbe portare ad un allentamento rilevante delle tensioni tra le due parti e alla diminuzione della violenza delle bombe.</strong></strong></p>
<p><strong><strong> </strong><br />
<strong>Tabella 1.Violenza</strong><strong> diretta e strutturale nei TPO</strong></strong></p>
<table style="height: 1355px;" border="1" cellspacing="0" cellpadding="7" width="549" bordercolor="#000000">
<col width="99"></col>
<col width="439"></col>
<tbody>
<tr valign="TOP">
<td width="99">
<p lang="it-IT"><strong>VIOLENZA 			DIRETTA</strong></p>
<p lang="it-IT">
</td>
<td width="439">
<ul>
<li>
<p lang="it-IT">Assassini 				(mirati a civili e politici, “esecuzioni extragiudiziarie”, 				ecc.)</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Torture</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Violenza 				domestica</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Closures, 				assedi</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Uso 				di civili come scudi umani</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Carcerazioni 				senza processo o imputazione</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Espulsioni</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Demolizioni di case private</p>
</li>
</ul>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="99">
<p lang="it-IT"><strong>VIOLENZA INDIRETTA O STRUTTURALE</strong></p>
</td>
<td width="439">
<p lang="it-IT"><strong>Violenza 			Economica</strong></p>
<ul>
<li>
<p lang="it-IT">Restrizioni 				e blocchi al movimento</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Sistema 				di permessi molto difficili da ottenere</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Disoccupazione 				e impoverimento</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Marginalizzazione 				ed esclusione economica</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Appropriazione 				e sfruttamento di acqua, terra, lavoro dei palestinesi</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Mancanza di protezione sociale</p>
</li>
</ul>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="99">
<p lang="it-IT">
</td>
<td width="439">
<p lang="it-IT"><strong>Violenza 			Politica</strong></p>
<ul>
<li>
<p lang="it-IT">Occupazione 				militare</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Insediamenti 				colonici</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Negazione 				di auto-determinazione, sovranità e diritto al ritorno dei 				rifugiati</p>
</li>
<li><em>Closures</em> e checkpoint</li>
<li>
<p lang="it-IT">Frammentazione del territorio 				amministrativo</p>
</li>
</ul>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="99">
<p lang="it-IT">
</td>
<td width="439">
<p lang="it-IT"><strong>Violenza 			Culturale</strong></p>
<ul>
<li>
<p lang="it-IT">Stereotipizzazione 				del palestinese = terrorista nei media, scuola e linguaggio</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Discriminazione 				delle donne</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Imposizione 				di altre culture e dei loro sistemi di valori</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Distruzione di siti culturali e 				archeologici</p>
</li>
</ul>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="99">
<p lang="it-IT">
</td>
<td width="439">
<p lang="it-IT"><strong>Violenza 			Religiosa</strong></p>
<ul>
<li>
<p lang="it-IT">Linguaggio 				(popolo eletto)</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Sionismo 				cristiano</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Fondamentalismo</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Demonizzazione 				dell’Islam</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Negazione dell&#8217;esistenza dei 				cristiani arabi e nel medio-oriente</p>
</li>
</ul>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="99">
<p lang="it-IT">
</td>
<td width="439">
<p lang="it-IT"><strong>Violenza 			Ambientale</strong></p>
<ul>
<li>
<p lang="it-IT">Confisca 				e distruzione di terre agricole</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Sradicamento 				di ulivi</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Appropriazione 				e ridirottamento di corsi d’acqua</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Scaricamento 				di rifiuti solidi e tossici nel TPO</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Convogliamento 				dei rifiuti fognari delle colonie nelle terre palestinesi</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Restrizioni 				ai movimenti e violenza da parte dei coloni per impedire ai 				contadini palestinesi di accedere alle proprie terre</p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT">Danneggiamento di infrastrutture 				con conseguente mancanza di acqua potabile</p>
</li>
</ul>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong><a id="biblio" name="biblio"></a> <strong>Bibliografia</strong></strong></p>
<ol>
<li>Postman N. and Weingarten C. Teaching as a Subversive Activity. London: Penguin, 1969.</li>
<li>Halper J. An Israeli in Palestine. Resisting Dispossession, Redeeming Israel. London: Pluto Press, 2008.  Traduzione italiana: Halper J.  Ostacoli alla pace. Una ricontestualizzazione del conflitto israelo-palestinese. Forlì: Una Città,  2009.</li>
<li>Series. <a href="http://www.thelancet.com/series/health-in-the-occupied-palestinian-territory" target="_blank"> Health in the Occupied Palestinian Territory.</a> Launched in London, UK, March 4, 2009. The Lancet</li>
<li>Batniji R, Rabaia Y, Nguyen–Gillham V, et al.  Health as human security in the occupied Palestinian territory. The Lancet, Published Online March 5, 2009 DOI:10.1016/S0140-6736(09)60110-0</li>
<li>Si veda la tabella 1 adattata da<strong>: Interfaith Council for Peace and Justice</strong>, pag. 4 [<a href="http://www.icpj.net/newsletters/03JulyAugNewsletter.pdf" target="_blank">PDF: 3,16 Kb</a>]</li>
<li>Galtung, J.  Violence, Peace and Peace Research. Journal of Peace Research 1969; 6(3): 167-91.</li>
<li>Black RE,  Morris SS,  Bryce J. Where and why are 10 million children dying every year? The Lancet 2003; 361(9376): 2226–34.</li>
<li>Wilkinson R, Pickett K. The Spirit Level: Why More Equal Societies Almost Always Do Better. Penguin Books, 2009.</li>
</ol>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 3265px; width: 1px; height: 1px;">
<h1>Health in the Occupied Palestinian Territory</h1>
<h2>Launched in London, UK, March 4, 2009</h2>
</div>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=3586&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://saluteinternazionale.info/2010/01/in-palestina-non-uccidono-soltanto-le-bombe/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Una finestra sulla Palestina. Il Rapporto Goldstone</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2009/11/una-finestra-sulla-palestina-il-rapporto-goldstone/</link>
		<comments>http://saluteinternazionale.info/2009/11/una-finestra-sulla-palestina-il-rapporto-goldstone/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 20:41:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://saluteinternazionale.info/?p=3269</guid>
		<description><![CDATA[di Angelo Stefanini
Il Rapporto Goldstone contiene la descrizione approfondita e circostanziata delle violazioni del diritto internazionale avvenute, soprattutto, ma non soltanto, nella Striscia di Gaza, nel periodo  luglio 2008 &#8211; agosto 2009.
Giovedi 5 novembre ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Angelo Stefanini<br />
<a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2009/11/Rapporto_Goldstone.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-3272" title="Rapporto_Goldstone" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2009/11/Rapporto_Goldstone-150x150.jpg" alt="Rapporto_Goldstone" width="150" height="150" /></a>Il Rapporto Goldstone contiene la descrizione approfondita e circostanziata delle violazioni del diritto internazionale avvenute, soprattutto, ma non soltanto, nella Striscia di Gaza, nel periodo  luglio 2008 &#8211; agosto 2009.<span id="more-3269"></span></p>
<hr size="1" /><strong>Giovedi 5 novembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato a favore della mozione dei paesi arabi che sollecita lo Stato di Israele e il movimento di Hamas a condurre indagini credibili e indipendenti</strong> per fare luce sulle accuse di crimini di guerra commessi durante il conflitto nella Striscia di Gaza del dicembre 2008 – gennaio 2009 contenute nel cosiddetto Rapporto Goldstone. Anche se legalmente non vincolante e verosimilmente di scarso effetto sull’immediato futuro del conflitto israelo-palestinese, l’esito del voto rappresenta un indubbio successo d’immagine per il mondo arabo e pro-palestinese e un imbarazzo internazionale per Israele. Reso noto al pubblico il 15 settembre[<a href="#biblio">1</a>], il Rapporto Goldstone contiene il resoconto dell&#8217;inchiesta conoscitiva commissionata dal Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UNHRC).</p>
<p>Soltanto pochi giorni fa ci si chiedeva: è possibile che la realpolitik possa suggerire di spazzare sotto il tappeto fatti di una gravità inconcepibile? Questo è quanto infatti sembrava stesse succedendo al controverso documento che accusa sia Israele che Hamas di crimini di guerra.</p>
<p>La reazione israeliana all’uscita del Rapporto, pur nella sua violenza, era stata talmente ben concertata da fare inizialmente rinviare la discussione ed eventuale ratifica del documento alla seduta dell&#8217;UNHRC del marzo 2010. Questo era potuto accadere anche grazie alle pressioni esercitate dagli USA sul Presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) il quale aveva addirittura acconsentito all&#8217;affossamento del Rapporto. Un tale comportamento aveva tuttavia suscitato tra gli stessi palestinesi e il mondo arabo un tale scandalo da indurre varie organizzazioni a chiedere le dimissioni del Presidente.</p>
<p><strong>Venerdì 16 ottobre</strong>, nella sua XII Sessione Speciale, <strong>l&#8217;UNHCR poteva finalmente discutere il testo della Commissione Goldstone ratificandone i contenuti</strong> con 25 voti favorevoli, sei contrari (tra cui gli USA, al cui Presidente Obama era stato da pochi giorni assegnato il Premio Nobel per la pace, e l’Italia), 11 astenuti e 5 non votanti, tra cui Gran Bretagna e Francia. <strong>La risoluzione (A/HRC/RES/S-12/1)</strong> [<a href="#biblio">2</a>] adottata in quella sede non si limita a convalidare il Rapporto Goldstone ma si spinge fino a condannare la violazione dei diritti umani che avvengono tuttora a Gerusalemme Est (come confisca e demolizione di abitazioni, continua costruzione del muro di separazione e di colonie). Il documento contiene inoltre la condanna di Israele, quale potenza occupante, per il suo rifiuto di collaborare con la commissione d’inchiesta, mentre Hamas, oltre ad avere cooperato, si e’ addirittura impegnato a soddisfare la richiesta di condurre un’indagine interna sui crimini attribuitigli. Per quanto sia difficile credere che tale impegno verrà mantenuto, Israele non si è spinto a tanto. L’ulteriore condanna di Israele, contenuta nella risoluzione, per le restrizioni imposte ai Palestinesi “sulla base dell’origine nazionale, religione, sesso, età o qualsiasi altro motivo di discriminazione”, come “grave violazione dei diritti civili, politici, economici e culturali”, costituisce un’ammissione internazionale della natura razzista delle politiche israeliane. Il fatto tuttavia che la risoluzione non contenga la condanna di Hamas per i suoi presunti crimini ha generato non poche critiche.</p>
<p>Il <strong>Rapporto Goldstone</strong> è un documento di notevoli dimensioni (575 pagine), la cui lettura (non sono ancora arrivato a metà) richiede uno stomaco di ferro e il cui <em>executive summary</em> (38 pagine)[<a href="#biblio">3</a>] offre soltanto un&#8217;idea di cosa aspettarsi. Vi è contenuta  la descrizione estremamente approfondita e circostanziata delle violazioni del diritto internazionale avvenute soprattutto, ma non soltanto, nella Striscia di Gaza tra l&#8217;inizio della tregua tra Israele e Hamas il 18 luglio 2008 e agosto 2009.  Particolare attenzione viene posta al periodo della cosiddetta Operazione Piombo Fuso, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009. Le sue conclusioni sono che &#8220;Israele ha commesso azioni che possono essere definite crimini di guerra, e in qualche caso probabilmente crimini contro l’umanità’ e che &#8220;esistono prove che anche gruppi armati palestinesi hanno commesso crimini di guerra e probabilmente crimini contro l’umanità’&#8221; lanciando razzi su città nel sud di Israele.</p>
<p>Vi si raccomanda che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite richieda ad Israele di condurre entro tre mesi una sua inchiesta “credibile” sul conflitto. Se ciò non avvenisse il Consiglio di Sicurezza dovrà incaricare il pubblico ministero del Tribunale sui Crimini Internazionali ad assumere esso stesso l’iniziativa entro sei mesi.</p>
<p>Altre organizzazioni per i diritti umani (<em>Amnesty International</em>, <em>Human Rights Watch </em>e vari gruppi israeliani e palestinesi) avevano anche in precedenza condannato l’esercito israeliano per i fatti di Gaza. Trenta militari israeliani coinvolti nell’operazione Piombo Fuso avevano ammesso, in un documento dal titolo “Rompere il silenzio”, come la ragione delle quasi inesistenti precauzioni adottate per evitare vittime civili fossero state le deboli regole d’ingaggio stabilite dai loro comandanti.</p>
<p>Il documento non dice molto che già non si sapesse, ma lo dice in termini assolutamente dettagliati e completi. Il mio post del 30 aprile[<a href="#biblio">4</a>] offriva già un primo campionario dei contenuti descritti nel Rapporto: il bombardamento di abitazioni civili, di ospedali, di moschee e di scuole, l’uso di armi proibite in quelle circostanze come le <em>flechette </em>e il fosforo bianco, gli ostacoli opposti ai soccorsi ai feriti, l’uccisione di civili in fuga con la bandiera bianca, l’uso di scudi umani, e altro ancora. Quello che si trova in più nel Rapporto sono i dettagli agghiaccianti, compresa la conferma del numero delle vittime in 1387 (1417 secondo altre stime) soprattutto civili, tra cui oltre 300 bambini.</p>
<p>Le testimonianze raccolte (188 interviste, 30 rapporti esaminati per un totale di 10.000 pagine, 30 video e 1.200 fotografie) sono talmente ampie e coerenti da non potere dare adito, a mio avvisio, neppure a ragionevoli dubbi. Il documento prende in considerazione tutti gli aspetti della guerra, il suo immediate seguito, la documentazione completa delle violazioni compiute da Hamas, dei crimini dell’esercito israeliano, le raccomandazioni e gli obblighi connessi alla riparazione e al risarcimento dei danni subiti dalla popolazione, oltre a quanto è successo all’interno di Israele durante il violento conflitto.</p>
<p>E’ stato fatto notare come il Rapporto non metta in discussione il diritto di Israele a difendersi e quindi in pratica la legittimità dell’assalto compiuto nei confronti di Gaza, ma contesti sostanzialmente la mancanza di proporzionalita’ della risposta e l’uso eccessivo e indiscriminato della forza. Va ricordato infatti come la giustificazione ufficiale all&#8217;inizio dei bombardamenti su Gaza fu la rottura della tregua da parte di Hamas e il lancio di missili Khassam sulle città limitrofe in territorio israeliano, in particolare Sderot. In realtà lo stesso rapporto riconosce come fu Israele il primo a riprendere le ostilità il 4 novembre bombardando la popolazione palestinese.</p>
<p>Fatta eccezione per i ‘soliti pacifisti’ ed &#8216;ebrei auto-lesionisti&#8217;, <strong>la reazione di Israele e dei gruppi pro-isreliani </strong>in tutto il mondo è stata furiosa e pressoché unanime nel condannare il Rapporto Goldstone come sbilanciato, sfacciatamente prevenuto e frutto inevitabile di quel bastione anti-israeliano che sarebbe l&#8217;UNHCR. La strategia di difesa utilizzata dalle autorità israeliane e dai suoi sostenitori non è nuova né molto diversa da quella in genere impiegata in situazioni simili: anziché entrare nel merito e controbattere con solide argomentazioni la tesi accusatoria si preferisce mirare dritto alla persona che rivolge l&#8217;accusa, in questo modo deviando l&#8217;attenzione del pubblico ‘dal messaggio al messaggero’, una vera e propria strategia di depistaggio. Secondo una tattica ben consolidata (anche in Italia), ci si concentra nel minare la credibilità del pubblico accusatore accusando lui stesso delle peggiori nefandezze, ottenendo così il risultato che i contenuti dell’accusa vengono a scomparire dalla attenzione pubblica.</p>
<p>Siccome tuttavia tutti i membri della Commissione possiedono eccellenti credenziali per occupare quel ruolo, l’attacco è stato rivolto su di un altro fronte. Quale peggiore accusa per screditare chiunque si occupi di Israele che quella di antisemitismo? Ironia della sorte il presidente della Commissione, il giudice Goldstone, oltre ad essere un eminente giurista, pubblico ministero nei Tribunali Criminali Internazionali della ex-Yugoslavia e del Rwanda, unanimemente riconosciuto come persona di grande integrità ed equilibrio politico, inizialmente restio ad accettare la carica che gli era stata assegnata in questo caso, è anche un ebreo convinto, ex-Rettore dell’Universita’ ebraica di Gerusalemme, descritto dalla propria figlia come “un sionista che ama Israele.”[<a href="#biblio">5</a>] Accusare il giudice Goldstone di anti-semitismo, hanno obiettato alcuni, e’ come usare la stessa accusa contro l’ebreo René Cassin, uno dei primi estensori della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948.</p>
<p>Anche i nostri media italiani hanno fatto del  loro meglio per dare il colpo di grazia alla percezione dei problemi descritti dal Rapporto Goldstone. Prendiamo ad esempio il sondaggio lanciato dal TG1 in cui alla domanda “Secondo voi chi ha violato il diritto internazionale nella guerra a Gaza?” Vengono offerte le seguenti possibilità di risposta:</p>
<ol>
<li>Israele, con le bombe al fosforo in centri urbani</li>
<li>Hamas usando civili, donne e bambini, come scudi umani</li>
<li>Tutti e due i contendenti</li>
<li>Nessuno dei due</li>
</ol>
<p>Mi verrebbe da chiedere al giornalista che ha formulato queste domande (e al cui stipendio anch’io contribuisco) cosa in effetti sappia di quanto è accaduto a Gaza, non solo nel periodo di bombardamenti e invasione armata, ma anche a causa delle sanzioni in atto fin dal giugno 2007. Di fronte al numero e alla enormità morale delle violazioni commesse dall’esercito israeliano viene indicato soltanto l’uso delle bombe al fosforo da contrapporre all’uso di scudi umani da parte di Hamas (peraltro, secondo il Rapporto, non dimostrabile con certezza). Anche a prescindere dalla esposizione agli avvenimenti di Gaza che i telespettatori del TG1 possano avere avuto, è comprensibile come la stragrande maggioranza di loro abbia risposto con 2).</p>
<p><strong>Cosa succederà ora al Rapporto Golstone, alla sua potente denuncia dei fatti accaduti a Gaza e alla sua ratifica da parte dell’UNHRC?</strong> Basterà l’ennesimo veto americano in sede di Consiglio di Sicurezza (se mai arriverà in tale sede) a riazzerare le responsabilità dello Stato di Israele, membro a tutti gli effetti (in diritti e doveri) delle Nazioni Unite? Riuscirà il Rapporto a rafforzare il movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele visibilmente già in fase di crescita? Riuscirà la risposta internazionale al Rapporto a compiere il miracolo di convincere i governanti israeliani che ‘”l’era dell’impunita’” è finita? Ci sarà bisogno di un’altra guerra, di un altro massacro, per sapere se Israele ha imparato la lezione? <strong>Molto dipenderà da quanto il Rapporto verrà letto, discusso, disseminato a tutti i livelli e conservato a futura documentazione della terribile violenza di questo conflitto </strong>sia da parte israeliana che palestinese, e a modello di quanto vada fatto per prevenire tragedie simili in futuro. Nel frattempo “migliaia di palestinesi affamati, disperati ma determinati, continueranno a Gaza a vivere nelle loro tende improvvisate, sopra le macerie che un tempo chiamavano casa, in attesa di cibo, cemento e giustizia internazionale.”[<a href="#biblio">6</a>]</p>
<p><a id="biblio" name="biblio"></a> <strong>Bibliografia</strong></p>
<ol>
<li>United Nations. <a href="http://www.unhchr.ch/huricane/huricane.nsf/0/9B63490FFCBE44E5C1257632004EA67B?opendocument" target="_blank">UN Fact Finding Mission finds strong evidence of war crimes and crimes against humanity committed during the Gaza conflict; calls for end to impunity</a>. Press Release, 15 September 2009</li>
<li>United Nations. <strong>Resolution adopted by the Human Rights Council S-12/1. The human rights situation in the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, A</strong>. Human  Rights Council, Twelfth special session, 15 – 16 October 2009 (A/HRC/RES/S-12/1) 21 October 2009. Visitato il 18.10.09. [<a href="# http://www2.ohchr.org/english/bodies/hrcouncil/specialsession/12/docs/A-HRC-RES-S-12-1.pdf" target="_blank">PDF: 31 Kb</a>]</li>
<li>AIC. The Alternative Information center Palestine/Israel. Il rapporto Goldstone delle Nazioni Unite. La missione di fact finding sul conflitto a Gaza. <a href="http://www.alternativenews.org/italian/2195-eb-sb-em-vf.html " target="_blank">La versione italiano dell’Executive Summary</a>. <span style="color: #0000ff;"> </span>Visitato il 18.10.09.</li>
<li>Angelo Stefanini. <a href="http://saluteinternazionale.info/2009/04/una-finestra-sulla-palestina-ancora-sulloperazione-piombo-fuso" target="_blank">Una finestra sulla Palestina. Ancora sull&#8217;operazione &#8220;Piombo fuso&#8221;</a>. Saluteinternazionale, 30.04.2009<span style="color: #0000ff;">. </span>Visitato il 18.10.09.</li>
<li><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Richard_Goldstone " target="_blank">Richard Goldstone</a>. Wikipedia, Visitato il 18.10.09.</li>
<li> Ramzy Baroud.<a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=15357 " target="_blank"> Justice This Time Around: Will Goldstone&#8217;s Report Deliver?</a>. Global Research, 24.09.2009 Visitato il 23.10.09.</li>
</ol>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=3269&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://saluteinternazionale.info/2009/11/una-finestra-sulla-palestina-il-rapporto-goldstone/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Finestra sulla Palestina. Fiumi di soldi ed efficacia degli aiuti</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2009/09/finestra-sulla-palestina-fiumi-di-soldi-ed-efficacia-degli-aiuti/</link>
		<comments>http://saluteinternazionale.info/2009/09/finestra-sulla-palestina-fiumi-di-soldi-ed-efficacia-degli-aiuti/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2009 07:49:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://saluteinternazionale.info/?p=2887</guid>
		<description><![CDATA[di Angelo Stefanini
Per tacitare la propria coscienza, la comunità internazionale continua a far giungere nei territori palestinesi un fiume di aiuti umanitari, mentre le distruzioni della guerra a Gaza, le tragiche condizioni di vita della ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Stefanini</strong></p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2009/09/5241149.thb.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2891" title="5241149.thb" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2009/09/5241149.thb-150x150.jpg" alt="5241149.thb" width="150" height="150" /></a>Per tacitare la propria coscienza, la comunità internazionale continua a far giungere nei territori palestinesi un fiume di aiuti umanitari, mentre le distruzioni della guerra a Gaza, le tragiche condizioni di vita della popolazioni palestinese e la negazione del decantato principio di ownership  rendono palese lo strabismo connivente della politica internazionale e minano l’autosufficienza di un popolo alla ricerca di un proprio Stato.<span id="more-2887"></span></p>
<p>I palestinesi che vivono nel territorio occupato (TPO) da Israele nel 1967, la Cisgiordania e Gaza, sono tra i maggiori beneficiari (pro capite) di aiuti internazionali. Nei cinque anni tra il 1999 e il 2004 il TPO ha ricevuto almeno 5,147 miliardi di $ in aiuto. Alla Conferenza di Parigi del 2007 la comunità internazionale si impegnò a fornire 7,7 miliardi in supporto al Programma Palestinese di Riforma e Sviluppo 2008-2010. Un&#8217;ulteriore somma pari a 4,5 miliardi è stata promessa alla Conferenza di Sharm el Sheikh per aiutare la ricostruzione dopo l’incursione israeliana nella Striscia di Gaza nel dicembre 2008-gennaio 2009.</p>
<p>Questo aiuto è indubbiamente necessario a sostenere il popolo palestinese e a prevenire una emergenza umanitaria generalizzata. Tuttavia, l’enorme quantità di soldi che ha inondato i palestinesi non ha portato allo sviluppo e alla crescita delle loro capacità che anzi appaiono progressivamente frustrate. <strong>Se da una parte, come denunciato dalla Banca Mondiale</strong>[<a href="#biblio">1</a>]<strong>,  la continua occupazione militare israeliana rappresenta una delle prime cause della crisi economica e umanitaria della Palestina, dall’altra parte va considerata la responsabilità che in tale situazione ricopre il sistema degli aiuti internazionali</strong>.</p>
<p>Nonostante l’entità considerevole degli aiuti finanziari, infatti, l’atteggiamento dei Paesi donatori nel TPO non è finora sostanzialmente modificato, mantenendosi ben lontano dalle buone pratiche di <em>ownership</em>, <em>alignment </em>e <em>harmonization </em>auspicate dalla Dichiarazione di Parigi[<a href="#biblio">2</a>].  Secondo una valutazione indipendente: “Il TPO sta mostrando un ritorno al classico circolo vizioso che le linee guida internazionali sull’efficacia dell’aiuto intendevano troncare, in cui la sfiducia nelle istituzioni governative porta al loro isolamento, con conseguente loro ulteriore degradazione ed incentivo ad abbandonarle a se stesse.”[<a href="#biblio">3</a>]</p>
<p><strong>È ovvio che il sistema internazionale degli aiuti dovrebbe facilitare e non complicare gli sforzi dei palestinesi di rispondere ai propri bisogni. Perché allora è così difficile?</strong></p>
<p>Nel caso del TPO, soprattutto dopo i violenti fatti di Gaza, <strong>una prima considerazione da fare riguarda le responsabilità in causa, ossia “chi deve rendere conto a chi?</strong>”. La domanda ovvia che si pone l’osservatore disincantato è: “Perché, se è Israele che ha bombardato Gaza, sono invece gli europei, gli americani, gli arabi sauditi ecc. a pagarne il conto?”. Se durante una crisi umanitaria si butta a mare la legislazione internazionale e il Tribunale Criminale Internazionale che sanciscono il diritto dei palestinesi ad essere risarciti da Israele, cosa potrà impedire allo stesso Israele di bombardare ancora e distruggere di nuovo Gaza una volta ricostruita?</p>
<p>Tutto ciò è in effetti quanto abbiamo visto accadere negli ultimi 40 anni: i palestinesi ricevono finanziamenti per costruire un aeroporto a Gaza e Israele lo bombarda. Costruiscono una centrale elettrica e Israele la bombarda. Realizzano una stazione radio e Israele la bombarda. Lo stesso era accaduto nel 2002 quando l’invasione militare e le distruzioni compiute dall’esercito israeliano in Cisgiordania furono poi ripagate a caro prezzo dal contribuente europeo e americano. <strong>Perché tutto questo continua?</strong> Una ovvia risposta è che la comunità internazionale continua a tenere distinti “aiuti” e “politica” e ciò le impedisce di ammettere la contraddizione insita, da una parte, nell’“aiutare” i palestinesi e, dall’altra, nel consentire ad Israele di continuare con le stesse violazioni che causano la crisi umanitaria la quale a sua volta necessita dell’aiuto.</p>
<p>Di fronte ad un tale stato delle cose non sorprende se Israele continua imperterrito nel suo atteggiamento indifferente alle condanne internazionali e se i palestinesi mettano in dubbio la sincerità delle intenzioni della comunità internazionale. Come può il cittadino palestinese concepire che ad un Paese membro a tutti gli effetti delle Nazioni Unite non venga imposto di rispettare un cospicuo numero di Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ad esempio 242/1967, 446/1979, 452/1979, 465/1980, 471/1980, 481/1981, 484/1981, 605/1987, 681/1990, 799/1992, 1073/1996, 1322/2000, 1435/2002), oltre a vari articoli della Quarta Convenzione di Ginevra e, più recentemente, l’<em>Advisory Opinion</em> della Corte Internazionale di Giustizia del 2004 che denuncia il muro costruito da Israele come contrario alla legislazione internazionale? Dal punto di vista dei palestinesi “vero aiuto” consiste non soltanto nello staccare un assegno, ma in primo luogo nel chiedere conto ai responsabili delle condizioni abominevoli di vita a cui essi sono costretti. Per quello stesso palestinese vedersi arrivare un pur consistente sostegno materiale, ma allo stesso tempo leggere sui giornali che i propri soccorritori continuano a rafforzare Israele attraverso relazioni economiche, politiche e militari privilegiate, appare crudele e ingiusto.</p>
<p><strong>Una seconda questiona riguarda “chi ci guadagna</strong><strong>”</strong><strong>?</strong>Quando si firma un assegno di 100 Euro in aiuto ai palestinesi andrebbe ricordato che una consistente parte (circa la metà, secondo l’AIC &#8211; <em>Alternative Information Centre</em>[<a href="#biblio">4</a>]) di questi andranno ad alimentare l’economia israeliana. Contrariamente a quanto stabilisce la legislazione internazionale infatti, Israele ottiene di fatto un profitto finanziario dalla occupazione che sta illegalmente portando avanti in Cisgiordania e Gaza. Anche in questo caso la comunità internazionale che si mostra così magnanima a fornire aiuti finanziari emerge come complice della situazione. Molti dei prodotti che le organizzazioni umanitarie offrono ai palestinesi sono infatti acquistati in Israele. Per questo materiale vengono inoltre pagati i costi di stoccaggio e altre tasse sulla “sicurezza”. È quindi logico chiedersi cosa succederebbe se le stesse organizzazioni fossero più ligie alle politiche vigenti sulle forniture e si limitassero soltanto a procedure di acquisto che sostengono l’economia palestinese. O se acquistassero i generi alimentari da distribuire ai palestinesi poveri dagli stessi agricoltori palestinesi, anziché importarli. La risposta è ovvia: verrebbe aumentata la capacità dei palestinesi di fare fronte ai propri bisogni e priorità, di costruire una propria classe dirigente e istituzioni proprie.</p>
<p><strong>Tutto questo ci porta all’altra questione: “a chi spetta decidere</strong><strong>”</strong><strong>?</strong> Una popolazione va aiutata quando non è in grado di provvedere a se stessa e di soddisfare da sola i propri bisogni. Purtroppo il sistema dell’aiuto internazionale tende spesso a creare dipendenza non tanto perché, come portano a credere certi stereotipi, i beneficiari sono pigri e preferiscono ricevere regali anziché lavorare, ma perché la stessa struttura degli aiuti mina l’auto-sufficienza e l’auto-stima di chi continua a ricevere senza che la propria capacità a farcela da solo, anche a costo di sbagliare, venga messa alla prova.</p>
<p>La mancanza di volontà di mettere alla prova le capacità autoctone dei beneficiari è tanto più evidente quando, come nel caso della Palestina, la concessione di aiuti è legata non tanto a chiari obiettivi di sviluppo, ma a senso di colpa per un’evidente situazione storica di ingiustizia creata in un popolo dalla stessa comunità internazionale per compensare un altro popolo anch’esso vittima di enormi sofferenze.</p>
<p>Il problema della dipendenza rischia di aggravarsi se le modalità dell’aiuto non sono strettamente legate al rafforzamento della capacità dei palestinesi a costruirsi loro stessi il proprio futuro. Si tratta una volta ancora del noto apologo sul come aiutare l’affamato, con pesce o canne da pesca, ossia lasciando la popolazione passiva oppure fornendole strumenti indispensabili al suo sviluppo. La differenza nel caso palestinese sta nel fatto che Israele, attraverso una strettissima struttura di controllo fatta da posti di blocco, complicati sistemi di permessi, vincoli e proibizioni di vario tipo al movimento di beni e persone, impedisce ai palestinesi nel territorio occupato di utilizzare un minimo di autonomia per condurre una vita umanamente accettabile.</p>
<p>La Dichiarazione sul Diritto allo Sviluppo del 1986 afferma che “il diritto allo sviluppo è un diritto umano inalienabile in virtù del quale ciascuna persona umana e tutti i popoli hanno il diritto a partecipare, a contribuire e a godere dello sviluppo economico, sociale, culturale e politico in cui tutti i diritti umani e le libertà fondamentali possano essere pienamente realizzati.” La comunità internazionale compresi i principali paesi donatori hanno sottoscritto questa dichiarazione che promuove il diritto della popolazione a partecipare alle decisioni su come l’aiuto sia utilizzato e come le attività di sviluppo siano realizzate. Quando questi principi vengono ignorati o svuotati del loro significato nel nome della convenienza e della opportunità politica il sistema degli aiuti diventa parte del sistema di oppressione anziché di liberazione.</p>
<p>Lavorando nel mondo della cooperazione internazionale si viene a contatto, più spesso di quanto generalmente si creda, con individui molto capaci, pieni di buone intenzioni e di spinte ideali e seriamente impegnati nel loro campo di attività. Un numero sorprendente di queste persone sono molto critiche del sistema di cui si trovano a far parte. Sono tutti venuti per fare la differenza e invece si trovano spesso in situazioni caratterizzate da sprechi, mancanza di rispetto per la controparte e preoccupante scadimento delle qualità professionali. Vorrebbero fare, ma sono resi impotenti proprio dallo stesso sistema che blocca la popolazione locale. Per questo motivo è assolutamente necessario concentrarsi su quelle pratiche che aumentino l’efficacia degli aiuti e rendano questa attività, la cosiddetta cooperazione allo sviluppo, una vera opportunità di crescita per tutti gli attori coinvolti.</p>
<p>Nello sforzo di utilizzare al meglio l’assistenza della comunità internazionale, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha prodotto un “Piano d’Azione per l’Efficacia degli Aiuti” ed ha contestualmente elaborato una bozza di ‘Principi di Partnership’[<a href="#biblio">5</a>] per un coinvolgimento dei donatori alla luce della Dichiarazione di Parigi. La Cooperazione Italiana a Gerusalemme, nel suo ruolo di coordinamento per il settore sanitario affidatole dalla comunità internazionale, sta contribuendo a questo sforzo. Appaiono a questo proposito estremamente utili e tempestivi due strumenti di cui la Direzionale Generale per la Cooperazione allo Sviluppo si è di recente dotata. Il primo, “La cooperazione italiana allo sviluppo nel triennio 2009-2011: linee guida e indirizzi di programmazione” prevede, tra l’altro la predisposizione del Piano italiano per l’efficacia degli aiuti. Il secondo, “Salute globale: principi guida della cooperazione italiana”[<a href="#biblio">6</a>] indica i principi fondamentali che devono guidare gli interventi di cooperazione sanitaria internazionale alla luce della “legislazione umanitaria internazionale e dei diritti umani, secondo i principi di imparzialità, neutralità e umanità&#8230;”. È un passo coraggioso che comporta l’assunzione di chiare responsabilità e forte coerenza tra interventi tecnici e politiche atte a sostenerne l’efficacia.</p>
<p><strong>Obblighi di Israele nel territorio palestinese occupato secondo la Quarta Convenzione di Ginevra</strong></p>
<p><strong>Art. 50.</strong> La Potenza Occupante, in collaborazione con le autorità locali e nazionali, faciliterà l’adeguato funzionamento di tutte le istituzioni dedicate alla assistenza e alla istruzione dei giovani.</p>
<p><strong>Art. 55. </strong>Facendo uso di tutti i mezzi a sua disposizione, la Potenza Occupante ha il dovere di assicurare cibo e medicinali alla popolazione; essa dovrebbe, in particolare, occuparsi di rendere disponibili generi alimentari, materiale sanitario e altri beni necessari nel caso in cui le risorse del territorio occupato siano inadeguate.</p>
<p><strong>Art. 56.</strong> Facendo uso di tutti i mezzi a sua disposizione, la Potenza Occupante ha il dovere di assicurare e mantenere, in collaborazione con le autorità locali e nazionali, istituzioni e servizi medici e ospedalieri e di igiene e sanità pubblica nel territorio occupato, con particolare riferimento alla adozione e applicazione delle misure profilattiche e preventive necessarie a combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie. Al personale medico di ogni categoria verrà consentito di portare a termine i propri compiti.</p>
<p><strong>Art. 60.</strong> La distribuzione di aiuti umanitari non assolverà in alcun modo la Potenza Occupante da nessuna delle sue responsabilità come da Art. 55 e 56.</p>
<p><span lang="en-GB"> </span><a id="biblio" name="biblio"></a> <strong>Bibliografia</strong></p>
<ol>
<li>Movement and access restrictions in the West Bank: Uncertainty and inefficiency in the Palestinian economy. World Bank Technical Team – May 9, 2007.</li>
<li> <a href="# http://www.oecd.org/document/18/0,3343,en_2649_3236398_35401554_1_1_1_1,00.html" target="_blank">The Paris Declaration and Accra Agenda for Action (AAA)</a>. Organisation for Economic Co-operation and Development &#8211; Development Co-operation Directorate (DCD-DAC)</li>
<li>Lister S and Silkin T. Aid Harmonisation and Effectiveness in Palestine (Inception Report) 15 June 2007; Mokoro Ltd. Pp.17-18.</li>
<li>Shir Hever. <a href="# http://www.alternativenews.org/publications/econoccupation/1888-the-economy-of-the-occupation-17-18-political-economy-of-aid-to-palestinians-under-occupation.html" target="_blank">The Economy of the Occupation 17-18: Political Economy of Aid to Palestinians Under Occupation</a>. Alternative Information Center (AIC), 28 April 2009 16:31</li>
<li>‘<a href="http://db.mop.gov.ps/amc" target="_blank">Principi di Partnership</a>’ (in progress). Palestinian Assistance Monitoring System (PAMS)</li>
<li>Materia E, De Ponte G, Riva G. <a href="http://saluteinternazionale.info/2009/07/31/i-nuovi-principi-guida-della-cooperazione-sanitaria-italiana" target="_blank">I nuovi Principi guida della Cooperazione sanitaria italiana</a>. Saluteinternazionale.info, 31 luglio 2009</li>
</ol>
<p><strong>Risorse bibliografiche<br />
</strong></p>
<div id="sdendnote6"><strong> </strong></p>
<ol>
<li>Stefanini A e Pavignani E. Gli aiuti internazionali al territorio palestinese occupato. In: Salute globale e aiuti allo sviluppo. Diritti, ideologie, inganni. 3° Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale. Pisa: Edizioni ETS, 2008. Pp. 140-150.</li>
<li>Le More A, Keating M and Lowe R. Aid, Diplomacy and Facts on the Ground: The Case of Palestine. London: Chatham House, 2005.</li>
<li>Le More A. International Assistance to the Palestinians after Oslo: Political Guilt; Wasted Money. London: Routledge, 2008.</li>
</ol>
<p lang="en-GB">
</div>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=2887&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://saluteinternazionale.info/2009/09/finestra-sulla-palestina-fiumi-di-soldi-ed-efficacia-degli-aiuti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Una finestra sulla Palestina. Oltre la malattia, le umiliazioni</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2009/06/una-finestra-sulla-palestina-oltre-la-malattia-le-umiliazioni/</link>
		<comments>http://saluteinternazionale.info/2009/06/una-finestra-sulla-palestina-oltre-la-malattia-le-umiliazioni/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2009 21:07:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree]]></category>
		<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://saluteinternazionale.info/?p=2132</guid>
		<description><![CDATA[di Angelo Stefanini
L’estrema complessità e frammentazione del sistema sanitario palestinese mette a rischio il diritto alla salute della popolazione. Ragioni storiche e politiche sono alla radice del difficile accesso ai servizi ospedalieri specialistici palestinesi nella ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom:0;">di <strong>Angelo Stefanini</strong></p>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2009/06/2131702939_2bf8942ba011.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2477 alignleft" style="margin: 2px 5px;" title="Banksy " src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2009/06/2131702939_2bf8942ba011-150x150.jpg" alt="Banksy" width="150" height="150" /></a>L’estrema complessità e frammentazione del sistema sanitario palestinese mette a rischio il diritto alla salute della popolazione. Ragioni storiche e politiche sono alla radice del difficile accesso ai servizi ospedalieri specialistici palestinesi nella zona orientale di Gerusalemme da parte della popolazione che risiede nel territorio occupato. Al danno alla salute dei palestinesi si aggiunge la beffa delle ingiustizie subite per usufruire di un diritto umano fondamentale. Un rapporto dell’OMS documenta una situazione che sta progressivamente peggiorando.<span id="more-2132"></span><span> </span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><strong>Il sistema sanitario palestinese</strong></p>
<p style="margin-bottom:0;"><strong>Il sistema sanitario nel territorio palestinese occupato (TPO) è complesso, frammentato, dipendente dall’aiuto esterno e soprattutto non assicura una sufficiente accessibilità ai servizi essenziali</strong>. Complesso, perché la varietà degli attori e i loro rispettivi interessi rende non facile la lettura e la composizione delle forze in gioco; frammentato, perché alla divisione geografica (e non solo) esistente tra Cisgiordania e Gaza va aggiunta l’estrema difficoltà degli spostamenti tra le città e i villaggi all’interno soprattutto della Cisgiordania; dipendente, in quanto<strong> il 42% dei finanziamenti del settore sanitario proviene dai paesi donatori, senza contare il sostanziale sostegno estero al Tesoro dell&#8217;Autorità Palestinese (AP) che consente di pagare gli stipendi del settore pubblico</strong>.</p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">Le cause di una tale situazione sono attribuibili da una parte all’instabilità politica e all’occupazione israeliana (perdurante dal 1967) che, attraverso una politica di opprimente restrizione al movimento di beni e persone, impedisce all’AP di esercitare una reale autonomia privandola del controllo dei principali determinanti della salute (come vita sociale, scambi economici, terra, acqua, ecc.). Dall’altra parte, la profonda dipendenza dagli aiuti esterni scarica sulla comunità internazionale l’enorme responsabilità di un uso molto inefficiente delle ingenti risorse finanziarie di cui l’AP è da anni magnanimamente inondata.</p>
<p style="margin-bottom:0;"><strong>La complessità del sistema sanitario palestinese è anche rivelata dal numero (cinque) degli attori principali: il Ministero della Sanità, l’United Nations Relief and Works Agency (</strong><strong>UNRWA</strong><strong> – l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi), le organizzazioni non governative (ONG), il settore privato for profit, e, infine, gli ospedali situati a Gerusalemme Est e al di fuori del TPO (Giordania, Egitto e Israele)</strong>.<br />
L’AP fornisce un discreto ventaglio di servizi sanitari dal livello preventivo e primario a quello secondario e terziario specialistico; esso, però, rappresenta soltanto circa il 50% di tutti i servizi forniti dall’intero sistema.<br />
L’UNRWA provvede soprattutto all’assistenza sanitaria primaria per i rifugiati per i quali acquista prestazioni da altri providers di livello secondario e terziario.<br />
Il settore non governativo è molto sviluppato e consiste in ospedali e centri sanitari nelle comunità. Il privato for profit offre una gamma molto vasta di servizi esclusivamente curativi.<br />
<strong>Nonostante nominalmente la maggioranza (oltre l’80% della popolazione) sia coperta dall’assicurazione sanitaria pubblica, un terzo della popolazione palestinese non ha accesso ai servizi sanitari a causa degli alti costi</strong>[<a href="#biblio">1</a>]<strong>.<span> </span> La Banca Mondiale stima che circa il 40% delle spese sanitarie avvengano per pagamento diretto (out of pocket) e il 20% più povero della popolazione spende il 40% del proprio reddito per pagarsi le cure mediche</strong>[<a href="#biblio">2</a>].<br />
A causa dell’incapacità del Ministero della Sanità palestinese a soddisfare la domanda di servizi di terzo livello, sempre maggiore importanza (anche dal punto di vista economico) ha assunto negli ultimi anni il fenomeno del <em>Referral Abroad</em> (“trasferimento all’estero”) dei pazienti le cui patologie non trovano risposta localmente. Le sue proporzioni sono ormai tali (oltre un terzo della spesa sanitaria pubblica) da richiedere non soltanto interventi specifici di razionalizzazione, ma anche innescare violente polemiche riguardanti la violazione del diritto di accesso ai servizi essenziali. Al centro di questa polemica si trovano gli ospedali palestinesi situati nella parte orientale di Gerusalemme e la loro accessibilità da parte della popolazione della Cisgiordania e di Gaza. <strong>Un rapporto di queste settimane dell’ufficio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità</strong>[<a href="#biblio">3</a>]<strong> per il TPO affronta questa problematica sottolineando la minaccia al diritto alla salute che tali restrizioni pongono alla popolazione palestinese</strong>. Una sua attenta lettura può aiutare ad esplorare la profonda complessità del sistema sanitario palestinese, le sue radici storiche non sempre ovvie e le ragioni politiche che la alimentano.</p>
<p style="margin-bottom:0;"><strong>Lo status di Gerusalemme Est</strong></p>
<p style="margin-bottom:0;">Con il Piano di Spartizione delle Nazioni Unite del 1947, Gerusalemme veniva dichiarata un “<em>corpus separatum</em>” posto sotto speciale regime internazionale amministrato dall’ONU. Il Piano non veniva accettato dai Palestinesi né dal mondo arabo portando così alla guerra nel 1948 in cui Israele catturava l’85% della città (la parte occidentale, da cui venivano cacciati a forza circa 80.000 palestinesi) e l’esercito giordano l’11% (nella zona Est). Il restante 4% venne considerato “<em>no man’s land</em>”. Con la “guerra dei sei giorni” del 1967 anche la zona Est veniva occupata da Israele e incorporata nella municipalità di Gerusalemme. A nulla servì la Risoluzione n. 2253 dell’Assemblea Generale dell&#8217;ONU che ordinava a Israele di “desistere dal prendere qualsiasi iniziativa che alteri lo status di Gerusalemme” e la n. 242 del Consiglio di Sicurezza che chiedeva “il ritiro dai territori occupati”. Nel 1980, con una specifica legge, la zona Est fu definitivamente annessa alla città, dichiarata “completa e unita” capitale di Israele. Dichiarazione definita (anche in questo caso inutilmente) “nulla e invalida” dalla Risoluzione 478 del Consiglio di Sicurezza.</p>
<p style="margin-bottom:0;"><strong>A Gerusalemme Est si trovano sei ospedali palestinesi non-profit (Maqassed, Augusta Victoria, St. Joseph, St. John, Red Crescent e Princess Basma) forniti di 578 (12%) dei 4.816 posti-letto dell’intero sistema sanitario palestinese. Per ottenere maggiore coesione e coerenza nell’offerta di servizi, nel 1997 si sono costituiti nell’East Jerusalem Hospital Network (EJHN). Anche grazie all’aiuto dell’Unione Europea e della Cooperazione Italiana la loro qualità è notevolmente aumentata e ora sono in grado di offrire un’assistenza di alto livello soprattutto per cardio-chirurgia, dialisi, oncologia, oculistica e ortopedia, esattamente i servizi di terzo livello che sono in gran parte assenti in Cisgiordania e Gaza</strong>. Nel 2008 oltre la metà dei pazienti che hanno utilizzato questi ospedali (86.212 su 146.669, ossia il 58,8%) provenivano da questi territori. Ma cosa significa per un ammalato della Cisgiordania recarsi in un ospedale specialistico di Gerusalemme Est per ottenere cure non disponibili nella sua città?</p>
<p style="margin-bottom:0;">Per entrare a Gerusalemme o Israele dalla Cisgiordania i palestinesi con carta di identità palestinese devono ottenere un permesso speciale, valido per un periodo di tempo limitato, da parte della Israeli Civil Administration. Per concedere questo permesso le autorità israeliane eseguono dettagliati controlli dei trascorsi, parenti, amici e affiliazioni politiche e religiose del richiedente. Se non emerge alcunché di “sospetto”, il permesso viene rilasciato nel giro di due settimane. Per entrare in Israele (di cui, contrariamente all’opinione della comunità internazionale, Gerusalemme Est fa parte) i palestinesi della Cisgiordania devono attraversare a piedi (le auto con targa palestinesi non possono entrare) dei posti di blocco. Nonostante attorno a Gerusalemme ne esistano oltre una dozzina, i palestinesi a piedi possono utilizzare esclusivamente i posti di blocco (tre in tutto) muniti di dispositivi elettronici di controllo, in cui le persone vengono sottoposte a controlli assai meticolosi e quindi estremamente lenti ed affollati. <strong>Dopo avere atteso in fila, i possessori del permesso devono attraversare uno alla volta cancelli metallici elettrificati, sottoporre le proprie borse e bagagli ai raggi X, passare essi stessi attraverso un metal detector, mostrare i propri documenti e il permesso al soldato israeliano appostato dietro al vetro anti-proiettile, strisciare la propria carta magnetica, lasciare le proprie impronte digitali e, se tutto è in regola, uscire finalmente dal posto di blocco</strong>. Come intuibile, un tale percorso è molto stancante e, a detta dei palestinesi, degradante. Al mattino, quando i posti di blocco sono più affollati, la gente deve rimanere in attesa per una o due ore in file separate da barre metalliche. Inoltre, i soldati israeliani che controllano l’attraversamento possono aprire o chiudere uno o più cancelli a loro discrezione e rifiutare l’accesso a chiunque della fila senza dovere dare giustificazione alcuna.</p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;"><strong>Il travagliato viaggio dei malati&#8230;</strong></p>
<p style="margin-bottom:0;">Per i malati in attesa di un trattamento adeguato, soprattutto per quelli in condizioni molto precarie o con disabilità (in carrozzella o con stampelle), una tale situazione è doppiamente frustrante. Inoltre, a parte l’ovvia ansietà creata dalla attesa dell’autorizzazione, a volte negata, per entrare a Gerusalemme Est e accedere ad uno dei suoi ospedali, il sistema dei permessi è viziato sotto molti aspetti. In alcuni casi essi sono validi soltanto per brevi periodi anche se il paziente ha bisogno di essere ospedalizzato per lungo tempo. In altri casi l’autorizzazione viene negata all’accompagnatore e i pazienti devono stare in ospedale da soli, cosa che per alcuni rappresenta una vera e propria impresa: in molti casi l’assistenza di un parente è essenziale per potere affrontare il viaggio. Il lungo viaggio, le estenuanti attese ai posti di blocco e gli occasionali abusi inflitti dai soldati israeliani causano uno stress incalcolabile ai pazienti. Coloro che vengono da città e villaggi lontani da Gerusalemme partono prima dell’alba e raramente raggiungono la destinazione prima di mezzogiorno. Quelli poi che arrivano tardi ad un appuntamento (o non arrivano affatto) creano grossi problemi di efficienza al funzionamento degli ospedali stessi.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Nei casi di emergenza i permessi per attraversare i posti di blocco possono anche essere ottenuti in giornata ma a costo di una serie di delicate procedure di coordinamento telefonico e per fax tra la Società della Mezza Luna Rossa (corrispondente alla nostra Croce Rossa) che gestisce il servizio di ambulanze, la competente autorità israeliana e l’ospedale ricevente a Gerusalemme Est.<strong> Se in possesso della autorizzazione, giunta l’ambulanza al posto di blocco e non potendo attraversarlo, il paziente viene trasportato al di là della barriera dove lo attende un’altra ambulanza che lo condurrà all’ospedale di destinazione</strong>.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Gli ospedali di Gerusalemme Est sono diventati sempre più importanti per soddisfare i bisogni di cure terziarie della popolazione palestinese di Gaza e Cisgiordania. Ogni giorno più di 300 unità di personale ospedaliero e in media circa 310 pazienti attraversano posti di blocco attorno a Gerusalemme per recarsi a uno di questi ospedali. Se nel 2006 il Ministero della Sanità palestinese inviava loro il 26% dei propri malati specialistici, tale percentuale nel 2008 saliva al 48%, a dimostrazione dell’estrema importanza che essi rivestono per il sistema sanitario palestinese per assicurare il diritto di accesso alla salute dei palestinesi. Tale crescente importanza è dovuta a vari fattori quali i costi degli ospedali israeliani e giordani, la chiusura del valico di Rafah tra Gaza e Egitto e la riluttanza del Ministero della Sanità palestinese ad utilizzare le istituzioni ospedaliere israeliane soprattutto in concomitanza ai recenti eventi bellici.</p>
<p style="margin-bottom:0;"><strong>&#8230;e del personale ospedaliero</strong></p>
<p style="margin-bottom:0;">Dal novembre 2008 anche per il personale degli ospedali di Gerusalemme Est residente in Cisgiordania l’accesso alla città è stato limitato a soli tre posti di blocco, spesso molto affollati e di lentissima percorrenza. Anche per loro quindi lunghe ed estenuanti attese in fila a cui si aggiunge il costante timore di non potere attraversare e raggiungere il posto di lavoro. Dopo varie proteste e l’adozione di soluzioni intermedie (restrizioni ridotte soltanto ai medici ma non ad altro personale, uso di mezzi pubblici collettivi riservati al personale) i problemi permangono. Anzi ne vengono ad aggiungersi di nuovi come quelli riguardanti il passaggio dei materiali e delle attrezzature mediche acquistati e importati dalla Cisgiordania che Israele proibisce o rende estremamente difficile.</p>
<p style="margin-bottom:0;"><strong>L’amaro spettacolo della sofferenza fisica e della umiliazione morale subite da ammalati, anziani e disabili per potere accedere a servizi sanitari essenziali può condurre a varie considerazioni. Personalmente rimango sconcertato dall’indifferenza della comunità internazionale di fronte ad una situazione in cui palesemente al danno alla salute dei palestinesi si aggiunge la beffa dei soprusi da essi subiti per potere usufruire di un diritto umano fondamentale. Illuminante a questo proposito è il commento di Thomas Friedman, giornalista ebreo americano: “La singola forza più sottovalutata nelle relazioni internazionali è l’umiliazione&#8221;.</strong>[<a href="#biblio">4</a>]</p>
<p><a id="biblio" name="biblio"></a><strong>Bibliografia</strong></p>
<ol>
<li>Mataria A, Khatib R, Donaldson C, et al. <span lang="en-US">Health 	in the Occupied Palestinian Territory &#8211; The health-care system: an 	assessment and reform agenda<em>.</em></span><span lang="en-US"> The 	Lancet 2009; 373: </span>1207 -17<span lang="en-US"><br />
DOI:10.1016/S0140-6736(09)60111-2.</span><span> </span><span lang="en-US"> </span></li>
<li><span lang="en-US"><em>Reforming prudently under pressure</em></span><span lang="en-US">. 	World Bank, West Bank and Gaza. Health Policy Report, January 2009. 	P.ix.</span></li>
<li><span lang="en-US">Access to East Jerusalem Hospitals: 	Impacts of Restrictions.</span><span lang="en-US"> World Health 	Organization, Occupied Palestinian Territory, 2009. Draft.</span></li>
<li><span lang="en-US">Friedman T. </span><a href="http://www.nytimes.com/2003/11/09/opinion/the-humiliation-factor.html" target="_blank"><span lang="en-US">The Humiliation Factor</span></a><span lang="en-US">. 	The New York Times, Nov. 9, 2003. </span><span style="color:#0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nytimes.com/2003/11/09/opinion/the-humiliation-factor.html"></a></span></span><span lang="en-US"> </span></li>
</ol>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=2132&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://saluteinternazionale.info/2009/06/una-finestra-sulla-palestina-oltre-la-malattia-le-umiliazioni/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Una finestra sulla Palestina. Ancora sull&#039;operazione &quot;Piombo fuso&quot;</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2009/04/una-finestra-sulla-palestina-ancora-sulloperazione-piombo-fuso/</link>
		<comments>http://saluteinternazionale.info/2009/04/una-finestra-sulla-palestina-ancora-sulloperazione-piombo-fuso/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 08:37:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://saluteinternazionale.info/?p=1727</guid>
		<description><![CDATA[di Angelo Stefanini
Le violazioni sistematiche dei principi di proporzionalità e di distinzione, previsti dalla Legislazione Umanitaria Internazionale, durante l’Operazione Piombo Fuso a Gaza si configurano come veri e propri crimini di guerra. Varie iniziative internazionali ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Stefanini</strong></p>
<p><span lang="it-IT">Le violazioni sistematiche dei principi di proporzionalità e di distinzione, previsti dalla Legislazione Umanitaria Internazionale, durante l’Operazione Piombo Fuso a Gaza si configurano come veri e propri crimini di guerra. Varie iniziative internazionali sono state attivate allo scopo di definirne la gravità, le responsabilità e le conseguen</span><span lang="it-IT">ti sanzioni.<span id="more-1727"></span></span></p>
<p><strong>Al termine dell&#8217;Operazione Piombo Fuso a Gaza, il quotidiano israeliano Haaretz <a href="http://www.haaretz.com/hasen/spages/1056677.html">riportava</a> le dichiarazioni di un ministro israeliano secondo cui</strong>: ”Quando l’entità del danno a Gaza apparirà chiaro, non potrò più passare le vacanze ad Amsterdam ma soltanto alla corte internazionale dell’Aia. Commentava il giornalista: &#8220;Non è chiaro se stesse scherzando o no.”<span lang="it-IT"> Quello che è ormai certo è che a Gaza (e non soltanto durante i 22 giorni di guerra) da entrambi le parti sono state commessi crimini la cui gravità va attentamente valutata e le cui responsabilità denunciate e colpite senza ambiguità. </span></p>
<p>Mentre Hamas viene chiamato in causa soprattutto per il lancio di razzi sulla popolazione civile israeliana circostante la striscia di Gaza e l’uso dei civili come scudo umano, a Israele viene contestata una lunga serie di violazioni del diritto umanitario internazionale. La sua risposta è di avere agito per legittima difesa (e non per rappresaglia o punizione) e di avere colpito bersagli militari legittimi o comunque giustificabili dalle circostanze.</p>
<p><strong>Il Diritto o Legislazione Umanitaria Internazionale</strong>, di cui fanno parte le Quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e i loro tre protocolli aggiuntivi, ha lo scopo di regolamentare la condotta delle operazioni militari in situazioni di guerra. Il concetto fondamentale che ne sta alla base è che l&#8217;unico obiettivo legittimo durante un conflitto è di indebolire le forze militari nemiche. Due importanti principi contenuti nel Diritto Umanitario Internazionale sono il principio di proporzionalità e quello di distinzione.</p>
<p><strong>Secondo il canale televisivo israeliano Channel 10</strong>, durante le tre settimane di attacco alla striscia di Gaza le forze aeree israeliane avrebbero dispiegato circa la metà della loro intera potenza militare conducendo 2500 missioni aeree (una media di oltre 100 al giorno) e sganciando oltre mille tonnellate di esplosivo. Questo computo, che non tiene tuttavia conto delle bombe lanciate da artiglieria di terra, carri armati, fanteria e flotta navale, offre un&#8217;idea della stupefacente forza distruttiva concentrata su di un milione e mezzo di persone stipate in un’area inferiore alla provincia di Prato. L’assoluta assenza di proporzioni in questo impari scontro è anche evidente considerando l&#8217;entità decisamente esigua della controparte nemica. Hamas è un’organizzazione socio-politica islamico-palestinese comprendente tra l’altro una forza paramilitare, le Brigate Al Qassam che è paragonabile all&#8217;Irish Republican Army &#8211; IRA, il braccio armato del movimento Synn Fein (ora vero e proprio partito che partecipa al processo democratico nel Regno Unito). <strong>La forza militare di Hamas</strong> viene <a href="http://www.security-review.net/News/Middle-East/Israel-and-Palestinian-territories/Hamas-Military-Strength-April-2008" target="_blank">stimata dai servizi segreti israeliani</a><strong> </strong>in meno di 20.000 unità la cui arma più temibile (la ragione dichiarata dell’offensiva del 27 dicembre 2008) è costituta dai razzi Qassam, prodotti in loco in modo alquanto artigianale e privi di sistema di guida elettronica.</p>
<p><strong>Il principio di proporzionalità, ossia l&#8217;entità delle vittime civili e del danno causato alle proprietà paragonata al vantaggio diretto atteso dall&#8217;azione militare, è uno dei criteri su cui i comandi israeliani saranno chiamati a rispondere.</strong> Secondo l&#8217;associazione israeliana B&#8217;Tselem, l&#8217;1 gennaio 2009 le forze aeree israeliane bombardarono l&#8217;abitazione di Nizar Rayan, importante membro di Hamas del campo di rifugiati di Jabalya. L&#8217;esplosione uccise lui, le sue quattro mogli e i loro 11 figli di età tra 1 e 12 anni. Anche se, come sostiene Israele, la casa serviva da deposito di armi, il bombardamento di un edificio civile non può essere giustificato alla luce del prevedibile numero di vittime civili. Nonostante la violazione del principio di proporzionalità sia un crimine di guerra, alcuni mesi fa il generale <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/oct/14/israelandthepalestinians-lebanon-hizbullah" target="_blank">Gadi Eisenkot</a>, parlando di possibili futuri conflitti, affermava candidamente: &#8220;Useremo una forza sproporzionata contro ogni centro abitato da cui si spari contro Israele e causeremo immensi danni e distruzioni&#8221;.</p>
<p><strong>Un secondo principio chiamato in causa dalla condotta dei contendenti nella guerra di Gaza è quello di distinzione</strong>. Esso proibisce qualsiasi mezzo o modalità che non faccia distinzione tra coloro che prendono parte alle ostilità &#8211; e sono quindi considerati come combattenti &#8211; e coloro che non partecipano &#8211; e vanno quindi protetti. I malati e i feriti, il personale medico, i civili e i prigionieri di guerra sono da considerarsi persone protette. Chiaramente la popolazione di Gaza è costituita nella stragrande maggioranza da civili anche se si trovano nelle vicinanze di un deposito di munizioni o di combattenti di Hamas. Vista l&#8217;alta densità della popolazione di Gaza è ragionevole attendersi che ogni operazione militare che avvenga nei pressi della popolazione civile aumenti la probabilità di vittime innocenti. È necessario quindi da parte dei contendenti prendere tutte le precauzioni necessarie nel scegliere i mezzi e le armi più adatti a limitare i cosiddetti &#8220;danni collaterali&#8221;. Risulta ovvio che il considerare tutti gli abitanti di Gaza e le loro proprietà come parte di Hamas equivale a sottoporre l&#8217;intera popolazione a punizione collettiva, anch&#8217;essa severamente proibita dalla IV Convenzione di Ginevra (Art.33).</p>
<p><strong>Il generale <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/oct/14/israelandthepalestinians-lebanon-hizbullah" target="_blank">Dan Harel</a>, vice-capo delle forze armate israeliane, non ha avuto scrupolo ad affermare il 29 dicembre 2008</strong>: &#8220;Stiamo colpendo non soltanto i terroristi e chi lancia i razzi, ma l&#8217;intero governo di Hamas e tutte le sue diramazioni&#8221;.<strong> A lui si è unito il <a href="http://www.nytimes.com/2009/04/04/opinion/04bisharat.html?_r=1" target="_blank">portavoce militare israeliano</a></strong><a href="http://www.nytimes.com/2009/04/04/opinion/04bisharat.html?_r=1" target="_blank">:</a> &#8220;Chiunque sia affiliato ad Hamas è un bersaglio legittimo&#8221;. Il primo giorno dei bombardamenti uno dei bersagli è stata l&#8217;accademia di polizia dove dozzine di giovani aspiranti sono stati massacrati. La polizia civile che non partecipa alle ostilità in un territorio occupato non può essere considerato un bersaglio legittimo. <strong>Secondo il Centro per i Diritti Umani </strong>Al Mezan, il 4 gennaio 2009 alle 9:30 un aereo militare israeliano sparò un missile contro un uomo e i suoi figli mentre stavano raccogliendo legna per scaldarsi e cucinare. <a href="http://electronicintifada.net/bytopic/687.shtml" target="_blank">Cinque persone furono uccise.</a> Mirare intenzionalmente a civili, come ha fatto anche Hamas lanciando razzi sulla popolazione israeliana, costituisce crimine di guerra.<br />
<span lang="it-IT"><strong>Colpire intenzionalmente obiettivi civili non ha a che fare con la proporzionalità nè col principio di distinzione</strong>: vigili della strada, impiegati del tribunale e poliziotti non sono classificabili come forza combattente soltanto perchè Israele considera il partito al governo come una organizzazione terrorista. Secondo Richard Falk, Special Rapporteur delle Nazioni Unite, dei 1434 palestinesi uccisi nell&#8217;invasione di Gaza, 960 erano civili di cui 288 donne e 121 bambini. È difficilmente sostenibile che i civili che rimangono nelle proprie case nonostante siano stati avvertiti del rischio di bombardamenti, in una situazione in cui non esistono possibilità di fuga nè di riparo, debbano essere considerati, come ha affermato il governo israeliano, &#8220;scudi umani volontari&#8221;, e quindi combattenti. </span></p>
<p><span lang="it-IT">Il fuoco israeliano ha distrutto o danneggiate moschee, ospedali, fabbriche, scuole, centrali fognarie, luoghi istituzionali come Parlamento, università, prigioni e stazioni di polizia. Una granata ha colpito la parete dell&#8217;ospedale Al Wafa proprio al centro della lettera &#8220;H&#8221; di HOSPITAL. Secondo l&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità, durante l&#8217;operazione Piombo Fuso 16 paramedici palestinesi sono stati uccisi e 25 feriti dal fuoco israeliano mentre svolgevano il loro lavoro. <strong>L&#8217;associazione israeliana <em>Physicians for Human Rights</em> e la Croce Rossa Internazionale hanno denunciato casi in cui i militari israeliani hanno impedito ai soccorritori di mettere in salvo feriti e raccogliere cadaveri, sparando contro personale medico e ambulanze</strong>. </span></p>
<p>Va inoltre sottolineato che, <strong>a partire almeno dal giugno 2007</strong>, quando Hamas riprese con la forza il potere che gli era stato tolto (pur avendolo ottenuto con elezioni democratiche), <strong>la striscia di Gaza è stata sottoposta a continua punizione collettiva sotto forma di blocco quasi totale del commercio e del movimento.</strong> Questo blocco, considerato dal diritto internazionale consuetudinario come un vero e proprio atto di guerra, aveva da tempo gettato la popolazione nella miseria più abietta, privandola del diritto di soddisfare i bisogni umani più fondamentali. L&#8217;intensificarsi del lancio dei razzi Qassam, contro cui è poi esplosa la feroce ritorsione israeliana, era stata una prevedibile reazione ad un simile stato di cose.</p>
<p>Nonostante la posizione intransigente assunta di fronte a tutte le accuse, in alcuni casi i leader politico-militari di Israele hanno dovuto apertamente riconoscere fatti come l’uso illegale di armi o le raccapriccianti testimonianze di soldati israeliani riportate dai media locali. Le bombe al fosforo bianco, sostanza chimica che s&#8217;infiamma e brucia a contatto con l&#8217;ossigeno, dovrebbero servire come &#8220;oscurante&#8221; per coprire le operazioni di terra. Come tali non sono bandite dai trattati internazionali, ma ne è vietato l&#8217;utilizzo in aree densamente popolate. Oltre a causare profonde ustioni, questa sostanza può penetrare all&#8217;interno dell&#8217;organismo avvelenandolo.</p>
<p><strong>Secondo un <a href="http://www.hrw.org/node/81760" target="_blank">rapporto</a> delle stesse forze armate israeliane, il fosforo bianco</strong>, &#8220;se viene a contatto con la pelle, inalato o deglutito, può causare serie lesioni e morte.&#8221; Quest&#8217;arma probabilmente non ha ucciso molte persone a Gaza, ma il suo uso in affollati centri abitati viola il diritto internazionale. Tale uso a Gaza, secondo <em>Human Rights Watch</em>, &#8220;non è stato né casuale né accidentale. È stato ripetuto, a lungo e in diverse località, &#8230; in aree densamente popolate fino agli ultimi giorni dell&#8217;operazione militare. Anche se intesa come &#8220;oscurante&#8221; anzichè come vera arma, il suo lancio ripetuto da parte dell&#8217;esercito&#8230;fu indiscriminato ed equivale a crimine di guerra. I pericoli posti ai civili dal fosforo bianco erano ben conosciuti dai comandanti israeliani che lo stanno utilizzando da molti anni.&#8221;<br />
<strong>L&#8217;esercito israeliano ha anche dovuto ammettere di aver fatto uso di <a href="http://blog.amnestyusa.org/middle-east/a-bloodstained-wall-full-of-flechettes/" target="_blank"><em>flechettes</em></a></strong>, freccette di 4 cm che, attraverso l’esplosione di granate sparate da carri armati, vengono scagliate a migliaia in un raggio di 100 m. <strong>Il DIME </strong>(Dense Inert Metal Esplosive), che produce un&#8217;esplosione estremamente potente ma a raggio limitato e quindi classificata come LCD (&#8220;low collateral damage&#8221;) è un&#8217;altra arma di fabbricazione statunitense che, secondo<em> RAINews24</em>, Israele avrebbe utilizzato.</p>
<p><strong>Naturalmente, come qualsiasi altro stato, Israele ha il diritto di difendersi da aggressioni e da ogni tipo di violenza. Ma tale diritto deve essere esercitato entro le regole fissate dalla legislazione internazionale</strong>. Israele non può giustificare il suo operato a Gaza come legittima difesa contro attacco armato proveniente da altro paese (come previsto dalla carta delle NU) essendo Gaza territorio occupato a tutti gli effetti da Israele anche dopo il ritiro nel 2005 delle sue forze di terra e dei coloni laggiù insediati illegalmente. L&#8217;ermetico controllo israeliano su confini e servizi pubblici essenziali di Gaza (acqua, elettricità, comunicazioni, e addirittura il <a href="http://www.btselem.org/english/Gaza_Strip/Gaza_Status.asp" target="_blank">registro di popolazione</a>) equivale ad una vera e propria occupazione. Lo ha confermato la Corte Internazionale di Giustizia nell’Advisory Opinion sul Muro del 2004. Né può Israele accampare lo stato di necessità per giustificare il suo attacco massiccio a Gaza  in quanto è chiaro che i pesantissimi bombardamenti effettuati non costituivano certamente l&#8217;unico mezzo a disposizione per far fronte alla minaccia dei razzi Qassam.</p>
<p>In quanto potenza che da oltre quarant&#8217;anni sta occupando illegalmente terre non sue (e per questo condannata da innumerevoli risoluzioni delle Nazioni Unite), Israele inoltre è soggetto all’obbligo specifico di proteggere e prendersi cura della popolazione civile e dei beni che sono sotto il suo controllo. Compito che evidentemente anche nella Cisgiordania non sta assolvendo lasciandone invece la responsabilità (e i costi) alla comunità internazionale. In effetti, di fronte ai doveri che Israele ha come potenza occupante, è perlomeno singolare che la comunità internazionale non soltanto non intervenga, come richiesto dal diritto internazionale agli stati terzi, a mettere fine alla illegalità della occupazione, ma si sostituisca allo stesso Israele nel ruolo di finanziatrice dei bisogni della popolazione occupata finendo addirittura per sostenere essa stessa il costo delle devastazioni causate dalle violenze del potere occupante. In pratica tutti noi contribuenti stiamo pagando e continueremo a pagare il conto per Israele.</p>
<p><strong>All&#8217;imbarazzante inazione e al silenzio della comunità internazionale durante le tre settimane di aggressione fa seguito un atteggiamento altrettanto tiepido di fronte a queste accuse di violazioni del diritto umanitario</strong>. Ciò che più rattrista è la mancanza di consapevolezza da parte dei nostri governanti che il prestigio del diritto internazionale e delle istituzioni globali che dovrebbero promuoverlo è seriamente danneggiato quando una nazione lo viola impunemente. Un segno di questa debole volontà delle istituzioni mondiali e dei governi è dato dalla difficoltà a persuadere esperti ed accademici a far parte della Commissione d&#8217;inchiesta istituita dal Consiglio per i Diritti Umani dell&#8217;ONU. È di questi giorni la notizia che il governo israeliano ne proibirà l&#8217;ingresso nel paese.</p>
<p><strong>Fra le <a href="http://www.phr.org.il/phr/article.asp?articleid=708&amp;catid=54&amp;pcat=-1&amp;lang=ENG" target="_blank">iniziative </a>che hanno </strong><span lang="it-IT"><strong>sollecitato<a href="http://www.phr.org.il/phr/article.asp?articleid=708&amp;catid=54&amp;pcat=-1&amp;lang=ENG" target="_blank"> </a>la nascita di questa Commissione vanno comunque ricordati</strong> il rapporto congiunto del Consiglio per i Diritti Umani e dello Special Rapporteur dell&#8217;ONU, la relazione sull&#8217;uso di fosforo bianco di Human Rights Watch, quelle di Amnesty International, della Croce Rossa Internazionale e dei parlamentari britannici, la lettera di 11 organizzazioni israeliane per i diritti umani inviata all&#8217;Avvocatura Generale di Israele, i rapporti di organizzazioni palestinesi (Palestinian Centre for Human Rights, Al Mezan e Al Haq) e israeliane; infine, la nomina del Gaza Board of Inquiry da parte del Segretario Generale dell&#8217;ONU col compito di investigare su incidenti occorsi a personale e strutture delle Nazioni Unite durante l&#8217;Operazione Piombo Fuso. Anche il Tribunale Criminale Internazionale e il Tribunale Russel contro i crimini di guerra hanno deciso di intraprendere una loro indagine indipendente. È tuttavia dal rinato attivismo della società civile che sembrano provenire le maggiori speranze, in particolare da iniziative che, come il BDS (Boycott, Divestment and Sanctions), iniziano a mostrare un&#8217;opinione pubblica più attenta e attiva. Come spesso succede, è soprattutto dal basso che può nascere un vero cambiamento.</span></p>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=1727&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://saluteinternazionale.info/2009/04/una-finestra-sulla-palestina-ancora-sulloperazione-piombo-fuso/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Una Finestra sulla Palestina. Salute e Politica: rendere visibile l’invisibile</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2009/03/una-finestra-sulla-palestina-salute-e-politica-rendere-visibile-l%e2%80%99invisibile/</link>
		<comments>http://saluteinternazionale.info/2009/03/una-finestra-sulla-palestina-salute-e-politica-rendere-visibile-l%e2%80%99invisibile/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2009 10:25:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://saluteinternazionale.info/?p=1139</guid>
		<description><![CDATA[di Angelo Stefanini
Un articolato dossier di The Lancet basato su solide prove scientifiche documenta come la prolungata occupazione militare israeliana dei territori palestinesi abbia determinato condizioni di vita miserevoli per la popolazione, mini la coesione ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Stefanini</strong></p>
<p>Un articolato dossier di <em>The Lancet </em>basato su solide prove scientifiche documenta come la prolungata occupazione militare israeliana dei territori palestinesi abbia determinato condizioni di vita miserevoli per la popolazione, mini la coesione sociale e la sicurezza delle persone, e impedisca un’organizzazione dei servizi sanitari in grado di rispondere ai bisogni.<span id="more-1139"></span></p>
<p><strong>E così d’ora in poi nessun medico o operatore sanitario che si rispetti potrà più dire di non sapere che razza di vita vivono i palestinesi e gli effetti che ciò provoca sulla loro salute</strong>. Nessun esponente dell’universo scientifico che si appelli all’Evidence-Based Medicine potrà ancora ignorare l’impatto dell’occupazione israeliana sulla salute dei palestinesi perché mancano fonti scientificamente affidabili. E neanche i ricercatori più sofisticati potranno più essere all’oscuro del fatto che nel Medio Oriente un Paese democratico, a tutti gli effetti appartenente alla comunità internazionale, sta occupando da 41 anni un territorio affidato ad un altro popolo, in violazione della legislazione internazionale e ignorando decine di risoluzioni delle Nazioni Unite. Per sottolineare questa situazione (l’occupazione illegale più lunga nella storia moderna) le stesse Nazioni Unite usano ufficialmente il termine di Territorio Palestinese Occupato.</p>
<p><strong> Una serie di articoli della prestigiosa rivista medica <em>The Lancet</em></strong>[<a href="#biblio">1</a>], dal titolo “La salute nel territorio palestinese occupato”, ci offre abbondante materiale al riguardo. Compongono la Series cinque corposi pezzi scritti a più mani da specialisti dell’università palestinese di Birzeit (Cisgiordania) e studiosi e operatori internazionali, accompagnati da commenti, tra cui quelli di personalità quali l’ex-presidente Jimmy Carter, e altri articoli correlati.<br />
<strong>Al tradizionale lettore di riviste mediche non potrà sfuggire, forse con qualche smorfia di insofferenza, il taglio radicalmente socio-politico dei contenuti</strong>. Il concetto centrale che pervade il dossier è che le condizioni strutturali e politiche nel Territorio Occupato rappresentano i determinanti chiave della salute dei palestinesi. Gli argomenti trattati riguardano i servizi sanitari, la salute materna e infantile, l’emergenza della malattie croniche, la salute come aspetto della human security e la riforma del sistema sanitario.<br />
Questa iniziativa di <em>The Lancet</em>, che accorpa anni di ricerca collettiva e di collaborazione tra i principali studiosi della materia, ha lo scopo dichiarato di evidenziare come il Territorio Occupato rappresenti un caso paradigmatico per la salute pubblica e una misura della capacità della comunità scientifica internazionale di assicurare il diritto all’accesso ad una assistenza sanitaria di qualità.<br />
<strong>Nelle intenzioni del direttore della rivista, Richard Horton</strong>, questo lavoro vorrebbe servire a “stimolare la difesa e la promozione delle popolazioni emarginate” oltre che rappresentare l’inizio di un’alleanza tra la rivista <em>The Lancet</em> e la salute dei palestinesi fondata su valori, evidenze scientifiche e idee di pace.<br />
Almeno da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato i risultati della sua Commissione sui Determinanti Sociali della Salute (agosto 2008), <strong>tutto il mondo medico non può più esimersi dal fare i conti con quanto affermato da Rudolf Virchow oltre un secolo e mezzo fa</strong>: “la medicina è una scienza sociale e la politica non è nient’altro che la medicina su vasta scala”. Se da una parte, infatti, in quanto scienza degli esseri umani, la medicina ha l’obbligo di individuare i loro problemi e teorizzarne la soluzione, dall’altra la politica deve trovare i mezzi per la sua realizzazione.<br />
<strong> Un tema importante del dossier è quello della “human security”</strong>, ossia delle garanzie e della protezione sociale (come l’accesso alle cure mediche) che rappresentano bisogni fondamentali di un essere umano. Nella realtà attuale tutto ciò viene negato alla popolazione palestinese come conseguenza dell’occupazione israeliana. E questo dossier di <em>The Lancet</em> lo dimostra scientificamente. Un esempio per tutti è rappresentato dalla mortalità infantile che tra il 2000 e il 2006 ha raggiunto un livello sette volte superiore tra i bambini palestinesi rispetto a quelli israeliani (27 per mille rispetto a 3,9 per mille) nonostante le due popolazioni siano distanti pochi chilometri l’una dall’altra.</p>
<p><strong>Non è tuttavia politico, nelle intenzioni degli autori, il taglio che viene dato alla iniziativa, quanto piuttosto “umanitario e scientifico”</strong>. Si tratta di cominciare finalmente a comprendere e dibattere la società palestinese sulla base di un approccio alla salute ampio e universalmente riconosciuto, come quello contenuto nella definizione dell’OMS (“salute come benessere fisico, psichico e sociale…”) e nell’art 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (salute come disponibilità di beni e servizi essenziali come cibo, vestiario, casa, servizi sanitari ecc.). I problemi dei palestinesi dovrebbero (e dovranno d’ora in poi) essere inquadrati in questo dibattito internazionale, cosa che finora non è ancora avvenuto.</p>
<p><strong>Che non si tratti di una semplice e strumentale denuncia dell’occupazione israeliana che dal giugno 1967 opprime la Cisgiordania e la Striscia di Gaza lo chiarisce subito il primo articolo della Series</strong>, il cui autore principale, la Professoressa Rita Giacaman, è la fondatrice e forza trainante dell’Istituto di Salute Pubblica e Comunitaria dell’Università di Birzeit. Per spiegare l’attuale stato della salute e del sistema sanitario palestinese è infatti necessario rifarsi ad una complessità di fattori che vanno “dalla persistente colonizzazione fatta di incessante confisca della terra e costruzione di colonie sul territorio palestinese, frammentazione di terre e comunità, acuta e costante mancanza di sicurezza, quotidiane violazioni di diritti umani, cattiva governance e inefficiente amministrazione nella Autorità Nazionale Palestinese, e dipendenza per le risorse dagli aiuti internazionali.” A questo va aggiunta una rapida transizione epidemiologica che vede ormai le malattie croniche costituire il maggior problema di salute dei palestinesi.</p>
<p><strong>Le responsabilità di una tale situazione sono quindi diverse e variegate</strong>. Nel tentativo di distribuirle tra i vari attori in gioco (Israele, Autorità Nazionale e società civile palestinese, Paesi donatori, istituzioni internazionali, ecc.) e ricomporle in un piano coordinato di compiti e doveri per il futuro, credo si debba innanzitutto cominciare da noi stessi, cittadini e rispettivi governi e istituzioni del mondo occidentale, e dal nostro atteggiamento (e politiche) di fronte al problema.</p>
<p>Nonostante programmato da tempo e comunque ben prima della guerra a Gaza, <strong>il momento del lancio di questa Series di <em>The Lancet</em> è assolutamente significativo.</strong> La Conferenza a Sharm El Sheikh ha visto i donatori promettere oltre 5 miliardi di dollari (rispetto ai 2,7 chiesti dalla ANP) quasi in un estremo tentativo di farsi perdonare il silenzio o la tacita approvazione durante la disastrosa operazione bellica israeliana durata oltre tre settimane. Alla generosa promessa di soldi non ha corrisposto tuttavia un analogo impegno a risolvere la questione politica di fondo che tutti conoscono ma che nessuno finora ha sufficiente coraggio e immaginazione diplomatica per affrontare con decisione.</p>
<p><em>The Lancet</em> mostra esplicitamente e con solidi argomenti scientifici come noi stessi siamo parte del problema e sia su di noi che si addossano molte delle stesse responsabilità che troppo spesso abbiamo l’inclinazione a rifilare esclusivamente ad altri (israeliani e palestinesi compresi). Valga per tutti l’esempio delle eccessive aspettative riposte nella ANP per quanto riguarda compiti come la sicurezza, la gestione della cosa pubblica, l’accesso ai servizi (non solo sanitari) o il livello di salute della popolazione.</p>
<p><strong>Quale governo potrebbe veramente tutelare la salute dei propri cittadini senza avere il controllo sui determinanti chiave del benessere umano come la terra, l’acqua, l’ambiente, le infrastrutture e la mobilità di beni e persone sul suo territorio? </strong></p>
<p><strong>Quali gruppi dirigenti e decisori politici sarebbero in grado programmare e attuare piani di sviluppo con coerenza e irreprensibile integrità di fronte ad una valanga di soldi</strong>, spesso legati alle richieste più contraddittorie e ai progetti più stravaganti, erogati in circostanze inaspettate, con tempistica ed entità ben differenti da quelle precedentemente concordate, e intercalando periodi di stretta o addirittura di boicottaggio da parte della comunità internazionale?</p>
<p><strong>Certamente il comitato editoriale di <em>The Lancet</em> è conscio di ciò che lo aspetta per avere così clamorosamente evidenziata la situazione della salute nel Territorio Palestinese Occupato e il ruolo diretto e indiretto svolto dalle politiche israeliane</strong>. A giudicare anche dalle esperienze di altre riviste in circostanze analoghe[<a href="#biblio">2</a>], le prossime settimane porteranno non pochi fastidi a <em>The Lancet </em>e ai suoi sponsor. Certamente non tacerà la Israeli Medical Association esplicitamente accusata (assieme alla World Medical Association il cui presidente, israeliano, è responsabile di dichiarazioni ambigue sull’uso della tortura) di silenzio e inazione di fronte ai numerosi casi di violazione dei diritti umani e diritto alla salute da parte della potenza occupante nel Territorio Occupato. <strong>Un portavoce del governo israeliano ha definito il dossier: &#8220;propaganda travestita da medical report&#8221;</strong>[<a href="#biblio">3</a>].</p>
<p>Se <em>The</em> <em>Lancet</em>, come ha affermato il suo direttore, intendeva con questa coraggiosa iniziativa “rendere visibile l’invisibile”, credo che abbia fatto un ottimo lavoro.</p>
<p align="left"><strong><a id="biblio" name="biblio"></a>Bibliografia</strong></p>
<ol>
<li><a href="http://www.thelancet.com/series/health-in-the-occupied-palestinian-territory" target="_blank">Health in the Occupied Palestinian Territory</a>. Launched in London, UK, March 4, 2009. The Lancet</li>
<li>Personal paper. Karl Sabbagh. <a href="http://www.bmj.com/cgi/content/full/338/feb24_2/a2066" target="_blank">Perils of criticising Israel</a>. BMJ 2009;338:a2066 doi:10.1136/bmj.b722</li>
<li><a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/health/7924199.stm" target="_blank">Palestinian health care &#8216;ailing&#8217;</a>. BBC News, 05 marzo 2009</li>
</ol>
<p><span style="font-size:12pt;font-family:Cambria;"><a href="http://www.bmj.com/cgi/content/full/338/feb24_2/a2066"><br />
</a></span></p>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=1139&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://saluteinternazionale.info/2009/03/una-finestra-sulla-palestina-salute-e-politica-rendere-visibile-l%e2%80%99invisibile/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>6</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Una finestra sulla Palestina. Gaza, il ruolo degli operatori sanitari</title>
		<link>http://saluteinternazionale.info/2009/02/una-finestra-sulla-palestina-gaza-il-ruolo-dei-sanitari/</link>
		<comments>http://saluteinternazionale.info/2009/02/una-finestra-sulla-palestina-gaza-il-ruolo-dei-sanitari/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2009 08:47:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione SI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salute globale]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti armati e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier Palestina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://saluteinternazionale.info/?p=980</guid>
		<description><![CDATA[di Angelo Stefanini
“Chi meglio della professione medica potrebbe assumersi il ruolo di guardiano e avvocato dei bisogni sanitari e umanitari delle popolazioni civili intrappolate in una guerra?”
Mentre la popolazione della Striscia di Gaza cerca faticosamente ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Stefanini</strong></p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2541" title="banksy1" src="http://saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2009/02/banksy1-150x150.jpg" alt="banksy1" width="150" height="150" />“Chi meglio della professione medica potrebbe assumersi il ruolo di guardiano e avvocato dei bisogni sanitari e umanitari delle popolazioni civili intrappolate in una guerra?”<span id="more-980"></span><br />
<strong>Mentre la popolazione della Striscia di Gaza cerca faticosamente di riappropriarsi delle attività quotidiane</strong> necessarie a sopravvivere, le autorità palestinesi e la comunità internazionale fanno il punto sui bisogni a breve e più lungo termine e sulle risposte da dare.<br />
<strong>Nel settore sanitario</strong>, oltre a contare i morti e i feriti, si tenta di stimare anche gli effetti indiretti che la violentissima offensiva militare israeliana ha avuto sulla salute dei palestinesi in termini di mancato accesso a farmaci e cure mediche essenziali, ad acqua potabile, a cibo e a tutte quelle condizioni (come un tetto, il riposo, la vicinanza di amici e parenti) che sono indispensabili al mantenimento di un livello minimo di salute fisica e mentale.</p>
<p><strong>Per medici e operatori sanitari è anche il momento di cominciare a trarre le prime conclusioni</strong> in termini di insegnamenti appresi e soluzioni da proporre per il futuro della nostra professione. Durante i terribili eventi di Gaza un editoriale della prestigiosa rivista medica <em>The Lancet</em> suggeriva che nei giorni seguenti alla emergenza la comunità medica internazionale avrebbe potuto “utilizzare questa catastrofe come catalizzatrice di un cambiamento che porti a migliorare la risposta medica e umanitaria nei conflitti.”<!-- 		@page { margin: 2cm } 		P.sdendnote { margin-left: 0.5cm; text-indent: -0.5cm; margin-bottom: 0cm; font-size: 10pt } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff } 		A.sdendnoteanc { font-size: 57% } -->[<a href="#biblio">1</a>] “Un buon punto di partenza”, scriveva l&#8217;editoriale, potrebbe essere la “<strong>riaffermazione globale della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani</strong>, che racchiude il valore dell’uguaglianza della vita umana, <strong>e della Convenzione di Ginevra</strong>, che protegge i civili e il personale medico durante un conflitto.”<br />
Un tale appello potrebbe suonare scontato se non fosse abbinato al “principio alquanto rivoluzionario che Paesi, territori, regioni e leader che violano queste regole dovranno poi essere chiamati a renderne conto.” <strong>“Chi meglio della professione medica” </strong>concludeva <em>The Lancet,</em> potrebbe assumersi il ruolo di guardiano e avvocato dei bisogni sanitari e umanitari delle popolazioni civili intrappolati in una guerra?</p>
<p><strong>Eccomi allora come medico</strong>, testimone diretto di un conflitto che va ben oltre le tre settimane di inaudita violenza militare che tutti i media hanno riportato, a cercare di prefigurarmi cosa implichi un simile ruolo. A questo scopo mi sforzo di osservare le cose attraverso una cornice analitica che vede la salute umana come strettamente interconnessa al godimento dei diritti umani fondamentali, a cominciare dal diritto alla salute sancito dall’art. 25 della Dichiarazione Universale. Esso afferma che la salute viene negata allorquando le persone non possono avvalersi dei più  basilari diritti quali quelli “all&#8217;alimentazione, al vestiario, all&#8217;abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari&#8230;”<br />
Nel caso di Gaza sono ormai molti mesi che ai suoi abitanti questi diritti vengono negati.</p>
<p><strong>Di catastrofe umanitaria a Gaza si parlava già ben prima dell’inizio dei bombardamenti il 27 dicembre 2008</strong>. Dal giugno 2007 la Striscia era stata posta sotto assedio da Israele dopo che Hamas, boicottato dal mondo intero dopo la sua imprevista vittoria nelle elezioni (gennaio 2006) definite le più democratiche del mondo arabo e costretto ad abbandonare il governo nella Cisgiordania (con molti dei suoi ministri imprigionati senza processo da Isreale), aveva con la violenza rivendicato il potere nella Striscia di Gaza. A causa dell&#8217;assedio, fin dall’inizio del 2008 le condizioni di vita avevano raggiunto livelli di povertà e sofferenza tale che Karen Koning AbuZayd, Commissioner-General dell&#8217;Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi (UNRWA), ammoniva come Gaza fosse “sulla soglia di diventare il primo territorio ridotto intenzionalmente in uno stato di abietta miseria.”</p>
<p><strong>Le reazioni alla stretta mortale imposta da Israele alla popolazione di Gaza </strong>cominciavano a farsi sentire anche in ambienti fino allora abbastanza restii a condannare esplicitamente lo stato ebraico. La stessa Unione Europea, che non aveva esitato a imporre sanzioni economiche alla popolazione palestinese per aver scelto Hamas come suo rappresentante, usava toni insolitamente duri denunciando il blocco come “punizione collettiva” dell’intera popolazione di Gaza, atto che la Convenzione di Ginevra definisce crimine di guerra. Lo stesso Direttore Generale dell’OMS faceva notare che la penuria di corrente elettrica, carburante, pezzi di ricambio per le attrezzature mediche e medicine, e le difficoltà al movimento di beni e persone portavano inevitabilmente alla negazione del diritto d&#8217;accesso alle cure mediche essenziali. Eppure, di fronte a una situazione, che soltanto il governo israeliano rifiutava di chiamare “emergenza umanitaria”, lo stesso Israele poneva frequenti ostacoli al flusso di aiuti umanitari a Gaza.</p>
<p><strong>Secondo il Tribunale Criminale Internazionale per l’ex Yugoslavia,</strong> sia il compiere materialmente sia il rifiutarsi di agire di fronte ad atti che infliggono direttamente “grandi sofferenze o serie lesioni al corpo o alla salute fisica o mentale” costituisce un crimine contro l’umanità. In un caso avvenuto durante la guerra serbo-bosniaca, il Tribunale sentenziò che non sono soltanto le morti risultanti dall’atto criminale ma anche la creazione delle condizioni che conducono alla morte di parte della popolazione (come il blocco di cibo, farmaci e cure mediche) che vanno assolutamente condannate.</p>
<p><strong>All’inizio dell’operazione Piombo Fuso lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori Occupati, prof. Richard Falk,</strong> definiva l’intervento israeliano una “severa e massiva violazione del diritto internazionale come definito dalla Convenzione di Ginevra rispetto sia agli obblighi che ha la Potenza Occupante nei confronti dell&#8217;occupato sia alle regole previste dalla legislazione bellica”.<br />
<strong>Nel caso di Israele tali violazioni comprendono:</strong> (a) la punizione collettiva imposta all’intera popolazione di un milione e mezzo di abitanti; (b) l’uccisione di civili a seguito di bombardamenti su aree in cui la densità della popolazione civile rende prevedibile ed inevitabile la morte di un numero elevato di innocenti; (c) una risposta militare sproporzionata, che al termine dell’operazione ha portato ad un rapporto di 1 a 100 il numero di morti israeliani e palestinesi; (d) l&#8217;uso di armi proibite dalle convenzioni internazionali.</p>
<p>Come affermato da Luisa Morgantini, vice-presidente del Parlamento Europeo,<strong> le vittime dei fatti di Gaza non sono stati soltanto gli oltre 1300 morti e 5000 feriti, ma anche i diritti umani e il diritto internazionale. </strong>Nonostante il numero di morti e feriti in un conflitto sia un dato di estrema importanza, ci sarà sempre chi ne contesta la veridicità. Per questo, allo scopo di facilitare le informazioni sugli effetti di una guerra, è necessario valutarne l’impatto anche sulla umanità di chi la combatte, ossia sul rispetto delle regole che la comunità internazionale si è data nel caso in cui un conflitto non possa essere evitato.<br />
<strong>C’è chi, a questo scopo, ha ideato strumenti di misura</strong> quali il <em>Dirty War Index</em> [<a href="#biblio">2</a>](Indice di Guerra Sporca) o il <em>Dishonorable War Index</em> (Indice di Guerra Disonorevole) che racchiudono in sé non soltanto valori scientifici ma anche morali e umanitari, ad esempio calcolando il rapporto tra numero dei morti civili/bambini/donne e numero totale dei morti.</p>
<p>Nel computare tali indici ci si potrebbe sbizzarrire inserendo altri tipi di variabili che riflettano quanto successo a Gaza, come l’impiego di fosforo bianco, come ammesso dallo stesso esercito israeliano, o di “flechettes” (bombe che esplodono lanciando migliaia freccette metalliche di 4cm), come denunciato da Amnesty International); l’uccisione di  operatori sanitari (23, di cui 20 in servizio); il bombardamento di scuole, centri sanitari e depositi di aiuti umanitari. In tali calcoli non andrebbe naturalmente risparmiato lo stesso Hamas per i suoi lanci di razzi sulla popolazione civile israeliana.</p>
<p>E così, <strong>mentre i leader politici e militari di entrambe le parti si preparano ansiosamente alla raffica di azioni legali </strong>che li aspettano per gravi violazioni del diritto internazionale, <strong>la comunità medica </strong>deve prendere atto che dopo gli eventi di Gaza il suo ruolo sta inevitabilmente cambiando. È ora che l&#8217;università e le associazione professionali adottino i dovuti provvedimenti per rispondere a questa sfida.</p>
<p align="left"><strong><a id="biblio" name="biblio"></a>Bibliografia</strong></p>
<ol>
<li><a href="http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(09)60015-5/fulltext" target="_blank">Violent conflict: protecting the health of civilians</a>. The Lancet 2009; 373(9658): 95.  DOI:10.1016/S01140-6736(09)60015-5.</li>
<li>Hicks et al. <a href="http://medicine.plosjournals.org/perlserv/?request=get-document;doi=10.1371/journal.pmed.0050243&amp;ct=1" target="_blank">The Dirty War Index: A Public Health and Human Rights Tool for Examining and Monitoring Armed Conflict Outcomes</a>. PLoS Medicine, 2008; 5 (12): e243.<br />
DOI: 10.1371/journal.pmed.0050243</li>
</ol>
<img src="http://saluteinternazionale.info/?ak_action=api_record_view&id=980&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://saluteinternazionale.info/2009/02/una-finestra-sulla-palestina-gaza-il-ruolo-dei-sanitari/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
